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Spaccio e degrado

Viale Piacenza: tutto come prima

02 febbraio 2015, 06:00

Viale Piacenza: tutto come prima

Chiara Pozzati

Sul marciapiede, sotto aghi di pioggia, spuntano come funghi. In via Savani arrivano fino a grappoli di cinque, tutti in fila come a bloccare un passaggio già deserto da ore. A distanza di una settimana si torna nel fortino dello spaccio, dove non c’è più distinzione tra male e bene, i mondi paralleli del crimine e della normalità finiscono per diventare una sola cosa. Sempre le stesse facce ti aspettano se imbocchi via Lanfranco, ogni metro ha il suo «uomo». Poi, quando si annoiano, i cavallini che sfilano su viale Piacenza vanno a scambiare quattro chiacchiere con chi è nelle viuzze interne.

Dopo una settimana non è cambiato niente, ma non c’è da stupirsi: questo spicchio di Parma e i suoi guai sono come un romanzo lungo anni. E tornano anche le lucciole, strizzate in calze velate sgargianti e shorts inguinali. Pezzi di carne in vendita insieme a una dose di «bamba». Un doppio servizio in cui non esiste il soddisfatti e tantomeno il rimborsati. Lo sanno tutti giù di qua, costretti a cambiare strada quando portano a passeggio il cane e che vivono con il cuore in gola quando la figlioletta è fuori. Gli stessi che quando vanno fuori a cena s’impongono di distogliere lo sguardo dall’altro lato della strada, come se un pugno d’asfalto bastasse a non farsi domande.

La mappa è sempre la stessa: su viale Piacenza le vedette macinano chilometri, ma lo spaccio vero è nelle vie interne. Via Lanfranco, via Baratta, via Boccaccio e viale Pasini di fronte al Parco Ducale. Poi lo «special guest»: il piazzaletto interno di via Savani. Alla luce dei lampioni le auto si fermano e la giostra della compravendita comincia a girare. Solo le contrattazioni oltre il finestrino avvengono con il cavallino in bici, ma chi va a prendere la roba nascosta qua e là spunta più tardi e a piedi. Hai come l’impressione di trovarti di fronte a gazzelle impaurite: gli spacciatori fiutano l’aria, si accorgono che li osservi ma non ti conoscono e quindi non si azzardano. Già, perché se tu fossi uno del quartiere loro lo saprebbero, magari avrebbero il fegato di farti cambiare strada. Ma tutto cambia se sei estraneo, un potenziale sbirro in borghese o ficcanaso, o cliente. Certo le auto appostate le squadrano da cima a fondo, sempre con il cellulare all’orecchio, così giusto per sentirsi protetti. Sono in troppi e agili e la «pantera» della questura, che pure sfida queste strade, non riesce a inchiodarli, tanto sono capaci di fondersi con le ombre degli androni.

Al panorama si aggiungono i relitti umani. Barcollano per via Savani con il Tavernello sotto braccio e la preghiera di una sigaretta. Raccattano monetine per poi umiliarsi di fronte ai pusher dall’altro capo della strada. Tutto per l’ultima dose, a cui ne seguirà una e un’altra ancora. In una notte che fa paura.