Archivio bozze

'ndrangheta

Da Vigheffio a Sissa, così agiva la cosca

05 febbraio 2015, 06:00

Da Vigheffio a Sissa, così agiva la cosca

Preferisce non mostrare il volto truce, la 'ndrangheta emiliana. Creare castelli di società guidate da fantasmi o piazzare i propri uomini in imprese sull'orlo dell'abisso. Ma quando le parole (più o meno pressanti) non bastano più, i metodi sono quelli «classici». E i messaggi diventano brutalmente chiari. Estorsioni, incendi, danneggiamenti: il copione è sempre quello, anche se spesso tutto rimane sotto traccia. A Parma, come altrove, quando si tratta di affari.

E' il caso della Edil Res, impresa edile di Salvatore Palmo Rotondo, cutrese, fallita nell'aprile 2012. Al centro della vicenda, su cui si sofferma l'ordinanza di custodia cautelare dell'operazione «Aemilia», la realizzazione di otto villette in via Nicolodi, a Vigheffio. La costruzione delle case viene commissionata a Rotondo da Pasquale Rizzo, suo compaesano: 1.300.000 euro l'investimento. L'accordo prevede anche che sia Rotondo a contattare le ditte per la realizzazione del cantiere. E a questo punto entrano in scena due tra gli uomini di spicco della cosca emiliana, Antonio Silipo e Gaetano Blasco. Ma le cose si complicano quando Rotondo fa fatica ad onorare i pagamenti. I rapporti cominciano ad incrinarsi, nonostante l'imprenditore, sull'orlo del fallimento, versi un po' di denaro a Silipo e Blasco, mentre tutti gli altri fornitori restano a secco. «La netta differenza tra gli imprenditori cutresi e quelli parmigiani ha senza dubbio un valore di riscontro, frutto non del caso ma di quella forza intimidatrice che costoro sono in grado di vantare tra i loro conterranei», scrive il gip Alberto Ziroldi.

Tanto da arrivare alle minacce di morte. Tra i due c'è una telefonata tesissima. «Turù io non ho niente da perdere lo sai???!!!», dice Silipo. «Tonino, ma mi vuoi ammazzare? Vieni e sparami!!! E non lo so io», replica Rotondo. E l'altro: «Turù, a me come mi vedi sono! Io non ho niente da perdere».

Il comportamento di Rotondo porta anche allo scontro i due affiliati, Silipo e Blasco. E solo l'intervento del boss Nicolino Sarcone, «dall'alto della sua autorevolezza criminale», scrive il gip, riesce a ricomporre le cose.

Fiamme a Torricella di Sissa

Dalle pesanti intimidazioni ai roghi più che sospetti. Nella maxi ordinanza dell'operazione «Aemilia» spunta anche l'incendio, nella notte tra il 5 e il 6 novembre 2012, alla Alpi Sabbie di Torricella di Sissa. Le fiamme divorano un camion, un autocarro, un escavatore e intaccano il prefabbricato adibito ad ufficio e una pala gommata. Solo 24 ore prima un altro incendio va in scena alla Bonifazio Trasporti di Reggiolo: nove camion distrutti. Nessun collegamento accertato. Ma resta il fatto che il titolare della Alpi Sabbie, quando viene sentito dai carabinieri, riferisce di avere un credito di 70.000 euro con Antonio Silipo. Nomi che ritornano. E sospetti che aleggiano.

L'imprenditore racconta infatti agli investigatori di essersi messo in moto per il recupero del credito. Lui e Silipo si vedono nello studio di un commercialista a Reggio per trovare un accordo, ma non se ne fa nulla. E Silipo se ne va con questo saluto: «Allora, se la metti così tu questi soldi non li vedrai mai più, so chi sei, so dove abiti, so che hai moglie, hai casa. Non ho paura di finire in galera! Dillo pure a chi vuoi! Mi chiamo Silipo Antonio, sono uomo d'onore».

Pochi dubbi sull'estorsione. I due non si sentono per un anno, poi a qualche giorno di distanza dall'incendio, Silipo torna a farsi sentire. «Mi sono ricordato di voi, va bene? - dice chiamando il titolare della ditta -. Mi sono... Anche se non c'entro niente coi fatti, capiscimi! Va bene? Però io mi accollo il problema di aiutarvi, ok?».

Il linguaggio mafioso

Non ci sono prove che dietro l'attentato ci sia Silipo, e quel reato non gli viene attribuito. Ma quel «capiscimi, va bene?» rimanda a quel mondo, «è uno stilema proprio dell'agire mafioso», scrive il gip. Non solo. La proposta che Silipo fa all'imprenditore per risollevarsi è quella di trasformare la cava in un deposito di materiali non consentiti. Una telefonata di cui il titolare parla subito dopo con gli inquirenti, anche se la chiamata era già stata intercettata.

Secondo gli inquirenti, il vero obiettivo era quello (non riuscito) di penetrare nella struttura economica dell'azienda per poi eventualmente acquisirla. La strategia rodata del clan. E «perfetta» in quel periodo: bisogna trovare cave perché si prospettano raffiche di appalti legati alla ricostruzione post terremoto in Emilia.G. Az.

© RIPRODUZIONE RISERVATA