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Addio al grande attore Giorgio Albertazzi

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«Non sarà un funerale, perché il maestro desiderava così, ma un saluto agli amici domani, domenica alle 17 agli amici nella tenuta di famiglia alla Pescaia di Grosseto». Lo dice un comunicato diffuso dalla famiglia di Giorgio Albertazzi, morto la scorsa notte

Il ricordo del presidente della Repubblica e del premier Renzi

GIORGIO ALBERTAZZI E PARMA. Negli anni, Giorgio Albertazzi si esibì in diverse occasioni nei teatri di Parma. Nel 1959 recitò nel carosello Barilla: l'antenato degli spot pubblicitari moderni proponeva infatti anche contenuti culturali o brevi filmati. Foto e Video

LE LACRIME DI MARIANGELA D'ABBRACCIO: "ERA UN LEONE". «Devo tutto a Giorgio. E’ la persona che mi ha dato la consapevolezza di cosa vuol dire fare teatro, essere un’attrice. Era un leone che ruggiva». Così Mariangela D’Abbraccio, per tanti anni compagna di vita e di scena di Giorgio Albertazzi, parlando con l’agenzia Ansa ricorda il grande mattatore del teatro italiano, scomparso questa notte. ''Abbiamo sempre continuato a vederci - dice - anche ultimamente. Mi chiedeva delle prove, anche se non sempre riusciva a seguire. Ma il mio ricordo di Giorgio rimarrà quello dell’uomo che ruggiva, che si mangiava la vita e la scena». Il primo incontro, ricorda oggi la D’Abbraccio, «fu nell’84-'85 a un provino. Non ero convinta, c'era tantissima gente e volevo andare via. Lui mi fermò e mi disse: 'hai lasciato il curriculum, la foto?' Lì capii che avevo qualche possibilità». Primo spettacolo, insieme «Il genio di Damiano Damiani e Raffaele La Capria», in cui Albertazzi, che ne era anche regista, scelse lei, bellissima, per la parte del transessuale Rosy. «Disse perché ero molto donna. Nel cuore - prosegue - dei tanti spettacoli insieme negli anni mi porto la Dannunziana, Il poeta e la cortigiana di Giuseppe Manfridi. E poi l’emozione di tornare insieme in scena lo scorso anno con Borges-Piazzolla. Insegnamenti? Non aveva una tecnica da maestro da insegnare. Era uno che ti provocava, che ti metteva di fronte a te stesso e tirava fuori ciò che avevi dentro. Questo mi rimarrà».
Insieme a un rammarico. «Che negli ultimi anni non abbia avuto una "casa teatro" che meritava. Giorgio non è morto di malattia, ma di stanchezza. Aveva bisogno di un luogo dove potesse continuare a recitare senza dover affrontare quelle lunghe tournée come a 30 anni. Questo lo trovo vergognoso, perché di fronte a un grande artista come lui bisogna avere anche un po' di responsabilità».

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