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Via Burla

Risarcimento di mezzo milione a un carcerato

07 febbraio 2015, 06:00

Risarcimento di mezzo milione a un carcerato

Roberto Longoni

Li ha saldati tutti, i suoi debiti con la giustizia: anno dopo anno. «Quelli dovuti per colpa mia, e quelli che mi sono stati appioppati ingiustamente». Ora dalla parte del creditore c'è lui, un 56enne pugliese che nel 1981, durante un tentativo di rapina, fu centrato alla schiena da un colpo di pistola. Quel proiettile gli procurò una paraparesi agli arti inferiori. Cure adeguate avrebbero potuto permettergli di continuare a camminare. «Cure che mai ricevette durante il periodo in cui fu tenuto in carcere» sottolinea l'avvocato Claudio De Filippi, che in questa causa ha trascinato alla sbarra lo Stato. I giudici hanno dato ragione al legale («Una sentenza eclatante, che ribadisce il diritto alla salute di tutti i cittadini: speriamo possa migliorare le condizioni di tanti») e all'ex detenuto, condannando il ministero della Giustizia a pagare 473.394,07 euro, oltre a saldare le spese processuali e 22.500 euro per onorari. «Nessuno mi ridarà le mie gambe, ma almeno giustizia è fatta» commenta Antonio (il nome è di fantasia), che ora cammina con le stampelle, dopo aver condotto per anni una vita quasi normale, prima che tra lui e la sua riabilitazione (fisioterapica) si mettessero di mezzo le sbarre di via Burla. «Avevo ripreso a guidare il mio camion carico di prodotti ortofrutticoli pugliesi tra il sud e il nord - ricorda lui -. Riuscivo a fare palestra e rieducazione: zoppicavo, d'accordo, ma camminavo». Antonio, le sue colpe le ammette. Aveva 23 anni, nel 1981, quando con alcuni complici assaltò una gioielleria a Taranto. Non sparò un colpo: quel giorno fu lui, mentre stava fuggendo, a essere ferito dal proiettile esploso da un vigile urbano. La pallottola lo centrò alla schiena, procurandogli una lesione midollare. «Caddi a terra e capii subito di aver perso le gambe. Dopo un mese e mezzo di ospedale, in sedia a rotelle fui portato in tribunale, dove venni giudicato per rito abbreviato. Fui condannato a due anni e mezzo». Alle spalle il giovane aveva un'altra tentata rapina. Non ci mise molto a capire di non essere tagliato per quella vita. «Mio unico scopo divenne quello di guarire: di rimettermi in piedi, in tutti i sensi». Trenta mesi di fisiokinesiterapia, in particolare di idrokinesiterapia, gli restituirono più della speranza. «Nel 1983 cominciai a recuperare l'uso delle gambe. Poi, ripresi il lavoro di camionista, pur continuando a eseguire cicli di idromassaggi». Continuò così fino al 1990. Vita massacrante, chilometri su chilometri, salite e discese dalla cabina del camion, rientri a casa. «Mi muovevo da solo, senza problemi». Ma la sua vita stava di nuovo deragliando. «Questa volta senza che fosse colpa mia - sottolinea -. Nel febbraio del 1990 venni arrestato, con l'accusa di essere un trafficante di droga. Un'accusa ingiusta che mi offende, perché io non ho mai avuto niente a che vedere con quella porcheria». Se le cose stanno come dice Antonio, si trattò di una doppia ingiustizia. perché gli portò via non solo vent'anni di vita (la condanna a 26 anni fu abbreviata dai tre anni di indulto e da altrettanti di scarcerazione anticipata), ma anche la possibilità di camminare. «Entrai in carcere sulle mie gambe, pur se claudicante, ma ben presto le mie condizioni precipitarono a causa dell'interruzione dei cicli di idrokinesiterapia». E infatti nel 1991 gli venne concesso l'uso della sedia a rotelle, dopo che il centro clinico del carcere di Bari lo aveva dichiarato minorato fisico. «Difficile spiegare quanto mi amareggi pensare che tutto questo potesse essere evitato. Ho provato in tutti i modi ad attirare l'attenzione sul mio caso: scrivendo lettere su lettere, facendo anche uno sciopero della fame che mi ridusse pelle e ossa». Fu nel 1993 che Antonio venne trasferito per la prima volta nel carcere di via Burla, dove in teoria avrebbe potuto usufruire dell'idrokinesiterapia. «In teoria, già: la piscina per le cure esiste davvero, ma io non l'ho mai vista in funzione. Dallo stesso carcere venivano spediti fax su fax nei quali si sottolineava come fosse necessario che venissi trasferito in una struttura sanitaria vera e propria. Accadeva che mi mandassero i periti, che mi dessero i domiciliari. Ma ben presto quello che recuperavo tornavo a perderlo in carcere, tra Taranto e Parma». Fu nell'agosto del 2000 che i medici dissero che non si poteva fare più niente per il recupero dell'uso delle gambe del detenuto. «In piedi ero un pezzo di legno, tremavo: le gambe mi bruciavano e la sinistra mi si era accorciata di due centimetri e mezzo rispetto all'altra». Terminato di scontare la pena nel 2010, Antonio, quattro volte padre e cinque nonno, vive con 740 euro al mese di pensione di invalidità. Ora questo risarcimento. «Soldi che hanno comunque un fondo amaro. Spero di riuscire a vivere per vederli».

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