Archivio bozze

Personaggio

Un bandito in Val Baganza

02 febbraio 2015, 06:00

Pietro Bonardi

Nella parlata parmigiana rimane vivo solo il bandito Giuseppe Berrettta impiccato in Ghiaia l'8 agosto 1802: la fórca 'd Brèta o l'é pés che Brèta o al n'à fat pù lù che Brèta. Sembra svanita del tutto, invece, la nomea che si era fatto l'ex gendarme ducale Paolo Boschi, nato a Sant'Ilario Baganza nel 1827, benché abbia alimentato in molte generazioni, in Val Parma. Val Baganza e Val Taro, la fama di imprendibile nemico del nuovo Stato unitario. Allo studio della sua figura si è dedicato il calestanese prof. Filippo Abelli. Un primo risultato delle sue indagini l'aveva affidato ad un ampio saggio comparso sul numero unico locale Calestano '85 ed ampiamente poi sfruttato (con qualche svarione topografico: un Sant'Ilario d'Enza per Sant'Ilario Baganza e un sindaco di San Vitale Baganza per Sala Baganza) da Gustavo Buratti nel volume, edito con Corrado Mornese nel 2006, Banditi e ribelli dimenticati.

Recentemente Abelli ha ripreso in mano documenti e riflessioni ed ha dato alle stampe il robusto volume (116 pagine più un sedicesimo di illustrazioni) Paolo Boschi - Un bandito ottocentesco tra Val Parma e Val Taro (quaderno n. 24 del Centro Studi della Val Baganza). Scorrono così, in capitoli densi anche di opportuni interrogativi rimasti insoddisfatti per l'aridità delle fonti documentarie, le tappe di una vita che dall'originario legame con la terra (la famiglia conduceva a mezzadria un podere in zona di Sant'Ilario Baganza) lo vede passare tra i gendarmi del declinante governo ducale e poi per pochi mesi tra i carabinieri del governo sabaudo dell'Emilia nel 1859. Oscuri rimangono i motivi esatti che lo spingono il 20 maggio 1861 a sottrarsi all'ordine di seguire in caserma il brigadiere di Calestano e ad abbandonare precipitosamente la tabaccheria che da tre mesi gestisce con la moglie Maria Luigia Ramolini.

Inizia così una latitanza costellata di avvenimenti accertati e di episodi che non sfuggono all'ingigantimento della fantasia dei testimoni, suggestionati dalla consolidata fama di infallibile manovratore di schioppo e pistola e di abilissimo beffatore delle forze dell'ordine dispiegate per catturarlo. Una beffa per tutte: nell'osteria di Marzolara «entrò un carabiniere graduato, forse un maresciallo. Disse di essere giunto da via e che doveva raggiungere Calestano. Chiese agli astanti se ci fosse qualcuno che doveva fare la stessa strada o che lo volesse guidare e non lesinò spiegazioni sul perché era lì: era stato mandato per catturare l'imprendibile fuorilegge Boschi ed era sicuro di poter liquidare la faccenda in poco tempo. Uno dei giocatori, dichiarando di essere di Calestano, raccolse l'invito e gli disse che avrebbe ben volentieri condiviso con lui il tratto di strada se avesse atteso la fine della partita a carte. I due s'avviarono e giunti a poca distanza da Calestano, l'accompagnatore, puntando una pistola sul militare, lo disarmò, gli rivelò di essere lui il ricercato e con uno spintone di piede gli indicò l'ultimo tratto di strada».

Secondo Abelli l'imprendibilità di Boschi, oltre che alla sua guardinga astuzia, era garantita anche da qualche possidente locale, fiducioso, per la tutela dei propri beni, più della determinazione di un fuorilegge che dell'efficienza delle forze dell'ordine. Ed il venir meno di queste protezioni, anche per il consolidarsi del nuovo assetto politico (nel 1870 con la presa di Roma, l'unità d'Italia è completa) induce Boschi nell'ottobre 1871 ad emigrare, sotto falso nome, in Corsica, ed è qui che, per opera di un delatore, finisce la sua «libertà». Catturato dai gendarmi francesi viene estrado in Italia ed il 26 maggio 1873 è davanti alla Corte d'Assise di Parma. Il processo suscita enorme curiosità e dettagliate sono le notizie fornite dalla stampa cittadina fino alla sentenza che il 13 giugno dello stesso 1873, dopo tredici udienze, condanna a morte l'imputato.

A pesare per una pena così severa non sono tanto le molteplici “grassazioni” che gli vengono attribuite e nemmeno l'uccisione, ritenuta involontaria, del piccolo Elia Paoletti di San Michele Tiorre, colpito al ventre il 28 gennaio 1864 da una pallottola di fucile. Quanto alle «grassazioni», infatti, i giudici le ritengono più che altro frutto di esagerazioni o addirittura di invenzioni, perché era invalsa la moda di attribuire a Boschi qualsiasi misfatto compiuto da ignoti. Determinanti, invece, sono il ferimento di due carabinieri avvenuto a Casatico il 5 marzo 1864 e l'uccisione, oltre al ferimento grave di un altro, del carabiniere Francesco Calzia di 24 anni, colpito a morte nel buio (colpito da chi? Boschi sostenne di non essere stato lui) del 21 dicembre 1866 durante la sparatoria per catturarlo nel casolare detto «Il Favale» di Talignano. Poi la storia di Boschi piomba nel buio: la Suprema Corte di Cassazione di Torino quattro mesi dopo annulla le sentenza di Parma e la rimanda alla «Corte d'Assise del Circolo di Piacenza».

La perdita (o il non ritrovamento) della nuova sentenza lascia senza risposta la legittima curiosità di conoscere quale sorte sia toccata ad un uomo che, secondo Abelli, si era messo fuori dalla legge non per una voluttuosa voglia di delinquere, ma per la convinta opposizione ad un nuovo ordine di cose che scompigliava una secolare gerarchia di valori e di sicurezze. E per emettere questo giudizio, per così dire, assolutorio, l'Autore intercala la narrazione, agile e stimolante, dei fatti con una poderosa catena di dubbi e di questioni aperte che dimostrano come sulla storia, su qualsiasi storia anche quella di un ormai «oscurato» fuorilegge, non possa mai essere posta la parola «fine».

© RIPRODUZIONE RISERVATA