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Tradizione

Gli intramontabili burattini di Parma

19 febbraio 2015, 06:00

Gli intramontabili burattini di Parma

Edoardo Fornaciari

Passando in via Melloni, davanti al viale di ingresso al convento di San Paolo, è lecito domandarsi che cosa direbbe la badessa Giovanna da Piacenza venendo a sapere che oltre il muro della sua camera, quella affrescata dal Correggio nel 1519, ora c'è il museo dei burattini. Donna intelligente e colta, al passo con i tempi, ne sarebbe probabilmente felice. Tanto quanto se ne divertirebbe suor Maura Lucenia, al secolo Margherita Farnese, che, ripudiata da Vincenzo Gonzaga e rinchiusa nello stesso convento, ha trascorso l'esistenza a sperare di veder sorridere propri figli mai concepiti. I bene informati, nelle piccole città sono sempre tanti e non si sa mai quanto ciò che dicono sia veritiero, sostengono che gli spiritelli delle due illustrissime ospiti del monastero vaghino in tandem di notte per l'intero complesso, passando indisturbate attraverso i muri della Biblioteca Guanda, della Pinacoteca Stuard, della chiesa di San Lodovico, degli antichi chiostri abbandonati e pericolanti, delle stanze in cui il Correggio ha dato il meglio di sé, per concludere la loro scorribanda davanti alla baracca dei burattini, rapite dalle gesta di Sandrone e di Fasolino. Pare che Margherita spesso costringa Giovanna a fermarsi un attimo davanti al bel ritratto della madre Maria d'Aviz appeso ad un muro della pinacoteca.

E poi mentre la badessa le parla del Correggio e dei suoi putti, Maura Lucenia pensa a Bargnocla. In quelle stanze terrene vicino al giardino segreto c'è un mondo felice, allegro, spensierato, lontano, isolato dal mondo reale. Se ci si entra si incomincia a sognare e i ricordi si sovrappongono alla nostalgia della più tenera età.

E allora ci si ritrova in un passato ormai remoto in cui, tenendo il nonno per mano, si attraversava Ponte di Mezzo la domenica alle tre per andare al teatrino dell'Annunziata. E, dentro, la confusione spariva quando si apriva il sipario e la voce bolognese e sgaiola di Fasolino contrastava con quella villana e cavernosa di Sandrone. Testate, bastonate - la memoria del manganello era ancora ben viva in tutto l'Oltretorrente – urla, fughe, strepiti e tante fragorose risate erano i protagonisti del pomeriggio. Poi quando, sudati ed entusiasti, ci si rimetteva il paletot si continuava, con l'argento vivo addosso, a muovere le braccia con le mani alte, come i burattini.

Anni dopo, mica poi tanti, a questo cronista è capitato di frequentare per qualche tempo il laboratorio dei Ferrari in borgo Santo Spirito. Giordano ne era il signore e padrone e ci si muoveva con la grazia di un grande attore, con il piglio voluttuoso di un grande scultore, con i modi raffinati di un grande collezionista. La sua «cascata» era unica al mondo e, consapevole, la mostrava con un rapido ed efficace coup de theatre.

Apriva la tenda sporca e rattoppata che la nascondeva e si spostava di lato in un inchino pompo setto ed arlecchinesco. Aveva da poco lasciato la voce in fondo ad un pacchetto di sigarette, ma la sua gestualità era tale, così ricca e sincera, che alla menomazione proprio non si faceva caso. L'umore del giorno gli suggeriva se mostrarti la testa settecentesca di una marionetta antica oppure un diavolo con tanto di corna e di coda, rosse. La Bianca, Luciano, Gimmi, l'Emanuela, i nipotini Daniela e Giordano comparivano all'improvviso e altrettanto in fretta si dissolvevano oltre quello spesso uscio verde con il contrappeso che separava il caldo della stufa dal freddo dell'androne.

L'indice nella testa, il pollice in un braccio, il medio, l'anulare e il mignolo nell'altro braccio, così si muove un burattino. Le braccia stese verso l'alto, la schiena inarcuata, il sedere a papera, i passetti corti sono gesti che un burattinaio conosce a memoria.

Giordano li insegnava a questo curioso impiccione e davanti al banco da falegname del suo antro mimava la celeberrima mazurca splendidamente condotta da Vladimiro Falesi detto Bargnocla con il suo amico Jofén Sgorgati. Ma Carlo Collodi nell'inventare Mangiafuoco aveva previsto Gimmi e non Giordano, con la sola differenza che la barba di Gimmi era rossa e non nera. «…un omone così brutto che metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d'inchiostro e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra….. i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro….». Si sa, la preveggenza dei grandi scrittori lascia un po' a desiderare sui particolari, ma la sostanza c'è sempre, in pieno. E c'è una bella differenza tra Gimmi e la nipote Daniela, bionda e moderna burattinaia inguainata di pelle nera, che guarda i bimbi con tenerezza e racconta loro la favola delle teste di legno. Proprio Daniela , con gran garbo, rispolvera i gioielli di famiglia, dalla fondazione della compagnia datata 1892 a qualche riconoscimento istituzionale, alla collaborazione con Bernardo Bertolucci durante le riprese di Novecento (1975) e con il il Premio Nobel Dario Fo per la creazione di alcuni spettacoli teatrali (anni 70 e 80) e, ancora, alla fondazione del museo dei burattini intitolato al nonno Giordano (2002).

Giocando su un vuoto di «innovazione intellettuale di fine secolo» (1999), Patrizio Dall'Argine, con il suo Teatro Medico Ipnotico, ha trovato terreno fertile nel rarefatto mondo dei burattini.

Si è inventato nuovi caratteri (Lomé, Modigliani, Utrillo, La Sconosciuta, ecc.) e li ha fatti uscire dal boccascena della sua baracca tradizionale come se fossero sempre esistiti. Geniale, informale, disincantato, colto, Patrizio si è fatto conoscere ed apprezzare velocemente non solo in Italia, ma anche all'estero, soprattutto in Francia. Fatto topico della sua, fino ad ora, breve carriera è stato l'ottenimento della Residenza Artistica al Museo Gadagne di Lione per un mese, nell'autunno 2014.

Dal 2010 al 2013 ha collaborato con Il Castello dei Burattini, ma ora gli manca, sta affannosamente cercando, una sede stabile. A questo proposito ha rilasciato una breve dichiarazione che suona monito per il futuro di un'arte preziosa oggi in grande difficoltà: «Il futuro dei burattini va costruito adesso, nel presente. Bisogna mettere giù delle pietre, qualcosa che rimanga nella città. Parlo di uno spazio che accolga i burattini e i loro spettacoli, di un teatro stabile. Per farlo non occorrono solo soldi, ma ci vogliono volontà, idee e coraggio. Volontà, idee e coraggio che mancano ancor più dei soldi».

Secondo fonti attendibili, il Castello dei Burattini - Museo Giordano Ferrari tra il 2006 e il 2008 ha avuto circa 20.000 visitatori all'anno, numero sensibilmente in diminuzione negli anni più recenti malgrado la volenterosa disponibilità dei burattinai parmigiani di improvvisare spettacoli in spazi non idonei. Secondo le medesime fonti, il successo delle recite, saltuariamente organizzate in circoli ricreativi e teatri improvvisati, è grande. Il teatro di animazione piace, attrae, accomuna i sognatori.

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