Archivio bozze

IL DRAMMA

Kayla mentì. E salvò il suo uomo dall'Isis

17 febbraio 2015, 06:00

PHOENIX (Arizona)

Kayla, la ragazza dell'Arizona che voleva salvare i più deboli, si sacrificò pur di non mettere a rischio la vita del suo fidanzato. A raccontarlo è Omar Alkhani, il fidanzato siriano di Kayla Mueller, la giovane cooperante americana presa in ostaggio dall'Isis nell'agosto 2013 e la cui morte è stata annunciata la scorsa settimana. Alkani tornò in Siria mesi dopo il rapimento della giovane nel tentativo di liberarla. Riuscì a vederla dicendo ai miliziani dell'Isis di essere suo marito, ma la giovane negò per paura di metterlo in pericolo.

Nella prigione dove Kayla era detenuta, Alkhani racconta di essere riuscito a vedere Kayla solo per pochi secondi, quando le guardie le hanno scoperto il volto per dimostrargli che la ragazza era ancora viva. Poi le guardie hanno detto a Kayla che non sarebbe stato fatto alcun male ad Omar se lei avesse detto la verità. Così lei ha negato di essere sposata con Alkani. «Dal momento che lei è americana, non l'avrebbero lasciata andare comunque - riflette Alkani -. Non aveva senso essere prigionieri entrambi». «Forse lei voleva salvarmi. Forse lei non sapeva che ero tornato per salvarla».

Alkani e Kayla furono catturati dai jihadisti in Siria nell'agosto 2013, mentre tentavano di rientrare in Turchia dopo uno stop all'ospedale spagnolo di Medici senza frontiere di Aleppo, insieme a un gruppo di altri cooperanti, che sarebbero poi stati rilasciati. Anche Alkhani fu rilasciato, dopo essere stato picchiato e interrogato sul suo lavoro di fotografo, la sua religione e la sua relazione con Kayla. Lei invece rimase prigioniera. Ma lui non si diede per vinto e qualche tempo dopo, contro il parere di tutti, tornò in Siria per cercare di riprendersi la donna che aveva incontrato tre anni prima al Cairo. Quando erano entrambi prigionieri dell'Isis, racconta Alkhani, aveva la certezza che lei era viva. Perché lui sapeva che Kayla si trovava nella cella vicina. Così qualche volta per farsi sentire da lei tossiva o diceva qualcosa. E Kayla faceva la stessa cosa. Altre volte, lui e i suoi compagni di cella scrutavano sotto la porta e riuscivano a vedere i piedi di lei, i sandali che indossava. Quando Alkhani fu rilasciato circa 20 giorni dopo, i miliziani gli intimarono di dimenticare sia la ragazza che la sua attrezzatura fotografica.

Nei 18 mesi che seguirono Alkhani rimase in contatto con la famiglia di Kayla. Si convinse che i militanti l'avrebbero rilasciata perchè lei era in Siria solo per aiutare le persone. «Non immaginavo che un giorno avrei ricevuto una chiamata da qualcuno che mi diceva, “mi dispiace”».

© RIPRODUZIONE RISERVATA