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L'altra Storia di Pansa

18 febbraio 2015, 06:00

L'altra Storia di Pansa

Giuseppe Marchetti

Non lasciatevi trarre in inganno dal titolo: «La Destra siamo noi» (Rizzoli editore) di Giampaolo Pansa. Non è il solito libro di ideologia politica. E' un romanzo vissuto, il più intelligente e bel libro di un raccontatore nato come Pansa: un libro di racconti che s'intrecciano gli uni dentro gli altri nell'inestricabile ma illuminata storia dell'Italia «da Scelba a Salvini» come recita il sottotitolo. Ma senza che i due uomini politici generino situazioni d'inciampo e di dibattito: sono soltanto la citazione di due estremi. Il resto è vita vera, il resto è anche «controstoria», come ripete sempre Pansa nei suoi libri. Però occorre precisare che «In questo libro ci sono anche personaggi nati dalla mia fantasia - scrive l'autore -. Il più importante è Giorgio Norsi, il vecchio sbirro che mi accompagna lungo tutto il libro. L'ho costruito perché avevo bisogno di un interlocutore, dal momento che i monologhi sono sempre noiosi e stancano i lettori». I lettori tuttavia non si stancheranno di leggere e rileggere «La Destra siamo noi» e sapranno agevolmente aiutare il dibattito politico che il libro ovviamente propone dentro un più profondo e motivato dibattito, quasi una lunga cronaca che partendo dal 1945 arriva al Salvini del 1015 e al Carroccio di oggi che non celebra più l'acqua delle sorgenti del Po, ma guarda con non poche esigenze di ragione e di opportunità alla conquista di un potere politico mai posseduto prima. Però - e sia detto una volta per tutte - Pansa si è fidato più dei personaggi che delle loro vicende politiche di Destra e di Sinistra. E ha fatto bene. Ha fatto bene perché i quarantadue capitoli della sua «controstoria» sono in realtà quarantadue ritratti come li intendeva Indro Montanelli, palpitanti di voci, visi, idee, atteggiamenti, aneddoti, fatti, contraddizioni, umori, illusioni e utopie, cioè la storia autentica quella che scriviamo con la nostra vita, nota o ignota che sia, tutti i giorni.

Nel dialogo incessante e curioso che l'autore intrattiene con il suo Mentore «vecchio sbirro» Giorgio Morsi, le questioni della Destra e della Sinistra nel loro essere quasi sempre conflittuali, accusatorie e deliranti esibizioni di superiorità delle quali a gran parte dei lettori pochissimo importa, scompaiono per fortuna, mentre invece affiora e diventa godibile e razionalmente importante il dato immediatamente umano e storico dei protagonisti. Sono loro che diventano persone in queste pagine, sono loro che parlano, che raccontano, che s'affidano ai segreti appunti di Pansa, al suo guardarli e capirli e fissarli ora con lo spillo della logica, ora con quello della complicità, ora con quello dell'ironia un continuo mutare di ruoli e di situazioni proprio come accade in politica, in guerra e in pace. Cronista sovrano com'è, Pansa non perde mai l'istinto del «qui» e del «momento», sicché alla fine la sua lunga cavalcata non si rivela tanto per i gesti, le tensioni e le parole della Destra o della Sinistra, dei fascisti o dei comunisti, dei fedeli o dei voltagabbana, quanto piuttosto per quel particolarissimo profilo del mondo che è il realismo, il pragmatismo impietoso e sfacciato, regolare e subdolo allo stesso tempo dei miti e dei ribelli, di quelli che ci credono e di tutti quegli altri che ammettono di pensare prima a sé e poi al prossimo, se ce ne sarà tempo. Né si pensi, poi, che il libro sia un'affettuosa riduzione alle regole del passato. Pansa, anzi, se ne distacca subito. avrebbe potuto anche piangersi e compiangersi addosso, ma non lo fa perché la sua stoffa di storico gliel'impedisce, e i suoi libri precedenti da «Il sangue dei vinti» a «Eia eia alalà» addirittura glielo vietano. Torniamo per un momento al concetto di romanzo espresso prima. Pansa viene da filoni letterari per fortuna mai esauritisi: quello di Pavese, quello di Fenoglio e quello di Primo Levi, con una sapiente aggiunta che riguarda lo spirito libero di Davide Lajolo. Ebbene, attraverso questi filoni il discorso storico di Pansa si apre e si distende a ventaglio sopra più di mezzo secolo d'avvenimenti e interpreti, da Berlusconi ad Agnelli, da Andreotti ad Almirante, da Craxi a Curcio, da Plebe a Mattei, da Moro a Ottone, a Michelini, da Togliatti a Scalfari a De Gasperi, da De Mita a Ciarrapico, ad Ambrosoli a Baget Bozzo, da Guareschi a Montanelli. E' un questi due medaglioni d'intensa partecipazione civile e umana, che Pansa ci convince ancora di più: i suoi umori, la sua capacità descrittiva, le sue intuizioni di profondo conoscitore della realtà politica e sociale italiana si rivelano ancora meglio. Ma soprattutto in tali ritratti affiora l'estro di Pansa, cioè il suo saper narrare che, scartando ogni pur comprensibile imbarazzo, scavalca tutti i più semplici valori di censimento e di descrizione per imporre figure umane, cuori e menti che agiscono, valori intimi che superano le mode e le coincidenze, e, tutto ad un tratto, la realtà nuda e cruda, e il lungo viaggio al termine del Novecento e dopo, sino a ridosso dell'oggi che nel «mestiere di vivere» individua coraggiosamente anche quello di scrivere e di testimoniare di persona.

La Destra siamo noi

di Giampaolo Pansa

Rizzoli, pag. 406, 19,90

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