Gazzetta di Parma

Sfida "ai confini del cielo" con Diemberger

22 febbraio 2015, 19:22

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La montagna che hai nel cuore, prima che sotto gli scarponi. Quella vissuta, che fa parte della tua vita come il caffè della mattina. Ma anche la montagna di uomini armati e desolati, e quella fatta di sfide tra il ghiaccio, l'azzurro del cielo e se stessi.
E' stata un'occasione davvero speciale l'incontro che si è svolto venerdì sera a Fontevivo con tre grandi autori: l'alpinista, documentarista e scrittore Kurt Diemberger e due tra i più autorevoli giornalisti di montagna italiani: Stefano Ardito e Roberto Mantovani. Si sono raccontati davanti al pubblico della rassegna di Gianluigi Negri «Mangia come scrivi» al ristorante 12 monaci di Fontevivo. Tra una portata e l'altra di un menu d'«alta quota» preparato dallo chef Andrea Nizzi, hanno parlato dei loro ultimi libri. Ma non solo. Vero protagonista della serata è stato Diemberger, leggenda dell'alpinismo mondiale: un 83enne che gira l'Italia e il mondo per raccontare le sue imprese. Mantovani e Ardito hanno confessato di averlo sempre avuto nel loro immaginario di giovani alpinisti con due libri «cult»: «Le mie montagne» di Walter Bonatti e, appunto, quello di Diemberger «Tra zero e ottomila».
L'alpinista austriaco che da anni vive sui colli bolognesi ha parlato di quel «settimo senso» (la sua ultima fatica letteraria è, appunto, «Settimo senso», Alpine Studio) che gli ha permesso di scalare, tra l'altro, due dei 14 ottomila in prima assoluta (il 9 giugno 1957 il Broad Peak, tre anni più tardi il Dhaulagiri).
Ma ha affascinato il pubblico (gesticolando con quelle mani senza falangi per le amputazioni subite a causa del freddo) con il racconto del superamento della mitica «grande meringa» di ghiaccio, l'eterea sommità del Grande Zebrù (Ortles) che nessuno era riuscito a superare dalla incredibilmente affascinante, quanto difficile, parete Nord.
Era il 1956 e tra grandi pericoli, incomprensioni con i compagni di cordata e soprattutto tanto coraggio (non senza una buona dose di follia) Diemberger la riuscì a conquistare trovando, grazie a un grande intuito, l'«uscita» per la vetta. Un'impresa che lo lanciò nell'olimpo dell'alpinismo mondiale e che lo portò poi a conquistare le montagne più alte del mondo ma a vivere anche enormi tragedie umane (come la morte dello scalatore Hermann Buhl, nel 1957 sul Chogolisa, e quella della compagna di avventure Julie Tullis, scomparsa nell'86 sul K2). Infine Diemberger ha regalato al pubblico di «Mangia come scrivi» il video - proiettato per la prima volta dopo quella di Courmayeur del 2013 - realizzato per la consegna all'alpinista austriaco della massima onorificenza in campo alpinistico, il «Piolets d'or».
Stefano Ardito ha presentato il suo nuovo libro -, «Alpi di guerra, Alpi di pace – Luoghi, volti e storie della Grande Guerra sulle Alpi» (Corbaccio) - , dove racconta i luoghi e le montagne dove gli italiani hanno combattuto. «Guerre che per certi aspetti conosciamo poco - ha detto tra l'altro - anche perchè noi italiani siamo stati più bravi a raccontare le guerre perse che quelle vinte». Un volume ricco di immagini (che il 2 marzo sarà presentato a Parma nella sede del Cai) che ha l'obiettivo di capire «cosa e come è successo» per poterne toccare con mano, infine, l'assurdità.
Roberto Mantovani con i suoi libri «La scoperta dell’alta quota» (Alpine Studio) e «Appigli invisibili» (Ultra), da grande esperto di storia dell'alpinismo qual è ha parlato di come si sia dedicato ai «racconti di uomini e imprese che hanno riempito il nostro immaginario di appassionati di montagna» tracciando, in pochi minuti, la storia di chi ha fatto della conquista delle vette una vera e propria ragione di vita. 

Le foto sono di Fabrizio Bertolini per "Mangia come scrivi"