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cronaca

'Ndrangheta, un arresto importante a Parma

20 febbraio 2015, 06:00

Georgia Azzali

Il «dottore» per gli amici. Forse perché era iscritto all'Università. Un mercante di droga in grande ascesa, per gli inquirenti. A soli 26 anni, Giuseppe Avignone, aveva già un nome da spendere sul mercato degli stupefacenti. Originario di Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, è stato arrestato ieri mattina in via Corso Corsi, dove da tempo aveva preso casa, per spaccio e concorso in traffico internazionale con l'aggravante mafiosa. Uno dei quindici finiti in cella nell'operazione «Gufo» del Gico della Guardia di finanza di Firenze, coordinata dal pm Ettore Squillace della Dda. Arresti anche a Reggio Calabria, Bologna, Alessandria, Palermo, Modena, Genova, Milano e Pavia. E un colpo da oltre 40 milioni di euro alle famiglie di 'ndrangheta dei Facchineri di Cittanova, degli Avignone di Taurianova e dei Paviglianiti di San Lorenzo, considerando che in due anni, a partire dall'inchiesta «Lupicera» del 2013, sono stati sequestrati oltre 280 chili di cocaina.

Ma anche un altro pezzo delle cosche calabresi emigrato in Emilia. Due le basi sicure d'appoggio dell'organizzazione: una nella casa di Maranello di Gilberto Costa, anche lui finito in manette, e l'altra nella carrozzeria di Calderara di Reno di Giuseppe e Rosario Galati, entrambi arrestati. Comprimari, però, rispetto a Giuseppe Avignone, ritenuto dal gip una «figura di vertice» dell'organizzazione, insieme allo zio Salvatore Avignone, a Settimo Paviglianiti, Massimo Antonio Tiralongo e Giuseppe Pellicanò. Montagne di cocaina fatte arrivare dai Caraibi e dal Sudamerica: lo studente fuori sede sarebbe infatti stato, insieme ad altri, l'organizzatore di un trasporto di quasi 51 chili di droga dal Perù e di altri 10 da Santo Domingo. Inoltre, è accusato dello spaccio di 3 chili di marijuana ad Altopascio, in provincia di Lucca.

Giuseppe Avignone è figlio di Guerino, boss della cosca di Taurianova, condannato all'ergastolo e rinchiuso a Sulmona. Figlio ma anche erede dei traffici di stupefacenti del padre, secondo gli inquirenti. Proprio dopo l'operazione «Lupicera» del 2013, gli investigatori accendono i riflettori su Avignone, fino a convincersi che sull'organizzazione del traffico di droga che arriva a fiumi in Lucchesia c'è la sua firma. Il carico da oltre 50 chili viene bloccato dai carabinieri di Castelfranco Veneto il 12 aprile 2013 nel porto di Genova: lo stupefacente è occultato in un container in cui sono stipati accessori per abbigliamento. Sette mesi dopo il Gico di Firenze mette le mani sugli altri 10 chili di cocaina nascosti tra le lastre di marmo di un container arrivato allo scalo portuale di Genova Voltri. E sono i contatti frequenti di Giuseppe Avignone con Giuseppe Pellicanò e Massimo Tiralongo, entrambi considerati dagli investigatori organici alla 'ndrina dei Paviglianiti, a far pensare che le famiglie siano in affari.

Le prove nei confronti dello studente fuori sede? Il fatto, per esempio, che sotto l'abitazione di Parma della sua fidanzata ci fosse la Smart di Francesco Santagati, l'uomo che aveva vuotato il sacco con i carabinieri dopo essere stato contattato da Salvatore Avignone, zio di Giuseppe, affinché, grazie alle sue conoscenze all'interno del porto di Genova, facesse in modo di far uscire l'altra metà del carico di cocaina. I 50 chili erano infatti stati sequestrati perché erano arrivati al destinatario sbagliato: chiusi in due borsoni, erano stati consegnati a una società veneta, totalmente all'oscuro di tutto, tanto da far subito denuncia ai carabinieri. E' probabile che il piano fosse saltato perché gli spedizionieri non avevano avvisato in tempo i complici italiani sul giorno e l'ora d'arrivo della nave, o avessero sbagliato il numero del container. Ma non è nemmeno escluso che qualcuno avesse fatto sparire metà della merce. Ecco perché Salvatore Avignone punta sull'aiuto di Santagati. Ma la denuncia dell'uomo fa saltare tutto. E bisogna fargliela pagare. «... la vettura (la Smart, ndr) - scrive il gip Erminia Bagnoli nell'ordinanza di custodia cautelare - era stata sottratta al Santagati per ritorsione, dopo che era andato a vuoto il tentativo posto in essere dagli Avignone (zio e nipote) e da Carmelo Oliverio di farsi restituire la somma di 7.000 euro che era stata corrisposta al Santagati per facilitare l'uscita dello stupefacente dal porto, e vale a confermare il diretto coinvolgimento di Avignone Giuseppe nell'organizzazione criminosa».

Ma il nome dello studente calabrese emergerebbe anche nei contatti tra i complici per l'organizzazione dell'altro carico di 10 chili di cocaina. «Risultano documentati contatti fra Avignone Salvatore e i titolari della Tractor Trade srl, indicata nei documenti doganali come destinataria del container contenente lo stupefacente, sin dal 7/11/13 - annota il gip -, allorquando Cevasco Mauro chiedeva ad Avignone Salvatore di chiamare il nipote Giuseppe per avvertirlo che era necessario integrare il denaro fornito per lo sdoganamento». E conversando via chat Pellicanò, uno degli arrestati, dice chiaramente a Tiarlongo, uno dei complici, che al momento dell'apertura del container c'era anche il «dottore». Il figlio del boss che amava i viaggi, gli abiti firmati, eppure nel 2013 aveva dichiarato 2.400 euro di reddito.

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