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«Aemilia»

'Ndrangheta: spunta giro di fatture false

03 febbraio 2015, 06:00

'Ndrangheta: spunta giro di fatture false

Georgia Azzali

Una mafia che si fa impresa. Che, pur mantenendo i contatti, ha saputo tagliare il cordone ombelicale con la casa madre calabrese. E' il volto moderno della 'ndrangheta emiliana. Indossa panni (apparentemente) meno violenti, ma perché ha imparato a fare girare il denaro. A riutillizzare le somme, facendole lievitare, anche grazie a un giro vorticoso di false fatturazioni. Sono decine le società coinvolte nell'inchiesta «Aemila», tra cui anche la Core Technology: una srl, con sede in via Augusta Ghidiglia, che commercia all'ingrosso e al dettaglio in pc e componentistica elettronica. Nel 2010, secondo l'accusa, ha emesso e ricevuto fatture relative a operazioni inesistenti complessivamente per 5.406.547 euro.

Ed è proprio quello l'anno di fondazione della srl, nata con un capitale sociale di 110.000 euro versato in parti uguali da Giuseppe Giglio e Pasquale Riillo, crotonesi, entrambi arrestati mercoledì scorso con l'accusa di associazione mafiosa: il primo residente a Montecchio, l'altro con casa a Viadana. Dopo pochi mesi nella società viene assunto Francesco Pelaggi, crotonese, da anni residente a Maranello, già indagato nell'inchiesta «Point Break» per l'elaborazione di false fatture secondo le direttive dello zio Paolo, tuttora in carcere. I due nomi, insieme ad altri indagati, che ritornano anche per il giro legato alla Core Technology. Tutti sotto inchiesta perché avrebbero impiegato o comunque dato l'assenso per utilizzare montagne di soldi di provenienza illecita, consentendo anche alle varie società collegate maxi evasioni fiscali.

Denaro frutto di estorsioni, usura e frodi fiscali dalle cosche degli Arena e dei Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e dei Grande Aracri di Cutro. Agli inizi del 2008, però, i vecchi equilibri saltano, perché l'inchiesta «Point Break» mette alle strette l'organizzazione e allo stesso tempo falliscono due delle società utilizzate per le «frodi carosello». E' così che Giglio e Riillo, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, mettono a disposizione di Paolo Pelaggi i soldi per far ripartire l'attività di riciclaggio attraverso una nuova galassia di imprese. Un gruppo di società che opera in ambiti vari, ma poco importa la vendita della merce «ufficiale». Perché il giro di false fatturazioni garantisce un guadagno del 5/10% dell'importo fatturato, consente di far aprire i rubinetti del credito di banche e società di factoring, fa recuperare il rimborso Iva. Poi, una volta che le imprese utilizzate annegano nei debiti, vengono abbandonate al fallimento. «In tal modo - si legge nell'ordinanza firmata dal gip Ziroldi - era garantito l'investimento del denaro e dei beni in attività economica e conseguentemente la redditività dello stesso a favore primariamente delle stesse associazioni di stampo mafioso».

Un sistema collaudato, che prevede una serie di passaggi documentali, in modo da nascondere l'accertamento della realtà, accreditando la circolazione di beni che in realtà erano inesistenti o avevano un valore decisamente inferiore a quello dichiarato. Il ruolo di Francesco Pelaggi nella Core Technology? Fare da punto di riferimento per lo zio Paolo, oltre che per Giglio e Riillo, nella predisposizione delle fatture, nell'organizzazione delle finte spedizioni e nella predisposizione delle richieste di bonifico da inviare agli istituti bancari.

Ma tra le varie intestazioni fittizie di società compare anche la Tecnotrasporti meccanica: una srl per il montaggio e la manutenzione di impianti industriali ed elettrici che nel marzo del 2012, a Parma, Vito Gianni Floro, finito dietro le sbarre per associazione mafiosa, passa nelle mani di Giuseppe Scordo. Niente più che un prestanome, secondo gli inquirenti, perché il vero scopo dell'operazione è quello di riciclare i soldi della cosca. Con Floro saldamente alla guida dell'impresa.