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GENTE DI PROVINCIA

Giulia Magnani, una 34enne alla guida di una cava

07 dicembre 2014, 06:00

Giulia Magnani, una 34enne alla guida di una cava

CASSIO

Stefano Rotta

Al posto del braccio, la pala della ruspa; per imporsi, lo sguardo. La notizia è questa: una donna di trentaquattro anni può dirigere una cava, fra operai ed escavazioni, soprattutto se ci è nata dentro, figlia di una persona che vi ha dedicato la vita. Basta essere duri come la pietra, dolci come l'Appennino. Giulia Magnani, classe 1980, di Fornovo, viene al mondo sul crinale di due universi: quello di Berto, il vecchio scalpellino del paese, su nelle montagne dei Salti del Diavolo; e il suo, l'azienda, il fatturato, la logistica. Senza dimenticare nulla di quello che è stato, senza rinunciare a fare quello che oggi bisogna fare. Nel 2000, Berto Ferrari (la cui storia è stata raccontata in questa rubrica lo scorso 29 giugno), abbandona il suo naturale luogo di vita, la cava di pietra di Cassio. Viene rilevata dalla famiglia Magnani, che a partire dal 2007 riprende le escavazioni in maniera innovativa e costante. Spedita «al fronte» è la giovane figlia Giulia, che si fa le ossa in un contesto del tutto nuovo, in cui come è facile immaginare «c'è da fare tutto». «Non c'era il telefono fisso. Ho trovato la vecchia baracca di lamiera storta fatta da Berto», racconta la Magnani, che non si chiama Anna ma ne ha lo spirito. La baracca non viene buttata giù, perché è sbilenca e inservibile ma ha fatto il suo tempo, ha avuto la sua utilità quando alla pietra si dava solo di martello e scalpello. Cadde nel 2009 per via del maltempo.

Dalla baracca si passa al capannone. «Anni in cui vedo il fatturato decuplicare in poco tempo», ricorda Giulia, e non parla come spesso avviene degli anni mitici del boom italiano, ma degli ultimi frangenti prima della crisi. Riprende: «Abbiamo fornito il materiale per la pavimentazione esterna del castello Doria a Vernazza; moltissimi lavori dalle parti di Fivizzano, Aulla, anche piccoli, come davanzali o muretti a secco. Quasi tutti i nostri camion partono verso destra sulla Cisa (quindi verso la Toscana e la Liguria, non per la relativamente vicina Parma, ndr). È una questione di cultura: in Emilia, dovendo ristrutturare spesso, si usano materiali compositi a base di porcellana, di là dal crinale la pietra è sacra; anche per un piccolo recupero viene ricercata la pietra in cava».

Il suo lavoro? «Mi ci sono ritrovata». Ufficio e pala gommata, c'è stato e c'è bisogno di entrambi: Giulia ha avuto la mente abbastanza elastica, poca paura di rovinarsi le unghie e le Hogan, facendolo senza lamentarsi. Fin da quando alle superiori caricava di ghiaia una cinquantina di camion al giorno, cinquanta sorrisi e via. Lei molto desiderosa di farsi valere, di essere precisa e professionale, di tener testa agli uomini, spesso coriacei, che popolano questo settore. Sorride nel ricordare di quando venivano «autisti molto gelosi del proprio mezzo, mi agitavo un po', una volta a uno ho rovinato la sponda nel caricare. Sembrava fatto apposta».

Nelle vallate – come una «freccia che vola veloce di bocca in bocca» – si diffonde la notizia che alla guida della cava ci sia la bella figlia del Magnani, e allora guai i camionisti e gli artigiani, si fa a gara per andare lì a caricare; lei sorride sempre e rimane al suo posto, su due piedi, forte come la materia che le dà da vivere. Si abitua ai complimenti e anche ai lazzi più maschili che le vengono indirizzati. Si imbarazza però molto, come una bimba, nel fare la fotografia per questa pagina. Oggi, a dar man forte, lavora con lei il marito Simone Allodi. Dieci, dodici ore di lavoro al giorno. «Berto ci ha passato i suoi clienti. Allora – argomenta – si lavorava con altri tempi e con committenze forse più comprensive. Lui scavava a mano e quando gli veniva chiesto qualcosa si prendeva il giusto tempo per cercarla, nelle cavità della montagna, oppure offriva ciò che aveva in casa, anche se magari non dell'esatta forma o misura richiesta. Oggi con le macchine tutto è possibile e quindi i ritmi sono aumentati, i clienti sono sempre più esigenti». Ricorda tutto con affetto: «Ho cominciato con lui. Mi ha fatto capire che ogni sasso è differente dall'altro. Questa cava c'è da un secolo. Non la vogliamo trasformare in un'industria, vogliamo rimanere artigiani, così come oggi». La «Pietra di Cassio», così si chiama la cava e la pietra, un'arenaria grigio-scuro con proprietà antigelive. Viene adoperata per i muretti, per le pavimentazioni e spesso nel campo funerario.

Lei, Giulia, di cosa si occupa? «Curo l'amministrazione e il rapporto con i clienti. Ma nell'evenienza ci sono anch'io». Intende fare i lavori da olio di gomito. Sul marketing ha le idee chiare: «Tutti i clienti li abbiamo trovati con il passaparola; anzi, meglio dire che si sono trovati tra di loro». Quando aspettava il figlio Riccardo, qualche anno fa, lavorò fino al giorno prima del parto e ripartì due giorni dopo il lieto evento. Nel giorno stesso, ferie? «No, dal letto in ospedale rispondevo alle telefonate, le infermiere pensavano fossi matta». Adesso il piccolo ha sei anni, e chissà cos'è per lui la pietra: uno dei pochi bambini che il camioncino con la pala non ce l'ha in scala ma grande come uno vero.

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