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Inchiesta

Quei portoghesi sui bus

06 febbraio 2015, 06:00

Quei portoghesi sui bus

Chiara Pozzati

Bastano cinque minuti. E il primo ragazzino pizzicato sul bus numero 1, proprio in via Taro, è un marcantonio di 16 anni, con la fidanzatina accoccolata sulle ginocchia. «Buon giorno, biglietto prego»: ecco la fatidica frase che fa affondare le mani tra zaini e borsette, mentre i ligi mostrano quasi trionfanti il ticket tra le mani. Danilo, 18 anni da autista, più cinque da «verificatore», sa come muoversi. Non infierisce, più che altro rabbonisce i ragazzini: «Dai cerca di ricordarti l'abbonamento, se no sono sei euro che continui a pagare» dice quasi come se parlasse a un figlio discolo.

Carlo invece, fresco di medaglia per i 25 anni di carriera in Tep, estrae il suo fedele «Pidion», una specie di post che verifica la validità di biglietti e abbonamenti. Anche lui ha il suo metodo: «Cerco sempre il contatto visivo con i “pendolari”, per una questione di rispetto - confida pacato e serafico -. Noi non siamo solo un numero di matricola e i passeggeri lo stesso». La sua dote? La calma, «che ho appreso grazie alla filosofia buddista e che mi permette di trasmettere serenità».

Eccoli lì i due ciceroni del bus, «abituati a disinnescare, piuttosto che accendere micce inutili». Ma è dura la vita del controllore Tep, fra scuse campate per aria, nervi a fior di pelle, colpi di testa e arroganza. Un po' psicologi, un po' papà e confidenti i due fanno la spola nella zona est della città, fermando il 3, il 4 e pure il 23. Ed è proprio sul 3 che un signore di mezza età alza la voce, «ah vuoi vedere se ho il biglietto? Scendiamo, scendiamo che te lo mostro», il piglio con cui si rivolge a Danilo non è certo rassicurante, ma il verificatore sardo non fa una piega e accompagna il signore giù dal bestione arancione. Improvvisamente le scintille sfumano: «Non ho nemmeno un euro e venti per pagarmi il biglietto - spiega l'uomo, come un animale ferito - ho perso il lavoro a causa della Fornero e a 60 anni chi volete che mi prenda più». Mostra la tesserina della mensa di carità e scuote il capo, Danilo dal canto suo lo ascolta con attenzione gli posa una mano sulla spalla e lo rassicura. Il verbale certo non può ometterlo, ma crede alla versione di quest'uomo. «Avevo capito subito che la sua arroganza era sintomo di insicurezza - svela poi il verificatore - e non volevo umiliarlo. Forse la gente pensa che proviamo una sorta di rivalsa quando diamo le multe, in realtà preferiremmo di gran lunga che tutti avessero il biglietto».

Purtroppo i ricordi di servizio sono variegati, un po' come la fauna che prende l'autobus. «Pochi giorni fa un ragazzino ha provato a fare il furbetto e fornirci il nome sbagliato - proseguono i due - gli abbiamo spiegato che si trattava di un reato penale, che noi rivestivamo il ruolo di pubblici ufficiali e che rischiava d'incappare in una denuncia. Ci siamo fermati davanti alla Questura perché volevamo che capisse la gravità del gesto, ci ha giurato e spergiurato che non l'avrebbe mai più fatto. Poi quando ci ha fornito i documenti veri e abbiamo scritto il verbale, lui ha aspettato cinque secondi e ce l'ha strappato davanti al naso».

Del resto chi viene trovato senza biglietto spesso è disposto a tutto e l'ha dimostrato la recente aggressione alla loro collega che ha rimediato otto giorni di prognosi a causa di un violento spintone. «Di casi difficili ce ne sono tanti - confermano i due -. Come la signora anziana che dice di essere malata, l'immigrato strafottente che tanto sai già che non pagherà il biglietto o il ragazzino turbolento che ti prende a calci e sputi». Nonostante questo i controllori vanno avanti a testa alta, fino alla prossima corsa.

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