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GENTE DI PROVINCIA

Scaiasa, il cow-boy dall'animo gentile

22 febbraio 2015, 06:00

Scaiasa, il cow-boy dall'animo gentile

Stefano Rotta

Lo chiamavano Chiodi, il vecchio cow-boy. Scaiasa è il nome della famiglia, da chissà quando. Chiodi perché nella notte dei tempi ne son saltati fuori, di mestieri da chiodi. «Cioè, io sarei un Gasparini Mario», ma lo sanno in pochi. Faccia di vita, quest'uomo con il vento nei polmoni, classe 1951, figlio dei fiori nella terra dei faggi. Selvatico e dolce, Scaiasa lo troviamo al bar Mixage, seduto davanti al suo bianchino, in una mattina d'inverno inondata di luce. Ci racconta le favole felici della libertà in montagna dopo la guerra: cavalli cavalcati senza sella, bricconate, giornate a piedi in terra inseguendo sogni e fanciulle, l'epoca in cui ci si comincia a bucare per noia. «Mi davano del drogato per via dei capelloni. Ah si fa presto, di soldi non ne ho mai avuti, quindi solo sigarette». Lo tiene davanti come un amico, il pacchetto quotidiano di Ms, di cui finisce fino al filtro ogni sigaretta. Vale la premessa per scrivere di ogni cosa e di ogni persona, da queste parti: qui ci fu lo Stato Landi. Si batteva moneta. Si respira un'aria diversa, aperta e fina. La testa della gente riflette le dinamiche e i costumi di quei secoli andati.

Gravago non è un paese, è un mondo. Scaiasa è gravagotto di madre, borghigiano di padre. Come ogni cow-boy, anche se lui è più buttero, ha nel sangue la libertà e la radice di una terra. Forse per questo si è preso due cotte per due bandiere: i comunisti da ragazzo, Bossi qualche anno più tardi, facendo anche la «Guardia Padana» nella manifestazione sul Po del settembre 1996, venendo via con la delusione che provano gli uomini liberi entrando in orbita dei partiti. Come fai a star dentro un movimento politico parlamentare, se credi che i gravagotti siano un popolo? Anarchia e identità. E poi la gente grande fa fatica a infilarsi nelle strette caselle della storia; quand'era col suo gruppo di amici rossi lavorava come un bue, spesso andando in città per far qualche straordinario e portare a casa la pagnotta: «Noi di Bardi non conoscevamo neanche la parola sciopero, non l'avevamo mai sentita, ci chiamavano crumiri».

Ben altro si trova nel forziere di Scaiasa, il vaso di Pandora è cosa per bambini a confronto. «Gente di provincia» è una lunga briscola arrivata alla 186esima mano, come in ogni partita ci sono regole: carte sul banco aperte, carte in mano coperte. Scaiasa tiene tre carichi fra le dita, ci dice qualcosa ormai a sera dopo tanti bicchieri, ma le sue avventure è giusto che rimangano sue, tanto ce n'è da dire per un libro anche senza scrivere l'inscrivibile. A quindici anni ha cominciato a «cavalcare i cavalli come si deve, senza sella, domandoli». Capitava che andasse su per i monti, e appena ne trovasse uno libero, lo facesse suo. Ne ha fatte, prima che gli nevicasse sulla barba. «Certo poi venivano i proprietari e non gli faceva piacere...». Dice: «I cavalli sono come le donne, alcuni si fanno domare, altri no».

Il nonno Giacomo era un girovago. Veniva da Gravago e ha girato il mondo a piedi con l'armonica, la gironda e l'orchestrina. Tempi remoti degli orsanti – da Cavignaga – e dei tacabanda, da queste parti. Girovago, importante, i nativi lo pronunciano accentato sulla «a». Ne parliamo con un sole di febbraio che sembra maggio: «Non so ancora quale mestiere non ho fatto». Ha trasportato gasolio, fatto il boscaiolo (cerro, quercia, faggio, carpana, da ardere), il falegname, il carpentiere, persino nella casa natale di Giuseppe Verdi a Roncole». Quindici mesi di C.A.R. a L'Aquila, «non sapevo dove fosse, mi han detto qui in paese che era al Sud, pensavo di partire per il caldo e ho trovato il gelo. Ero un ribelle, non accettavo il militare. Ho passato dodici mesi d'inferno, gli ultimi tre meravigliosi». Per onestà e rispetto della parola data a Scaiasa, non raccontiamo né le marachelle dei primi, né le marachelle degli ultimi. Una volta hanno temuto di esser sbattuti dentro, lui fece ai suoi amici: «Non vi preoccupate, in cella si sta in cinque, son pratico, noi siamo in dieci, non ce la fanno». Fece poi il falegname «in città a Bardi». Ricorda: «Venivo a piedi fin qua – siamo a Noveglia – poi in corriera, alle sette del mattino. Dormivo a casa del padrone, Carlo Fulgoni. Senza esagerare, prendevo qualcosina. D'estate sui monti, si dava una mano a casa». Ormai uomo fatto, venne il tempo del circo, passione per la pelle di un indiano d'Appennino. «Allora una figlia femmina non poteva sposare un giostraio senza provocare scandalo e disonore per la famiglia», non si parla mica di tanti anni fa: «Erano considerati zingari, e noi montanari, come marocchini». Si girava scalzi, stando in case alte due metri nere di fumo. Stette tempo con il circo Robert's, non come artista ma come tuttofare, autista e divulgatore di manifesti, si dormiva nelle roulotte, «sveglia tardi, che vita». Ha nove cavalli, cinque bardigiani, tre pezzati e un puledrino. «Ero arrivato a trenta», ricorda. «Filippo Gozzi di Colorno per me è come un figlio cresciuto con la mia passione». Spesso in questa rubrica abbiamo cercato di salvare gli ultimi raggi di un tramonto, Scaiasa ha l'amore negli occhi. Non sappiamo e non sapremo mai se sia felice. La serenità che gli viene dal sole che ha al posto dell'anima, la dona agli altri. E' un gran figlio di questa valle traversa, libera, unica.

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