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Il Carnevale nella storia di Parma

16 febbraio 2015, 06:00

Il Carnevale nella storia di Parma

CHRISTIAN STOCCHI

Il Carnevale a Parma è sempre stato molto sentito, anche se in origine rivelava la profonda distanza che separava nobiltà e popolo.«Dicemmo con Fra Salimbene avere gli antichi esercitati sé stessi nel Prato, dove fu eretto poi il Convento di San Francesco, in torneamenti e giostre. Questi erano i divertimenti de' Nobili, ma de' trastulli della Plebe non ne troviamo contezza se non nell'anno 1318, essendo Podestà Pagano da Mandello Milanese, e Capitan del Popolo Ugolino di Lucino da Como, rilevandosi tuttavia, che anche prima si ripetevano annualmente».

Così Ireneo Affò nella «Storia della città di Parma» presenta alcune delle informazioni più antiche sul Carnevale nel nostro territorio.Ma in che cosa consistevano i divertimenti popolari? A tale proposito Affò, non senza alcuni commenti di biasimo, descrive puntualmente «mascherate, che nell'apparire splendide e pompose, non lasciavano di essere irreligiose e scurrili, entrandovi per fin meretrici pubbliche a far le migliori comparse». D'altra parte, l'autore aggiunge anche che giochi e bagordi erano a fin di bene: e dal molto denaro si traevano doti che consentissero alle prostitute di cambiar vita e di sposarsi, anche se l'indecenza di quelle rappresentazioni – precisa Affò – non era da questi scopi, pur meritevoli, giustificata.La città peraltro possedeva tradizioni di cui ogni quartiere era geloso. «Quelli di Portanova facevano dunque la mascherata del Re e della Regina con seguito grande di Cavalieri Gerosolomitani e Templari. A Porta Benedetta appariva quella dell'Imperadore e dell'Imperadrice col loro seguito. Dalla Vicinanza di San Benedetto usciva l'indecente maschera detta dell'Abate Guazzacoglia, a derision certamente del Ceto Monastico, che pur troppo in allora si screditava in Parma, dall'effeminato e più soldato che Monaco Anselmo da Marano […] Quelli di Porta Cristina avevano il Papa e i Cardinali; e ben possiamo credere che in tempo di fazion Ghibellina seco recasse tal maschera tutto il dispregio del Capo della Chiesa. In Porta Parma finalmente avevasi la dimostrazione di un certo Velo di Montano e sua moglie, caricatura probabilmente ridicola e non men delle altre indecente».

Un singolare aneddoto ci riporta nel vivo di quelle laiche liturgie medievali, che appaiono ormai lontane. Nel 1318 «sostenne il partito di Regina» una prostituta milanese, che, quando visse a Parma, provocò grande scandalo; mentre l'imperatrice venne rappresentata da una meretrice padovana: entrambe furono maritate con un'ottima dote, nell'intento che potessero vivere cristianamente, alla fine dei festeggiamenti del Carnevale. La milanese si sposò dopo avere ricevuto una dote di quarantamila lire (e una cifra pari, anzi superiore in oblazioni), mentre – riferiscono le cronache - la padovana, forse in omaggio allo spirito carnascialesco, si riempì le tasche ma non volle sposarsi, tornando anzi alla sua professione nei postriboli.

Anche nei secoli successivi a Parma il Carnevale fu molto sentito, al punto che in alcune epoche si dovette disciplinarlo in modo ferreo. Risalente all'età napoleonica (1811-1812), resta ad esempio un manifesto che, per ragioni di ordine pubblico, regolamentava rigidamente l'uso del mascheramento.Proprio nell'Ottocento ebbe inizio il più celebre Carnevale del Parmense: quello di Busseto, giunto nel 2015 alla sua edizione numero 134. Gli usi e le maschere sono molto mutati dalla prima edizione: allora i carri erano trainati da buoi e da essi venivano gettati al pubblico fiori, dolci e arance. I partecipanti proponevano anche poesie e canti, in una gara serrata che prevedeva un premio in denaro.

Le cronache riportano, ad esempio negli anni Trenta, numeri di pubblico notevoli, fino a trentamila spettatori.«Il Carnevale di Busseto – scrisse curiosamente Giovannino Guareschi - mi è piaciuto molto. Mio babbo era entusiasta e ha spiegato che, secondo lui, la differenza fra il Carnevale di Viareggio e quello di Busseto consiste nel fatto che, se Viareggio avesse il Po, sarebbe una piccola Busseto». Un tempo il periodo del Carnevale, che derivava dagli antichi Saturnali romani, cominciava prima, a dicembre, come testimoniano vari proverbi e (indirettamente) le stagioni liriche del Regio: come si può evincere anche dalla puntuale cronologia riportata sul sito della Casa della Musica, dal 1829 al 1955 le stagioni si suddividevano in «Carnevale» (con inizio a dicembre e fine a febbraio, al massimo a marzo) e «Primavera» o «Estate» o «Autunno».

La documentazione più ampia su questa festa risale naturalmente al Novecento: e così, in tutti i centri del Parmense, ritroviamo bande e travestimenti curiosi, come quelli degli anni Venti, documentati dalle foto di «Ricordo di Colorno» raccolte da Franco Piccoli: baby Charlot, raffinati costumi veneziani, colorati alabardieri farnesiani, sfilate di carri; non mancava proprio nulla, insomma. Si tratta di immagini preziose, che oggi osserviamo con nostalgia, come se fossero figlie di un tempo semplice e lontano, ormai irrimediabilmente perduto.

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