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Le due vite di Pastori

08 febbraio 2015, 06:00

Le due vite di Pastori

Stefano Rotta

«Chi aveva un pallone era un signore». Luigi Pastori forse un pallone non ce l'aveva, ma signore, con novantaquattro cerchi sulla vita, lo è diventato. A forza di lezioni dure – la divisione Acqui, i tedeschi, il campo di sterminio – e di lezioni dolci, Mina, Milva, Miss Italia. A forza di rimanere uomo: a galla nelle intemperie, coi piedi per terra nel successo. Sua mamma, Modesta Abbati, lavorava al Baistrocchi come infermiera. A Salso lo conoscono tutti come parrucchiere per signora, l'uomo del paese che non c'è più, dell'Italia e delle terme di allora, col bel mondo e le belle ragazze. Pochi sanno cos'è successo prima, prima di cantare, di conoscersi, di dire al mondo chi siamo, con Sofia Loren e la 600. Pastori era in servizio militare a Merano nella 18esima Divisione Acqui. Venne chiamato per Cefalonia. Non ci andò per un gioco del destino, «quelli della banda stanno qui», dissero, «io suonavo il clarinetto». La musica gli salva la vita. I suoi commilitoni, alcuni fra questicari amici, vengono trucidati dai tedeschi dopo i fatti dell'8 settembre. Invece di andare a morire nel Mediterraneo, impara il tedesco sulle Alpi. Gli servirà, di qui a poco. Tiene un diario quasi quotidiano, che ci mostra. E' vergato con calligrafia spesso a stilografica, sono riportate frasi del vivere marziale e pensieri di un ragazzo di poco più di vent'anni, fra naja, guerra e prigionia. Si rapporta a quell'età con l'ingiustizia di perdere amici ammazzati. «Facevo il parrucchiere anche là. Quando andavo a tagliare i capelli agli ufficiali, mi vestivo in borghese. Lasciavo lì i panni e poi mi rimettevo la divisa». Il giorno 8 settembre 1943 i panni borghesi da barbiere sono molto più utili di una divisa, specialmente se italiana, ma la paura fa l'uomo animale, e quella persona che si credeva amica li ha presi, indossati, fuggendo. Non immaginava Pastori, soldato ligio al dovere e alla bandiera, di venir catturato da gente che fino a qualche giorno prima era alleata, sbattuto su un carro bestiame con destinazione ignota. «Eravamo in 46 per vagone. Non c'era possibilità di muoversi. L'unica cosa che facevamo era dire ‘wasser' a treno fermo, ma nessuno ci dava niente». Arrivarono, ovviamente, in Germania, finì prima a Düsseldorf poi ad Auschwitz. «Ci hanno divisi per baracche». Nel campo di concentramento si salva grazie a quel poco di tedesco che conosce, continua a tagliare i capelli. Riempie le maniche del pastrano di micche di pane, le recupera durante i servigi agli ufficiali e le divide con i compagni di prigionia. «Facevamo la tombola per chi mangiasse la buccia delle patate. Erano un tesoro». Quando si dice «una volta non si buttava via niente», non è un'ode al bel tempo passato, ma sono cose successe davvero, vedere cibo e sudarselo in ciò che noi oggi differenziamo nell'umido. «Mi ha rinforzato, la Germania», afferma. Si trova con un tale Santerni di Parma, cui una scheggia aveva bucato un braccio. Dorme sopra di lui. Si lavora duro, ma si sopravvive. Intanto, da su, si bombarda. Giù, si cavano le patate da terra. Pastori e gli altri sono zelanti, coi gomiti ben oliati. Più dei russi, che invitano a rallentare i ritmi, «Ital'ianzi, rabotat' pomalu!», dicono a quelli come Luigi. Andate più piano. «Ho pregato la Madonna di Fatima, difatti mi ha salvato. Era maggio, il mese della Madonna». La liberazione arriva con gli americani, in colonna coi carri. «Ci lanciavano panini», ricorda lui. «Non vedevamo l'ora di tornare a casa». Torna a piedi, come molti, sfinito ma non vinto. Trasporto in treno fino a Verona, da lì sulle strade di campagna, nell'Italia devastata da quasi sei anni di conflitto, verso la casa di Salso. Cammina con Renato Riccardi, detto «Lulù», e Guido Rossetti. Una dozzina di giorni. Si dorme nelle case di campagna, accolti dai contadini della pianura. Ci è mai tornato, in quei posti? «No, neanche per sogno». In Emilia trova subito lavoro da un barbiere, poi apre un negozio a Salso, in piazza. Lo conoscono tutti. E' amato e rispettato. Soave di carattere, amante delle dolci note del clarino, temprato dall'Acqui e dai tedeschi del Führer. «Il lavoro è stato la mia salute». Le belle chiome non gli mancano, le miss delle prime mitologiche edizioni – era amico di Mirigliani – e le dive dell'Italia del boom. Una sua affezionata cliente era per esempio Mina, «meravigliosa», dice lui oggi, 94enne. Quando ha smesso Luigi, hanno pianto tutti. Animava le premiazioni al Poggio Diana e lavorava in una Salso dove di lavoro ce n'era a valangate per tutti. La nostalgia è forte. La pensione arriva nel 1965. E' passato mezzo secolo esatto, dall'altra vita. In quella dove la musica e le forbici hanno vinto sulla morte.

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