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Don Giorgio Laurenti, da 56 anni parroco a Valbona

01 febbraio 2015, 06:00

Don Giorgio Laurenti, da 56 anni parroco a Valbona

Stefano Rotta

In montagna ho trovato fede e vivere civile», dice don Giorgio, nella sua chiesetta, «il più bel campanile in sasso della diocesi, dopo ci sono la Cisa e Graiana di Corniglio». Andiamo a trovare questo pastore di montagna nella sua canonica di pietra, a Valbona, parrocchia di San Bartolomeo, dirimpetto all'antico campanile di arenaria; poco più un là, l'Autocisa, segno dei tempi, «ho benedetto le gallerie al tempo del cantiere». Un fuoco acceso al centro della stanzetta, e il calore della sua fede dopo 56 anni di missione. «Bisogna conoscere i libri. Ma bisogna conoscere le persone». Don Giorgio Laurenti è un'anima votata a Dio e un cuore rivolto alla gente, alla sua gente, dal lontanissimo Dopoguerra. E' venuto al mondo da queste parti il 15 giugno 1934, ricorda quindi perbene i rastrellamenti tedeschi dell'atroce 1944. Il padre era vigile urbano, qui a Berceto, operava nella squadra antineve del comune. Decideva quali fossero le priorità su cui intervenire. «Il parroco, don Achille Monti, di Berceto, fu preso e caricato dai tedeschi. Venne portato a Bibbiano, nel reggiano». Prosegue: «Noi preti non eravamo tutelati in quei giorni. Rischiavamo come tutti gli altri. Il vescovo prese questi preti sotto la sua responsabilità e li portò in seminario minore a Parma. Ero ancora un ragazzino». Mio padre è stato due giorni in mezzo al frumento. Una notte andò a piedi verso Roccaferrara, dove trovò i parenti di mia madre.Quand'ero bambino ricordo di aver visto passare a piedi i partigiani, c'era Birra, il comandante, e c'era Sparviero, ancora ragazzo. Ricordo anche Don Guido Anelli, prete partigiano, con la veste». Don Giorgio fu ordinato sacerdote l'11 ottobre 1959 da Monsignor Evasio Colli, entrò in parrocchia il primo novembre dello stesso anno. «Vai su con i tuoi amici», gli disse lui. «Ai tempi non molti volevano fare il parroco di montagna. Chi veniva mandato, a volte non riusciva a integrarsi perbene con la comunità. Così il vescovo, affettuosamente, mandò me, perché ero nato lì e avrei ritrovato la mia gente. “E poi non mi domandi subito di venir giù“, aggiunse. Per fortuna mi sono fermato – riflette oggi – qua c'è ancora un certo clima». Qual è il significato della missione? «Il senso di paternità. Stare in mezzo alla gente». Gira con la Fiat Campagnola fra le sue chiesette sparse per i monti. Pastorale e pastorizia sono i due percorsi di questo sacerdote, «senza confondere le cose», rimarca. «Gesù Cristo ha preso pane e vino per rimanere in mezzo a noi. Ho battezzato e sposato i figli delle coppie che avevo sposato cinquant'anni fa». Lo ripete perché ci tiene molto. Gli sembra – ed è – una cosa meravigliosa, unire i destini ai figli dei suoi primi matrimoni. Che poi sono arrivati a più di ottocento. Si riflette sul pezzo di mondo che sta intorno: «L'abbandono dell'agricoltura e l'abbandono della montagna stanno causando frane e degrado. Le piante cadono nei fiumi e sempre meno persone tengono puliti i corsi d'acqua. Per salvare Parma bisogna tener pulita la montagna». Ne parliamo in giorni in cui il fenomeno del vetro-ghiaccio ha acuito i problemi. «Va ammesso, Valbona è proprio carina. Il posto, la Cisa, mi hanno reso così. La frazione è passata da 200 a 60 abitanti. La strada la fecero con il picco e il badile, lo ricordo bene, ero un ragazzino. Prima eravamo collegati con la mulattiera. Pagazzano fu collegata nel 1960. L'acquedotto arrivò nel 1962. C'era però una scuola con venticinque ragazzi». Prova ancora emozione nel fare il prete? «La fede è una grazia. A volte mi dico messa da solo. La fede non è un ragionamento». Dice: «Il prete prima di tutto dev'essere un uomo. In mezzo agli uomini e alle donne. La mia paternità è questa: la gente di montagna, gli ammalati, le persone da sposare». Geografia, socialità, missione. Quando si hanno le idee chiare i mondi e le scienze vengono in armonia: «Se vien meno la trattoria è finita. I non credenti li trovi lì. La trattoria è un servizio sociale. Bisogna capire che vanno aiutate, queste attività». Per molti è un «prete contadino», lui smorza, vuol che si pensi, semplicemente, che dà una mano a «tener pulita la montagna e il podere», dove accoglie gli scout. Al merito riporta una bella frase, «i coltivatori diretti sono i sacerdoti del Creato». Una maestra di Berceto gli ha scritto: «Un prete di montagna, che sa parlare al cuore di chi l'ascolta, con semplicità e carità, con un pensiero sempre rivolto alle famiglie, ai giovani e agli anziani, molto partecipe alle gioie e alle sofferenze delle famiglie, sempre presente al funerale degli amici, vicino settimanalmente agli ammalati, nelle sue parrocchie e negli ospedali della zona. Nonostante i suoi ottant'anni soddisfatto di riuscire a offrire alle sue sette chiese la messa festiva e prefestiva, zelante nel partecipare a iniziative, agli incontri diocesani, instancabile nel tener vivo e saldo il legame con la Lunigiana, attraverso la festa della Cisa, organizzando la processione e varie celebrazioni nella chiesetta dedicata alla Madonna della guardia. Il suo affetto mariano lo esprime anche organizzando pellegrinaggi a Lourdes e a Medjugorje, dove svolge ogni giorno per diverse ore il ministero della Riconciliazione».

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