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Quando il web è violento

16 febbraio 2015, 06:00

Quando il web è violento

Enrico Gotti

Fausto Pagnotta, storico e sociologo, è docente collaboratore nel corso di «Diritti umani e web society» nel dipartimento di giurisprudenza dell'Università di Parma. Parla dei rischi di internet agli universitari, ma anche nelle classi (con il progetto «Scuole e famiglie in rete») ed ha scritto il libro «L'età di internet» (edito da Le Monnier). A lui chiediamo, di fronte al dilagare di mode veicolate e ingigantite dai social network (dalle più innocue alle più dannose, come il fenomeno del «knock out game», i pugni agli sconosciuti), di andare oltre i luoghi comuni sui giovani e la rete, e di spiegare dove sono i pericoli. «Il rapporto tra esseri umani e social network è sempre più stretto da quando il web - dice Pagnotta - è diventato ambiente sociale di vita. Ma sarebbe sbagliato credere che forme devianti di questo rapporto con i social network possano essere addebitate in modo esclusivo al mondo giovanile; è un cliché che dobbiamo superare». «A tale proposito ricordo in una conferenza tenuta in una scuola - prosegue il docente - dove si parlava della moda della Neknomination cioè di persone, in quell'occasione ci si riferiva ai giovani, che si sfidano sui social network a chi si ubriaca di più con superalcolici, moda che ha già mietuto alcune vittime. Ebbene una ragazzina di quindici anni è intervenuta chiedendo come fare con il suo papà che alla sera tornato dal lavoro si intratteneva con amici in tale pratica: credo ogni commento sia superfluo». Non bisogna colpevolizzare a priori i giovani. Però sono loro i più esposti e connessi.

«Di certo è innegabile (lo dicono i recenti dati del Report Istat 2014 Cittadini e nuove tecnologie) che i maggiori fruitori oggi dei social network siano i pre-adolescenti e gli adolescenti, proprio nella fase più delicata per la formazione della propria identità. - dichiara il docente - sono i più esposti all'abuso da social che si manifesta innanzitutto con il fenomeno della “nomofobia” dall'inglese “no-mobile” e dal greco “fobia“, la paura che genera gravi stati di ansia di sentirsi disconnessi ed esclusi dal continuo flusso relazionale con i propri simili sempre più mediato dai social network». Per non parlare di altri abusi, come il «cyberbullismo oppure il recente «vamping», la moda cioè di stare svegli tutta la notte connessi ai social». «Siamo nel bel mezzo della cosiddetta Rivoluzione digitale - sottolinea Pagnotta - e sia gli adulti che i giovani si trovano impreparati ad affrontarla». Cosa possono fare le famiglie? «Comprendo sia difficile e scomodo parlare di regole, di limiti condivisi all'interno delle famiglie e delle scuole, ma è necessario riappropriasi da parte degli adulti di un ruolo guida e normativo, fondato però sul dialogo e sulla relazione, con poche e chiare regole da condividere insieme ai giovani», dichiara Pagnotta. «L'educazione fondata su un controllo asfissiante sui giovani e sul loro utilizzo dei social network è controproducente e dannosa perché crea diffidenza e ostilità; bisogna rimettere al centro la relazione basata sul dialogo critico ma aperto con il mondo giovanile per quanto difficile possa sembrare». Le guide sulla navigazione sicura esistono, «Tuttavia non c'è password, software di parental control oppure manuale, che possano sostituire i benefici di una relazione aperta, critica e condivisa tra adulti e giovani quale antidoto all'abuso di social network».

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