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   Giorgio Torelli

La Quaresima di una volta

22 febbraio 2015, 06:00

La Quaresima di una volta

Giorgio Torelli

Il Carnevale parmigiano spirava, lasciando appena qualche refolo di rimpianto e le punteggiature dei coriandoli fradici attorno alla bronzea riprovazione del generale Garibaldi, monumentato in piena piazza a brache molli e speroni. Ci si chiedeva se davvero mascherarsi alla D'Artagnan o alla Mago Merlino fosse stato liberatorio e superlativo. E se avesse avuto un senso, tutti pimpanti (sto raccontando una storia vera), esibirsi di sorpresa a una festina da ballo in casa degli amici: suonare a distesa il campanello, terzo piano, riuscire a non farsi subito riconoscere e godere dei tanti “Oooh!” all'apertura fiduciosa della porta: “Ma che improvvisata! Vengano! Entrino pure, signore maschere! Chissà chi siete sotto quei vostri nasi di cartone!”. Memorabile a vita, però, l'immediato levarsi delle divertite ipotesi che il dialetto provvedeva a colorare: “Second mi, chilór j en Augusto al tabachén e Doardo, al fradél d'la petnadóra äd Borgo Giacomo. Ma, allora, dicano qualcosa, signore mascherine che, dall'accento as'pòssa capir s'a si dedsà o dedlà da l'acua”. D'Artagnan e Mago Merlino (seguito a illustrare la scena che ho veduto) non fiatavano e intanto gli scappava da ridere sotto il belletto, l'uno con la spada di latta a pendoloni e l'altro con la bacchetta magica e il cono stellato in bilico sulle orecchie a sventola. Fin quando, ai girotondi del primo valzerino, incoraggiato dal grammofono, una colombina avrebbe riconosciuto e svelato a gridolini chi mai si nascondeva sotto la cappa del finto moschettiere D'Artagnan.

Mentre, subito dopo, una pastorellona col reggipetto a briglie si sarebbe avveduta, annunciandolo platealmente, dell'identità celatissima sotto il manto a noleggio di Merlino. Tutti a ridere in gran coro - allora - perché ridere bisognava per confermare a se medesimi che Carnevale veniva una volta l'anno. Si alzavano i calici all'arrivo dei tortelli ripieni in stile rezdóra evoluta e all'avvilupparsi a serpentina delle stelle filanti - Alè! Trasgressione! - sui sussiegosi lucori del lampadario in finto Murano. Riuscitissima la serata di danze bell'e ristrette. Ma ecco suonare e risuonare le ore piccole ai campanili di mezza Parma. Sul più bello, la festa doveva concludersi, ma almeno con gli ultimissimi guancia a guancia e le languide strisciate sul parquet di quell'immortale tango cubano La Paloma (“Bella, se il mar m'inghiotte / vedrai a sera / una colomba bianca volar leggera! / Tienila al tuo balcon / non mandarla via / in questa notte piena di poesia”). Tutti, un po' disfatti, lievemente brilli e con la molla interna che accennava a scaricarsi, si congedavano a gruppi dai padroni di casa: “Addio! Addio! Grande serata! A domani, a presto!”. E “Ciaooo!” ancora dalla tromba delle scale, coi vicini di appartamento forzati a invocare dai letti il presto avvento delle Ceneri. Piovigginava. D'Artagnan e Mago Merlino camminavano affiancati nel freddo indifferente di via Cavour, vagamente ebbri del successo personale nell'essersi calati in maschera, ma soprattutto del rifiorir di voglie nello stringere alla vita le più insinuanti gallinone della festa, così propense al rimpiattino, così promettenti a parole.

In giro per Parma silente, s'incontrava qualche Arlecchino svagato. E, giù di borgo, avanzava in turbante un pascià con in pugno la bottiglia di quasi champagne e due formosette odalische a far terzetto. Tutte le maschere si salutavano alla voce, compagne di ventura del Carnevale afflosciato. L'alba invernale, intenta a dar di gomito alla pervicacia del buio, non sarebbe tardata. Mentre, l'indomani, primo giorno di Quaresima, avrebbe preso corpo (proprio come anticipato dalla saggezza dei classici) la “tristitia post voluptatem”, l'attacco di malinconia dopo la goduria, se davvero godimento era stato. Si stendeva sulla città - lo rammento come un punto fermo nel repertorio del mio tener lustre le rimembranze - una nebbiolina di uggia esistenziale, un velame di disagio ancora incapace di esprimersi, in pratica una sorta di sentimento critico per essersi lasciati andare ai ruoli sospirosi di seduttori dilettanti. Era come se l'infarinatura cattolica esigesse l'autocritica. “Ma quale Carnevale e Carnevale? Ma quale Martedì Grasso?” ammoniva nell'aria un invisibile dito sentenzioso. E senza dir che fosse proprio la coscienza a insinuare in falsetto le punturine dei ripensamenti, capitava che quanti si fossero associati alle effervescenze da gazosa del Carnevale incorressero nell'urgenza di mondarsene. E si proponessero di ritrovar compostezza nella stiratura a ferro caldo delle abitudini. Casomai, avrebbero provveduto le piane ondulate del dormiveglia a suscitare ancora qualche spunto di malizioso compiacimento.

In fondo, l'essersi inclinati verso il peccaminoso senza osare di più, ma desiderandone le trame, era stato - una tantum - irrinunciabile. Bastava così. Perché, intanto, la Quaresima andava dilatandosi. E imponeva contegno, stabilità morale, ripresa regolare del fiato, laboriosità pensosa e decenze da brava persona. Nelle chiese più importanti, poi, stavano arrivando da fuori predicatori di grido, i reputati padri quaresimalisti, talora in saio sandali e mantello francescano, così tonanti nell'annunciare fiamme per i reprobi e tuttavia praterie celesti per chi si sperimentasse nella custodia di sè. Erano artisti itineranti della Parola da pulpito. Si andava a delibarli come i tenori del melodramma dal loggione del Regio, sentendosi irretiti da quel loro tornire in punta di eloquio l'apologia del Bene per subito insolentire la sinistra jattura del Male. Tutto diventava proposta di riscatto e clamante provocazione per la pochezza in cui succedeva che i più si attardassero. Senza la misericordia del Signore cosa mai sarebbe stato di noi? Lo si pensava mettendosi devotamente in fila per sottoporre il capo chino alle sacre ceneri, segretamente imbarazzati dallo scompiglio che il pizzico cinerino avrebbe provocato nei capelli appena levigati a brillantina. Così, per noi di allora, intrisi dall'orgoglio tutto parmigiano di non esser persone di serie, ma sempre pezzi unici, appariva il laborioso travaglio quaresimale. Coinvolti com'eravamo nel troppo lento decantarsi dell'invernata, non ci lasciava soli la speranzosa attesa che presto, molto presto, la primavera della Pasqua di Resurrezione ci avrebbe rimpannucciati a festa.

Post scriptum.

L'intenso ritratto di un “Garçon au gilet rouge”, firmato dal grande Paul Cézanne nel 1888 o nel 1889, mi aiuta a dire come noi ragazzi del tempo andato, pur in sconnesssa e disordinata maturazione, non fossimo disertori della Quaresima. Sentivamo anche noi le voci di dentro. E ci urgeva, ogni tanto, confessare i risibili peccati di piccolo calibro, presentandoci ai confessori più amabili, soprattutto quelli propensi al paterno sconto. Come ci rinfrancava ricevere uno slancio liberatorio, una sorta di ampio e continuo batter d'ali, che ci riportava su e ancora più su.

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