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Interviste

Parmigiani alla ricerca di un futuro all'estero

06 febbraio 2015, 06:00

Stefano e Giulia

Stefano e Giulia vivono a Berlino. 29 e 27 anni, lui architetto e lei insegnante, finiti gli studi hanno deciso di allargare l'orizzonte delle proprie aspirazioni professionali e di trasferirsi in una città che potesse offrire loro qualcosa di più. Ora, a un anno e mezzo di distanza dal distacco con la città in cui erano nati e cresciuti, vivono in un bell'appartamento - «una casa che in Italia non ci potremmo mai permettere» sottolineano -, hanno nuove abitudini, tanti progetti e due lavori appaganti. Stefano Arrighi, laureato in Architettura a Milano, si è trasferito a Berlino a luglio 2013; Giulia Maccanelli, una magistrale in Filosofia in tasca, a novembre dello stesso anno l'ha seguito.

«Avevamo preso in considerazione insieme l'eventualità di partire quando, ancora in Italia, Stefano aveva ricevuto un'offerta di lavoro come architetto in un'importante studio a Berlino – racconta Giulia -. Le uniche prospettive, rimanendo a Parma o in Italia, erano impieghi sottopagati o addirittura non retribuiti, e dopo una tesi sperimentale sul design computazionale e l'architettura adattiva, un settore che in Italia è ancora poco diffuso, era chiaro che bisognava guardare altrove».

Ora Stefano è project leader nello studio di un noto artista internazionale, Tomas Saraceno, e da qualche tempo, insieme ad alcuni colleghi, è insegnante di una serie di corsi internazionali di modellazione algoritmica.

«Io, ad un anno dalla laurea in Filosofia, mi sono resa conto, non senza grande delusione, di non poter intraprendere la strada professionale per la quale avevo studiato – continua Giulia -, cioè l'insegnamento al liceo. I percorsi di accesso a questa carriera (Tfa - tirocinio formativo attivo) sono stati bloccati per almeno due anni, per non parlare dei concorsi e delle infinite graduatorie che mi aspettavano una volta abilitata. Insomma, una vita da precaria. Così mi sono reinventata. Prima di partire, mentre mi mantenevo facendo la barista nei weekend, ho svolto un tirocinio a Forum Solidarietà ed è lì che ho conosciuto il mondo dell'insegnamento dell'italiano a stranieri. Quindi ho ottenuto la certificazione per insegnare italiano all'estero e adesso lavoro in una scuola di lingue: insegno italiano e mi occupo di tutta la gestione didattica. Il mio capo non ha avuto paura ad investire su una ventisettenne, ha riconosciuto il mio potenziale e mi ha dato diverse responsabilità».

Berlino è sembrata da subito la meta giusta. «Una città viva, dinamica, piena di arte, cultura e con dei costi accettabili in cambio di una qualità di vita invidiabile - raccontano i due -. Ci sono stati, chiaramente, anche dei lati negativi: cercar casa qui è come affrontare un casting per una trasmissione televisiva, file chilometriche solo per vedere un appartamento a Kreuzberg (uno dei quartieri più caratteristici, ndr.), con la speranza di essere il prescelto inquilino (in quanto coppia abbiamo guadagnato notevoli punti!). Poi c'è la burocrazia tedesca che non aiuta certamente e lo scoglio linguistico tantomeno».

A oltre un anno di distanza, però, Stefano e Giulia si sentono abbastanza integrati. «La cosa che ci manca di più sono le nostre famiglie e gli amici veri. Quelli sono insostituibili – aggiungono -. Poi c'è chiaramente il cibo, per il quale siamo disposti a sacrificare spazio prezioso nei nostri bagagli a mano ogni volta che torniamo. Per il resto, non possiamo negare di guardare all'Italia con un po' di frustrazione, se non altro per non averci permesso di realizzare le nostre aspirazioni. Non è vero che “scappare” all'estero è la scelta più facile, perché ci vuole coraggio a lasciare tutto. Al momento però l'idea non è quella di tornare, perché, purtroppo, significherebbe ricominciare al punto di partenza. Più avanti, chissà».

Anna ed Enrico

Anna ed Enrico stanno dall'altra parte del mondo dal 2011. 23 anni lei, 31 lui, i due fidanzati parmigiani vivono a Sidney, Australia.

Dopo la maturità al liceo sociopedagogico, Anna Corini aveva deciso di andare all'estero per qualche mese, in modo da perfezionare l'inglese e fare un'esperienza, e optò per l'Australia. Enrico Mezzi - che qui a Parma aveva lavorato come grafico e si stava specializzando come fotografo e fotoritoccatore - la andò a trovare durante le vacanze natalizie.

«Durante questo periodo insieme, ci siamo resi conto di stare molto bene e abbiamo capito che, in un Paese come questo, una persona correttamente formata che conosce il proprio mestiere ha opportunità di guadagnare bene ed avere uno stile di vita invidiabile» spiegano. Finite le vacanze Enrico tornò in Italia, mentre Anna rimase in Australia per un altro mese.

«Non appena feci ritorno, decidemmo di mollare tutto e provare una nuova vita - racconta Anna -. In Italia stavamo bene, ma qui vedevamo molte più opportunità. Il nostro obiettivo era andare a Sydney: arrivati là, avremmo fatto una scuola per imparare l'inglese, in modo che Enrico, data la sua esperienza lavorativa, riuscisse a trovare un buon posto che gli garantisse il visto sponsor».

E andò esattamente così: in 4 mesi Enrico riuscì a ottenere il visto che gli avrebbe dato l'opportunità di stare in Australia per 4 anni, aprendogli tutte le porte necessarie per ottenere gli altri permessi, fino a poter avere il passaporto.

«Così è cominciata la nostra avventura - prosegue Anna -: io ho continuato a perfezionare il mio inglese, facendo dei corsi di lingua avanzati, per poi poter accedere ad una delle migliori università di Hotel and Management d'Australia, che comincerò la prossima settimana. Mentre studiavo lavoravo, e lavoro tuttora, come nanny a tempo pieno, un'occupazione che mi permette di avere un buon stile di vita e una certa autonomia».

«Questo è un Paese fantastico, dai colori e dai paesaggi stupendi - sottolineano -: le persone sono molto aperte e simpatiche, dai ragazzi agli adulti. A livello culturale, certo, la differenza con l'Italia è molto evidente: la nostra è una Nazione ricca di storia e cultura, mentre qui si avverte una certa manchevolezza da quel punto di vista. Anche per questo gli australiani ammirano molto noi italiani: per loro l'Italia è essenzialmente la patria del buon cibo, della cultura e del fashion. I primi tempi è stata abbastanza dura doversi adeguare ad una nuova lingua e parlare inglese, ma la cosa più difficile rimane la lontananza dai tuoi cari e dagli amici. Anche se qui capita di conoscere gente interessante e nuova tutti i giorni, non si può dire che sia proprio la stessa cosa». Per adesso l'obiettivo di Anna ed Enrico è finire quello che hanno iniziato.

«Terminare l'università e magari ottenere il passaporto - spiegano ancora Anna ed Enrico -; dopodiché vedremo in che parte del mondo spostarci. Il consiglio che ci sentiremmo di dare a chi accarezza il sogno di partire e cominciare una nuova vita lontano dall'Italia è di farlo: la vita è una e sicuramente un'esperienza all'estero, superate le difficoltà iniziali, garantisce dei buoni vantaggi».

Famiglia Sarti

Dal Ducato agli States. La famiglia Sarti da circa un anno e mezzo è a stelle e strisce. Marco, traversetolese di 37 anni, è partito alla volta di Evanston, Illinois, nel marzo del 2013, mentre la moglie Manuela Quartulli, 35 anni, lo ha raggiunto con la figlia Matilde, di 5 anni, a ottobre dello stesso anno. E la «squadra» non è ancora al completo, perché a maggio arriverà anche Giacomo, che verrà alla luce proprio in America .

«Io per il momento qui sono casalinga, ma in Italia, prima di avere Matilde, ero assistente alla poltrona in uno studio dentistico - spiega Manuela -. Marco è un ingegnere delle telecomunicazioni e attualmente lavora come site manager per una ditta italiana che ha una filiale qui negli States». La cittadina in cui la famiglia si è trasferita è a nord di Chicago, dove ha la sede la North Western University.

«La ragione principale che ci ha spinti a partire è stata economica - sottolineano Manuela e Marco -. In Italia al momento non gira molto bene e noi eravamo una delle tante famiglie che cercava di vivere con un solo stipendio (dopo che Manuela ha avuto Matilde non ha più trovato lavoro, ndr.). Oltre alle questioni lavorative ed economiche, però, eravamo anche molto curiosi di vedere come sarebbe stato vivere in un altro paese». «Diciamo anche che siamo partiti in vantaggio - specifica Manuela -, perché Marco è cittadino americano per diritto di nascita; la cittadinanza l'ha avuta da sua madre, quindi ha sempre respirato un po' di America in casa. Lo spirito con cui siamo partiti era molto positivo, eravamo un po' timorosi ovviamente, ma determinati». Ripartire da zero lontano da casa non è facile: «Soprattutto se non parli bene la lingua come la sottoscritta - spiega la donna -: i primi mesi ero completamente disorientata, ma direi che poi tutto si è aggiustato. Matilde invece ha imparato prestissimo a parlare inglese e ora faccio fatica a farle parlare l'italiano: è davvero formidabile lo spirito di adattamento dei bambini».

Tra le cose che più mancano, di casa, ovviamente famiglie e amici si guadagnano il podio. «Ma gli americani, almeno per quella che è la nostra esperienza, sono persone molto aperte con gli stranieri e davvero disponibili ad aiutare chiunque abbia bisogno - raccontano -. Ovviamente la lingua, per certi versi, è ancora un grosso ostacolo nella comunicazione e, quindi, nella socializzazione. Farsi delle amicizie vere, guadagnarsi la confidenza e la fiducia di una persona, non è semplice. Come dicevamo, gli statunitensi sono tutti cortesi e gentili, ma fanno molta fatica ad andare al di là del semplice saluto cordiale. Intendiamoci, se hai bisogno sono i primi ad aiutarti, ma poi il loro concetto di amicizia finisce lì. Per noi italiani, che siamo compagnoni di natura, è un approccio sicuramente differente rispetto a quello cui siamo abituati».

I ritmi della quotidianità sono anch'essi molto diversi. «Qui sembrano prendere tutto con molta più calma: alle 5 e mezza di pomeriggio sono tutti già a casa dall'ufficio, giusto per fare un esempio – continua Manuela -. Ci sono delle infrastrutture che purtroppo in Italia ce le sogniamo, e molta organizzazione ed efficienza nel sistema sanitario, nelle scuole, nella burocrazia di tutti i giorni. Niente file in posta o dal dottore, tutto su appuntamento: hai il tuo account medico personale da cui puoi pagare i conti, prendere appuntamenti e ordinare i medicinali. Insomma tutto, ma davvero tutto, online. E funziona davvero». Verrebbe da dire che la famiglia Sarti ha trovato la (sua) America, al punto che l'eventualità di un ritorno in Italia, al momento, non c'è. «Non ci sono possibilità attualmente - spiegano -. Ci siamo sempre detti che saremmo rimasti nel posto che ci avrebbe fatto stare bene e ora quel posto per noi è l'America. In Italia in questo periodo non ci sono prospettive: ragioniamo così anche pensando alle possibilità che avranno qui i nostri figli e che purtroppo in Italia non potrebbero avere. Non vediamo molti segnali positivi: basta pensare che, quasi per farci del male, alla sera vediamo in streaming la trasmissione Report, e ogni volta andiamo a letto stupefatti per come stanno evolvendo le cose. Il nostro consiglio a chi ha intenzione di cambiare la propria vita, partire e ricominciare in un altro Paese è semplice: provateci. Sono occasioni che si presentano una volta nella vita».

Famiglia Baroni

Come vedono l'Italia da oltremanica? «Si guarda al nostro Paese come ad un adolescente un po' screanzato, che continua a sprecare occasioni, ma soprattutto come ad una Nazione che offre poco ai suoi cittadini ».

Andrea Baroni, 40 anni, a Parma era un bibliotecario, ora vive a Glasgow, Scozia, ed è un wine specialist; la moglie Ilaria Spigaroli, 37 anni, qui era impiegata comunale e ora, a Glasgow, frequenta il college per imparare la lingua e fa parte del consiglio dei genitori della scuola dei bimbi, Adelaide, 9 anni, ed Edoardo, 5. Andrea è arrivato a settembre 2013 e il resto della famiglia lo ha raggiunto dopo 9 mesi.

«Abbiamo sempre avuto l'intenzione di vivere un'esperienza all'estero che fosse qualcosa più di una vacanza lunga - commentano -. L'università da finire, il matrimonio, la genitorialità, il mutuo ed altre scuse ci hanno sempre fatto rimandare. Poi i figli stavano crescendo, il tempo passava e la situazione in Italia e a Parma diventava sempre più insicura: così abbiamo deciso di muoverci».

La coppia ha optato per una città anglosassone, in modo che i figli potessero imparare l'inglese. «Il mercato del lavoro è ancora ricettivo se si hanno buone qualifiche» commenta Andrea, che ha un titolo di studio preso a Londra in una scuola di enologia.

«Volevamo una città grande, ma non troppo (circa 600 mila abitanti), verde, vivace, giovane e adatta ad una famiglia, ma soprattutto abbiamo cercato una città con un costo della vita adeguato alle nostre possibilità e che offrisse una buona qualità di servizi».

Meritocrazia, in Italia, fa rima con utopia. E all'estero? «Qui il lavoro viene verificato per obiettivi di vendita ed altri parametri di soddisfazione della clientela. Ogni mese c'è una verifica dell'operato ed una volta all'anno si ha la revisione della propria paga in base ai risultati. Il primo anno sono risultato tra i migliori 3 impiegati del punto vendita (oltre 120 dipendenti) ed ho ottenuto un aumento di stipendio del 7%. Sono stato premiato come miglior debuttante dell'azienda per la Scozia ed ho avuto il massimo dei voti nel corso di qualifica per il mio ruolo, con una gratifica economica ed un altro incremento nello stipendio».

Edoardo ed Adelaide sono iscritti alla scuola pubblica di quartiere. «La scuola è molto inclusiva ed accogliente; le lezioni dinamiche - racconta la famiglia -: imparano matematica utilizzando i registratori di cassa, gli scontrini dei negozi, gli estratti conto di conti correnti o carte di credito; fanno le frazioni utilizzando i cioccolatini o prendono spunto dalle ricette per parlare di coesistenza e società. I bambini sono gli unici italiani della scuola e sono molto benvoluti. Qui la scuola è divisa in 2 cicli: ci sono la Primary, che va dai 5 ai 12 anni , e la Secondary, che va fino all'anno scolastico in cui si compiono 17 anni. Quindi si entra presto all'Università ed a 21 o 22 anni si è già laureati».

Ripartire da zero in un altro Paese è stimolante.

«Ci sono abitudini, leggi e sistemi differenti; con alcuni aspetti positivi (qui ad esempio la sanità è gratuita, in farmacia non spendi un penny per le medicine che il medico ti ha prescritto o anche per smettere di fumare), la scuola è interamente gratuita (non si pagano libri, quaderni, né matite, né pranzo; ma solo le divise) ed il livello dei servizi e dell'efficienza è molto alto. Alcuni aspetti sono anche negativi: da un giorno all'altro ci hanno detto che la proprietaria della casa dove abitavamo aveva deciso di vendere e a noi restavano solo 2 mesi per trovare una nuova soluzione abitativa. La burocrazia è praticamente assente. Le regole sono più diffusamente rispettate, chiare ed univoche». Più che tornare in Italia, ai Baroni piacerebbe andare ad abitare, magari tra qualche anno, in un altro Paese, per conoscere nuovi posti.

Il consiglio che la famiglia parmigiana si sente di dare a chi vuole partire? Prepararsi. «Noi ci abbiamo messo 2 anni ad organizzare tutto: scegliere la destinazione, fare la scuola di enologia a Londra ed iniziare a fare colloqui di lavoro dall'Italia - conclude Andrea -; poi sono partito per fare colloqui sul posto che sono sfociati in proposte lavorative; quindi per 9 mesi ho abitato qui da solo, mentre Ilaria era a casa a gestire i bimbi e a far loro frequentare un corso intensivo di inglese. È stata dura, molto, ma anche stimolante. Una volta verificato che il lavoro era buono, le prospettive per il futuro incoraggianti e la città, in generale, anche superiore alle nostre attese, abbiamo provveduto al trasferimento del resto della truppa».

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