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Intervista

Parla Giordano

07 febbraio 2015, 06:00

ROMA

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Alberto Rugolotto

L'avevamo lasciato con la febbre a 38,5° in quel bollente pomeriggio di dicembre. L'avvocato Fabio Giordano non ha proferito parola da quel giorno e anche in quell'occasione avrebbe preferito non presentarsi al microfono. Ci accoglie in completo gessato nel suo studio di Roma, edificio Liberty sul Lungo Tevere, proprio poche ore dopo la notizia della nuova cessione del Parma.

Perché secondo lei Taci ha venduto?

«Perché si aspettava qualcosa di diverso o perché sono venuti meno i vantaggi della sua operazione. Di certo, se Taci era preoccupato dei conti, allora i nuovi investitori o sono sprovveduti oppure la preoccupazione manifestata allora dallo stesso Taci non era così forte. A me era stato chiesto di salvare il club. Se questa è un'operazione speculativa, non la capisco».

Conosce i nuovi acquirenti?

«Taci mi ha comunicato l'avvenuta cessione, mi è stato detto che è un gruppo italiano che ha business all'estero. Ma si paleseranno solo quando saranno immessi i soldi. La cordata è stata portata da Leonardi».

Ma lei è fuori del tutto?

«Sì, sono sceso dalla barca. E così anche le figure che avevo messo nel cda, con grave danno per l'immagine del club. Ho chiesto di rimanere solo ai nostri revisori dei conti, per dare continuità nei controlli».

Perché è uscito?

«Perché al mio piano industriale, Taci e la dirigenza non hanno mai dato risposta. Mi si diceva sempre: domani, domani… Avrei voluto confrontarmi con Leonardi sugli aspetti gestionali, ma non ho potuto comprendere e correggere con lui gli errori fatti in passato dal club».

E con Taci?

«Mi è dispiaciuto molto quando venni a sapere della sua presenza in incognito al Tardini. Non sono stato chiamato nemmeno per la cena col sindaco, una cosa assurda visto che io ho seguito diligentemente la vicenda fin dall'inizio. Mi sarei presentato con un piano finanziario preciso, non solo per mangiare i tortellini. Che ha detto Kodra al sindaco? Nulla».

Lei cosa aveva pensato per il club?

«Un progetto finanziario con la prospettiva di rimanere in serie A. Ho analizzato i conti, volevo creare prodotti finanziari come le fideiussioni da portare davanti ai maggiori creditori, come i procuratori. Con la poca liquidità avrei pagato i dipendenti. Solo dopo i calciatori. Nulla di finanza creativa, al contrario di alcune cose che ho avuto modo di appurare, come la voce relativa ai tantissimi giocatori tesserati, davvero inusuale. Solo dopo la partita col Milan si sarebbe deciso se proseguire col mio progetto oppure passare al piano B, in vista di una retrocessione».

A quanto ammontano i debiti?

«Dalle mie analisi si era palesata una cifra sui 78 milioni di euro. Questo almeno fino a quando c'ero. L'accordo tra Taci e Ghirardi prevedeva che si sarebbe scalato dalla cifra finale dell'acquisto ogni euro in più trovato di debito».

Ma Taci voleva effettivamente investire nel Parma?

«Mi aveva detto che il club sarebbe stato ricapitalizzato con due tranche da 50 milioni di euro. Il socio russo? Mi disse che faceva estrazioni e che aveva un patrimonio da 5 miliardi».

E il bilancio approvato il 27 dicembre della Eventi Sportivi? Suo padre Pasquale nei giorni scorsi figurava ancora a capo del suo cda.

«Questioni di lentezze burocratiche. Dovevamo solo approvare il bilancio, poi il cda è decaduto. Avevo inserito figure di spicco della finanza e delle banche».

La società di revisione dei conti ha sollevato perplessità su quel bilancio

.«Non erano revisori dei conti nostri, non ne sono a conoscenza».

Tutti si ricorderanno di lei in quella famosa conferenza.

«Ho dovuto parlare a braccio per due ore in quella situazione. Le pare possibile per un avvocato internazionale che ha alle spalle una famiglia di professionisti come la mia? Anche perché non ero una “testa di legno”».

Si è scritto che lei è fallito più volte nelle sue attività, in particolare per quanto riguarda uno stabilimento balneare.

«Negli anni Duemila era un fiore all'occhiello della Toscana, ma poi l'ho venduto. Figuro come amministratore di una società vuota. I debiti di quella società non sono miei ma della banca, che non mi ha mai notificato che le miei fideiussioni non erano state restituite. L'ho scoperto dalla stampa. Non sono un liquidatore».

Tra Taci e Ghirardi come andò la trattativa?

«Dissi a Taci: il Parma vale sui 50 milioni di euro. Abbiamo fatto incontrare i due a Milano, poi la trattativa rischiò di saltare perché l'ingegnere si arrabbiò per la fuga di notizie. Servì un viaggio a Tirana con Ghirardi per salvare tutto».

E Doca?

«Aveva paura della pressione mediatica. Ghirardi chiese allora al mio studio di fare il presidente e mi comunicò di andare in conferenza perché altrimenti l'avrebbero massacrato mediaticamente».

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