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Non paga la retta: lasciato fuori dalla classe

10 novembre 2014, 06:00

Non paga la retta: lasciato fuori dalla classe

Enrico Gotti

«Mio figlio è stato lasciato fuori dalla classe perché non ha pagato i 130 euro della retta. Ma la scuola non è gratuita?» - dice Giovanna (nome di fantasia, ndr), mamma di uno studente di 17 anni.

«L’anno scorso ho pagata metà retta, 60 euro, facendo sacrifici, ma questa volta non siamo riusciti a pagare. O prendevo libri o pagavo la tassa. E ho preso i libri: 200 euro – spiega Giovanna, che racconta cosa è successo –. Mio figlio ha frequentato la scuola fino ad adesso, poi, qualche giorno fa è stato a casa, perché era indisposto; il giorno dopo è andato in classe, ma siccome non avevo pagato l’hanno lasciato nell’atrio della scuola.

È stato per cinque ore fuori dalla classe, perché non aveva la giustificazione, non aveva il libretto, che viene dato quando si fa il versamento, e gli è stato detto che non poteva entrare fino a quando non pagava la retta».

Si riaccende così il dibattito sui contributi richiesti dalle scuole ai genitori, che salvano laboratori e attività, sopperiscono alle minori risorse pubbliche, ma che creano polemiche.

«Non si può fare così. Mio figlio c’é rimasto male, e non era l’unico nell’atrio per quel motivo. Nel pomeriggio ho chiamato in segreteria e ho chiesto spiegazioni. Gli ho detto che questa era scuola dell’obbligo, e non potevano fare una cosa del genere. Mi hanno detto che a 17 anni non è più scuola dell’obbligo. – afferma la madre del ragazzo, che ora si chiede: - Che guadagno ha dato alla scuola tenere fuori i ragazzi? Io vorrei che mio figlio fosse trattato come tutti gli altri».

La scuola statale in questione è l’Ipsia Primo Levi, istituto professionale di piazzale Sicilia. Il preside, Giorgio Piva, interviene sulla vicenda, spiegando che la scuola ha sempre aiutato le famiglie in difficoltà, in grado di documentare la propria situazione economica, ma in questo caso non c’é stato un colloquio con la famiglia.

«Esprimo profondo rammarico innanzitutto per non aver potuto interloquire direttamente con il genitore – dice Piva –. La signora ha chiamato l’ufficio alunni il 6 novembre, ma ha solo detto di essere la madre di uno studente di una meglio non precisata classe terza. L’ufficio alunni ha comunicato alla signora che il dirigente era impegnato e che, come sempre avviene, sarebbe stato disposto a ricevere a colloquio diretto il genitore previo appuntamento, qualora fossero in essere evidenti e conclamate condizioni di disagio economico».

La madre del ragazzo spiega però che già lo scorso anno aveva fatto fatica a pagare il contributo. Nei primi tre anni di scuola superiore, i soldi richiesti alle famiglie sono «volontari». Nell’ultimo biennio, dopo i 16 anni, finisce l’obbligo scolastico e diventano «tasse scolastiche».

L’esonero dal pagamento può essere consentito per merito e per motivi economici. «La cifra da versare – dice Giorgio Piva - ha il preciso scopo di ottemperare ad obblighi assicurativi nei confronti degli alunni i quali, accedendo inoltre a laboratori ed officine, sono a tutti gli effetti equiparati a lavoratori nel momento dello svolgimento delle attività di cui sopra. Si fa presente come in molte occasioni famiglie in difficoltà siano state aiutate dall’Istituto e come la riscossione delle quote sia sempre dilazionata e a discrezione delle famiglie stesse. Sovente l’Istituto si è fatto carico delle spese complessive pur di dare opportunità agli alunni di frequentare regolarmente».

«L’Ipsia “Primo Levi” da sempre opera per la realizzazione del progetto di vita di ogni singolo studente, spesso ricorrendo a sacrifici economici e di impegno professionale che vanno ben oltre il dovuto. Resto comunque a disposizione della signora, sia per mandato istituzionale che per volontà personale, sperando di poterla incontrare e chiarire l’accaduto» conclude il preside.

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