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Venturi

«Il Maggiore deve correre. Reggio fa meglio»

14 febbraio 2015, 06:00

Monica Tiezzi

«L'ospedale di Parma? Deve correre per stare al passo con i tempi, senza provincialismi. A marzo nomineremo il nuovo direttore». L'Ausl? «È su una buona strada, per alcuni aspetti è un modello». I tagli alla sanità? «Bisogna cominciare da noi, dall'assessorato. Siamo in troppi». L'apporto delle aziende sanitarie private? «Molto importante. Ma la regia del sistema deve restare pubblica».

Diretto, senza fronzoli, poche parole ma pesanti. Sergio Venturi, 62 anni, nato nel Bolognese ma parmigiano d'adozione (qui ha messo su casa e famiglia, oltre ad aver diretto per otto anni l'azienda ospedaliero universitaria di Parma) è da un mese il nuovo assessore regionale alla sanità della giunta Bonaccini, dopo quattro anni alla guida del Sant'Orsola di Bologna.

Un incarico, quello di dirigente sanitario, che ha formalmente mantenuto e che gli è costato critiche feroci, in Regione, dal gruppo consiliare della Lega Nord.

E da qui cominciamo questa intervista esclusiva - la prima da assessore - che Venturi ha concesso alla Gazzetta.

Il Carroccio in Regione ha chiesto le sue dimissioni perchè, secondo quanto previsto dalla legge, lei ha rinunciato al compenso da assessore a favore di quello, più remunerativo, da dirigente sanitario. «Inammissibile in una giunta che ha deciso di tagliare il più possibile gli sprechi e ridimensionare il proprio apparato», ha scritto il gruppo assembleare della Lega Nord.

È una polemica pretestuosa e inutile che non intendo rinfocolare. Davvero.

Dal suo arrivo in assessorato, c'è fermento ai vertici delle aziende sanitarie della Regione. Si parla di cambiamenti, di teste che cadranno.

È necessario rinominare 17 dirigenti, in fretta, per i prossimi cinque anni: dobbiamo ridare legittimazione a quelli scelti dalla vecchia giunta e ridefinire gli obiettivi per i singoli territori. Lavoreremo per il rinnovamento e avremo una particolare attenzione alla politica di genere: oggi abbiamo solo tre direttori donne.

A marzo scade il mandato di Leonida Grisendi, tecnicamente già in pensione, alla guida dell'ospedale Maggiore. Avete le idee chiare sulla successione? Vi prenderete tempo per decidere?

Prima facciamo e meglio è: perchè marzo è il periodo delicato dei bilanci aziendali e perchè è giusto dare un segnale di cambiamento.

Sarà l'attuale direttore dell'Ausl, Massimo Fabi, a guidare il Maggiore?

È un'opzione ragionevole. Siamo consapevoli delle richieste del territorio, ma dobbiamo valutare le professionalità anche sulla base della ricchezza dei curricula dei candidati. L'Ausl ha lavorato bene negli ultimi anni. Ha ingranato una direzione che non ha necessità di correzioni. Non ha problemi di bilancio e per diversi aspetti, come le case della salute e l'appropriatezza nella prescrizione dei farmaci, può essere un modello. C'è una buona direzione che vogliamo valorizzare.

Questo significa che la scelta per un eventuale nuovo dirigente Ausl cadrà su una figura interna?

Non necessariamente, ma è un'opzione. Abbiamo già idee sia su figure aziendali che dall'esterno.

Lei conosce bene, perchè è parmigiano e soprattutto perchè lo ha diretto per otto anni, l'ospedale Maggiore. Che giudizio ne da?

Il Maggiore è il secondo ospedale in Regione, quanto a numeri, ma è il primo per complessità di cura perchè il Sant'Orsola, ad esempio, non ha le neuroscienze e la traumatologia che vanta il Maggiore. Ha un marchio forte, ma non può più dormire sugli allori di trent'anni fa. Se vuole restare centro di riferimento non solo regionale, ma nazionale, deve iniziare a correre. Puntando sulle professionalità, e senza i condizionamenti che, in alcuni casi, hanno influenzato certe scelte. A prescindere dalle legittime aspirazioni individuali, bisogna mettere i migliori ai posti di comando. E se non ci sono a livello locale, si cercano altrove, senza anacronistici provincialismi. Un esempio: la Cleveland Clinic, in Ohio, ha il migliore e più folto team di chirurgia addominale degli Usa. E solo due chirurghi sono statunitensi.

Molti parmigiani - pazienti e medici - accusano le Regione di favorire, per motivi politici, il vicino ospedale di Reggio Emilia, a scapito della città ducale.

Sciocchezze. Io vivo a Parma da dieci anni, qui ho fatto una parte importante della mia carriera, non farò mai una politica tesa a ridimensionare Parma. Ma visto che citiamo Reggio, dico che lì l'ospedale sta davvero correndo, investendo su alte professionalità. Lì c'è la consapevolezza, non sempre presente altrove, che la ricchezza dell'ospedale è la ricchezza di tutta la città.

Cosa dovrà fare il prossimo direttore del Maggiore?

Investire nelle professionalità, fare scouting. Il nuovo ospedale, con l'imminente inaugurazione dell'ala nord, vicino all'elisuperficie, che ospiterà cardiologia, nefrologia e degenza del Rasori, e dopo l'entrata in funzione dell'ospedale dei bambini, è pronto al 99%. Fatti i muri, occorre potenziare le funzioni. Questo sarà il compito per i prossimi cinque anni.

Sanità pubblica e privata. C'è chi ha letto le sue dichiarazioni al recente convegno sul welfare organizzato a Bologna da Unipol, come un'importante apertura, per alcuni aspetti rivoluzionaria in una regione come l'Emilia Romagna, al ruolo dei privati nel sistema sanitario e di welfare regionale.

Chiariamo: in Italia abbiamo un sistema sanitario pubblico universalistico fra i migliori al mondo, non vogliamo cambiare i connotati della centralità del pubblico. Quando il privato svolge una funzione pubblica, entra automaticamente nel sistema regionale, e il nostro compito è verificare che siano salvaguardati i diritti fondamentali del cittadino e la sicurezza delle cure. A Parma abbiamo esempi di ottime collaborazioni con il privato: con Dalla Rosa Prati per la medicina nucleare; con la Città di Parma che, di recente, ha dato la disponibilità a rinunciare ai parti; con l'hospice delle Piccole Figlie. Ma il privato resta al servizio di un sistema che deve avere una regia pubblica.

Anche la giunta Bonaccini dovrà fare i conti con i tagli alla sanità. Dove «sforbicerete»?

Prima di intaccare i servizi alla persona, guarderemo in casa, cominciando dall'Assessorato alla sanità e dall'Agenzia sanitaria regionale, che vanno snelliti. I diritti dei lavoratori saranno salvaguardati, non si lascerà a casa nessuno, ma alcuni potrebbero tornare nelle aziende sanitarie di origine, in ruoli oggi scoperti. Non dobbiamo fare più l'organizzazione e il controllo di tutti i i tavoli, occorre valorizzare le esperienze positive delle varie aziende, renderle più protagoniste. Rimini, ad esempio, ha fatto un'ottima politica di contenimento dei costi farmaceutici. Può essere l'Ausl di Rimini ad illustrare e istruire le altre aziende sanitarie regionali sulle buone pratiche sperimentate, non è necessario che lo faccia la Regione. Bisogna poi dare pratica a principi finora rimasti sulla carta, come l'unificazione di funzioni amministrative e di supporto sanitario su base provinciale. Il bilancio, il personale, il servizio economato, per fare alcuni esempi, saranno uniche per Ausl e aziende ospedaliere della stessa provincia.

Già tanta carne al fuoco in un mese di lavoro da assessore. Pentito della scelta?

No. Sono stato varie volte critico nel mio lavoro, ho sempre detto come la pensavo, anche se non coincideva con quello che sosteneva il mio interlocutore istituzionale. Mi è stata data l'opportunità non solo di criticare, ma di decidere, di portare avanti idee frutto di anni di lavoro. E di farlo in una Regione prestigiosa. Lo so che sarebbe stato più comodo e meno stressante finire la carriera al Sant'Orsola, raccogliere i frutti del mio impegno in quella azienda. Ma va bene così.

Qualcosa, in questo nuovo ruolo, che non si aspettava?

Non mi aspettavo l'aggressione di un certo modo di fare politica, che dimentica il rispetto per le persone. Io credo ancora che con il confronto si tira fuori il meglio delle persone e delle idee. Può darsi che farò errori di inesperienza. Per questo sto cercando di imparare il più in fretta possibile.

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