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Mario Renna: «La mia Africa da penna nera parmigiana»

18 febbraio 2015, 06:00

Mario Renna: «La mia Africa da penna nera parmigiana»

Roberto Longoni

Nel bel mezzo di un continente e lontana dal mondo. Troppi problemi d'altri la circondano, perché si arrivi a vedere i suoi: così della Repubblica Centrafricana poco si parla. Eppure, la sua è una tragedia di proporzioni devastanti. Nel 2013, nel giro di pochi mesi, migliaia di suoi abitanti inermi furono trucidati, mentre i profughi arrivavano a quota un milione. Per far fronte all'emergenza, l'Onu votò una risoluzione e l'Unione Europea inviò un contingente. L'obiettivo primario sarebbe stato quello di rendere sicure tre zone sensibili della capitale Bangui: l'aeroporto internazionale di M'poko e i quartieri 3 e 5, i più devastati dalle violenze. Tra le 13 nazioni che aderirono, schierando i 700 soldati dell'Eufors Rca, c'è anche la nostra. In un primo tempo, a partire furono 51 paracadutisti dell'Ottavo reggimento Genio della Folgore, che nel dicembre scorso ricevettero il cambio dalle penne nere del secondo genio di Trento della Julia. Capo del contingente italiano e portavoce di Eufor (il cui comando è affidato ai francesi) a Bangui è un giovane ma già esperto tenente colonnello degli alpini: Mario Renna. Un parmigiano.

«Tra i nostri compiti - spiega l'ufficiale - c'è il supporto e la garanzia della mobilità delle forze Eufor, la ricognizione e il mantenimento degli assi di comunicazione, l'intervento sui residuati bellici, e il contributo al mantenimento e alla difesa passiva dei compound. Inoltre, la realizzazione di infrastrutture per la popolazione e il governo locale e il monitoraggio di un importante progetto di ricostruzione di un ponte metallico di 24 metri, finanziato dall'Ue e affidato a imprese locali, per superare un canale e riunire tre quartieri divisi dalla guerra. I genieri alpini pochi giorni fa hanno finito di installarlo. L'inaugurazione è stata occasione di una grande festa per la gente». Un vero e proprio lavoro di squadra: la Repubblica Ceca ha fornito la struttura, la Svezia s'è occupata del trasporto, la Germania della supervisione tecnica e l'Italia del montaggio. Il Ponte dell'Unità (sia per i cittadini di Bangui che per le truppe europee) è solo l'ultimo degli interventi che hanno visti in prima linea i soldati italiani. «All'attivo - sottolinea Renna - abbiamo numerose strade riparate, la bonifica di un importante tratto della rete idrica di Bangui (con ricadute positive in termini di prevenzione della malaria, che in Centrafrica è la causa principale di mortalità per i bambini), la posa di diverse passerelle metalliche che hanno ripristinato la circolazione tra i quartieri di Bangui, il miglioramento del dispositivo di sicurezza intorno all'aeroporto (unico scalo del Paese). Ora iniziano i preparativi per il rientro in Italia, previsto per marzo». Intanto, la situazione in Centrafrica rimane «volatile», a detta dello stesso portavoce di Eufor. «Bangui sta riprendendosi dopo mesi di conflitto interconfessionale, le strade si sono ripopolate e la maggior parte degli sfollati sta rientrando a casa. Merito di un approccio improntato al dialogo e alla presenza sul campo delle forze internazionali. Non sono mancati i momenti di tensione tra i gruppi radicali cristiani e musulmani, ma nella capitale centrafricana la situazione sta migliorando, anche se molto resta da fare per contrastare la criminalità. La pace è ancora fragile e si guarda alla stabilizzazione politica del Paese, con l'appuntamento elettorale della prossima estate». Pace fragile, anche perché non è ben chiaro chi abbia dato fuoco alle polveri della guerra. «Si sono intrecciati interessi economici ma anche politici, che hanno fomentato disordini scoppiati su base etnico-religiosa - racconta Renna -. Ma uno dei fattori principali risiede, come in molti casi analoghi, nella fragilità delle istituzioni statali. Il Centrafrica ha conosciuto una lunga serie di golpe e di governi inefficienti, e il conflitto civile iniziato nel 2013 ha trovato terreno fertile nella povertà e nel sottosviluppo». Ma intanto, oltre agli obiettivi raggiunti sul campo dal contingente europeo, ci sono altri segnali positivi. «Un anno fa, soltanto nei dintorni dell'aeroporto di Bangui si erano rifugiati più di 100.000 profughi: oggi sono meno di 20.000, anche se vivono in condizioni precarie. Ci sono molte organizzazioni umanitarie che si occupano di loro e uno degli ostacoli da sormontare è la paura della guerra. Lo sforzo principale è proprio quello di restituire fiducia alla gente». E la gente con quali occhi guarda questi soldati venuti da lontano? «Lo stemma della missione europea è molto popolare, così come il tricolore che portiamo su uniforme e mezzi, anche perché i nostri militari lavorano tutti i giorni in città (con temperature prossime ai 40 gradi) e ciò che realizzano è tangibile». Soldati la cui presenza è vista positivamente anche quando non sono al lavoro sulle strade. «Per la Messa di Natale io e gli alpini ci siamo uniti nella missione dei Carmelitani a Bangui a centinaia di persone fuggite dalla guerra e accolte dai frati italiani. C'era un'atmosfera allegra, festosa. Alla fine siamo stati presi d'assalto da una miriade di bambini, quando abbiamo distribuito i doni arrivati dall'Italia grazie all'Associazione nazionale alpini. Un piccolo ma indimenticabile gesto». Il bilancio di questa esperienza, da responsabile dei soldati con il tricolore sul braccio e da portavoce dell'intera Eufor? «Il contingente italiano è snello ma molto efficiente: ho avuto la fortuna di lavorare con professionisti molto bravi ed esperti e di imparare a destreggiarmi nel mondo dei giornali centrafricani, che sono numerosissimi e realizzati con il ciclostile da giornalisti limitati dalla mancanza di mezzi eppure pieni di preparazione e anche di coraggio nel raccontare e nel denunciare».

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