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Gente di provincia

Massimo e Gianluca Begioni

15 febbraio 2015, 06:00

BERCETO

Stefano Rotta

Tablet versus briscola. Si sta combattendo, nelle ridotte appenniniche teatro di antiche battaglie, un altro scontro del tutto silenzioso: sul piatto c'è sempre l'umanità. La sfida ormai dichiarata è tra vecchia osteria e social network, fra «esco al bar» e «sto in casa davanti allo schermo piatto». Massimo e Gianluca Begioni sono due fratelli di quassù che tengono viva la fiamma dell'umanità, mettendo prosciutto nei panini, conversando animatamente con la gente, organizzando iniziative ludiche e culturali, facendone infine di cotte e di crude. Non son certo l'unica attività di questo tipo a Berceto, né in provincia, in Italia o nel mondo: li abbiamo scelti come esempio di un presidio di umanità, minacciato da pratiche ormai diffuse che tendono a isolare la persona dalla fertilità dell'incontro. E poi qui i telefonini hanno vita difficile, una finestra becca Tim, una Vodafone, fuori Tre. Dentro, nessuno.

«Si usava dire ‘ndem in cà», dice Gianluca Begioni, raccontando delle vecchie osterie di una volta, rimpiante più dell'età dell'oro. L'osteria era un pò un focolare condiviso per uomini stravolti dal lavoro e desiderosi di baldoria, calore, amicizia. Una casa, senza i problemi della casa. Ci si ritrovava gente che conosceva il mondo senza aver mai visto il mare. Non si degustavano prodotti tipici, si mangiava quel che c'era sentendo senza saperlo il sapore ultimo della radice, e soprattutto si beveva forte, con l'odore del bestiame addosso. Rimane solo l'eco di tutto questo, ma in qualche locale, qua e là, la filosofia del luogo d'incontro e non della semplice attività esercente, ancora esiste, anzi: resiste. Oltre alla gente del posto, qui si trovano milanesi che per abitudine invece che all'autogrill di Tugo sull'Autocisa, escono e si fermano in paese come tappa prima o dopo il mare. Si possono incontrare i volti caricaturati dei personaggi del paese, delle cronache nazionali e degli spettacoli, disegnati da Massimo negli inverni in casa senza scorribande «negli appennini selvatici»: facce di sindaci, medici, montanari rubicondi e dittatori. Entrambi sono volontari della Croce Rossa, Gianluca anche del Soccorso Alpino. Dice: «Restando in montagna, sei un pò il riferimento logistico. Dare tempo agli altri è fondamentale». E poi il divertimento. I due offrono una piccola mano e apprezzano lo «Squinterno Festival», la festa più grossa del paese, fatta da ragazzi che vogliono bene a Berceto. E organizzano il «Begio Day», «festa che facciamo ogni anno tra noi, come famiglia, ma arrivano anche seicento persone».

La nonna di Gianluca e Massimo era Jolanda Calzi: gestiva l'osteria a Pagazzano. «Questo lavoro l'ho iniziato per scherzo e lo faccio da 27 anni. Mio padre nasce come casaro sessant'anni fa, sempre a Pagazzano e poi a Sorbolo e Marzolara. Da fine anni Ottanta a Berceto. D'estate quando si finivano le scuole aiutavo i miei genitori in caseificio».

Insiste sul valore del luogo, dove non si spillano solo birra e bianchini ma anche voci e idee, «vengono dal 18enne al 70enne, socialmente è una bella cosa oggi che tanti stanno a casa e si parlano tra amici con le chat. Sai cosa? Sta venendo meno la discussione da bar. Anche su di qua si sta prendendo la strada del caffè e via. Mentre da sempre si sono fatte le ore piccole, magari davanti ai giochi di società al circolo del prete».

Massimo è amante della natura, talmente tanto che il suo primo viaggio in moto da enduro è stato una Berceto-Tunisi in tenda, partenza con neve e pernottamenti «nella pienezza del silenzio» del Sahara. Prima pizza a 17 anni, col padre Romano, poi migliaia ancora fino ai giorni nostri. Oltreché pizzaiolo molto amato, è ciclista, motociclista, sub e pittore amatoriale. Nel 1994 ha fondato la Società Ciclistica Bercetese. Su questa strada, storica e sempre bella, esiste un turismo della lentezza, rarefatto ma non inconsistente, dove ancora qualche tedesco fa la mattata di andare al mare sul vecchio percorso, fermandosi a dormire per i crinali, come ha usato la borghesia lombarda per un secolo intero, il Novecento. E' per questo che si è creata una struttura di accoglienza variegata; si sta inoltre riscoprendo la via Francigena, «il cammino di Santiago italiano», dicono i fratelli. Si va via contenti dall'«unico locale senza clienti», dove ancora ci sono film western, personaggi del bar e ragazzi fino a tarda notte. Non siamo fatti di solo stomaco: i bar – si dice – fanno male al fegato e bene al cuore.

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