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Metter su famiglia in montagna

24 febbraio 2015, 06:00

Metter su famiglia in montagna

Ilaria Moretti

La grande bellezza non è una sola. La più grande di tutte è la loro, quella dei bambini, in questo caso Elaisa, Adriano, Gianmaria e Filippo, i più piccoli abitanti di quattro comuni della nostra montagna, vale a dire Palanzano, Monchio, Corniglio e Berceto. Famiglie in controtendenza, in una montagna che - demograficamente parlando - vede da anni una tendenza progressiva all'impoverimento.

Andarli a conoscere e intervistare i loro genitori è stato un modo per capire cosa spinga una famiglia giovane a scegliere ancora la vita in Appennino.

L'altra grande bellezza è l'Appennino stesso: non puoi ignorarla mentre ti sposti di vallata in vallata, dalla Val d'Enza e la Val Cedra alla Val Bratica, dalla Val Parma alla Val Baganza.

Le nuvole si muovono: un attimo prima è nebbia, poi all'improvviso, la luce, il sole. Che illumina scorci di paesi addormentati, ripidi costoni, boschi silenziosi.

Ti abbassi di cento metri, piove. Ti rialzi appena ed ecco che nevica: la montagna è così, mai uguale a se stessa. Pronta a mettere in scena sempre un nuovo spettacolo. E anche a mostrare le proprie ferite: le cicatrici lasciate dalle frane, i suoi silenzi figli dell'abbandono.

Un'altra grande bellezza è l'effetto che questi posti hanno sull'anima. Pace, serenità, senso di libertà sono parole usate dalle famiglie che si sono raccontate. I «nostri» quattro piccoli ultimi nati (almeno tali erano al momento in cui sono state fissate le interviste) sono figli di persone che vivono nelle Terre alte 365 giorni all'anno e il caso ha voluto che abitino tutti nelle frazioni: Selvanizza di Palanzano, Casarola di Monchio, Bosco di Corniglio e Casaselvatica di Berceto.

Paesi piccolissimi dove gli abitanti sono nell'ordine delle decine. I «nostri» quattro piccoli sono sì gli ultimi nati, ma i primi a dare speranza. Perché sono figli, e questa è un'altra bella sorpresa, di gente che dall'Appennino non se ne andrebbe per nessun motivo.

C'è chi arrivato, da altri mondi, da un'altra vita, e ha scoperto la propria dimensione. C'è chi è rimasto e vede con chiarezza i problemi, come l'incertezza sul futuro delle scuole, ma ha scelto che i suoi figli cresceranno qui, proprio come lui.

La distanza dalla città non spaventa più nessuno: esistono le auto e a macinare chilometri ci si abitua. E alla fine di questo lungo viaggio all'ombra del crinale, dentro case illuminate da genitori orgogliosi e carrozzine abituate alle salite, resta in testa un'idea: la montagna c'è. La montagna è viva.

MONCHIO

Doveva essere un semplice Capodanno in montagna invece è stata la svolta della sua vita.

«Sono venuta a Casarola per festeggiare con mia sorella Emilia e degli amici. Poi loro sono partiti e io mi sono fermata. Continuavo a dire: “Vi raggiungo, vi raggiungo” ma non me ne sono più andata».

Tu chiamala, se vuoi, illuminazione. La definisce proprio così Elena Siffredi Duranti, 34 anni, la sua scelta di vivere in alta Val Bratica. Da allora (il mondo dava il benvenuto al 2006) ne è passata di acqua sotto i ponti: da Venezia, Elena si è stabilita a Casarola, nella casa di famiglia dove tornava da piccola per le vacanze estive e che era stata del bisnonno materno, Pietro Bianchi.

Dopo i mille lavoretti degli inizi, ha avviato un'azienda che produce e vende confetture, tisane, sottoli e molto altro partendo da frutti e fiori cresciuti allo stato selvatico.

Aveva in tasca una laurea in Scienze forestali e si è trasformata in una raccoglitrice di erbe. Nel 2011 ha conosciuto il suo attuale compagno, Pietro Staderoli, monchiese, 51 anni, muratore. E lo scorso 31 gennaio è nato il loro piccolo Adriano.

«Se adesso che abbiamo il bimbo staremo a Casarola o a Monchio? A Casarola ovviamente, per me Monchio è già una città», sorride Elena, che in questi giorni può contare sull'aiuto della mamma Eleonora.

Quando ripensa a cosa non l'ha lasciata andare, non ha dubbi: «La tranquillità, la serenità, la meraviglia di vedere il verde: la mia scelta è stata la natura, è lei che mi ha trattenuto. Probabilmente hanno contato anche i ricordi e il valore affettivo: non potrei stare in nessun altro posto».

«Una terra per viverci», dice Elena, citando Attilio Bertolucci, il poeta che amava Casarola. E come crescerà in questa terra il piccolo Adriano? «Da Dio. Mangia e respira sano e seguirà la mamma nelle sue raccolte, anche se al momento le uniche battaglie che facciamo sono proprio per uscire di casa perché lui sembra non gradire».

Problemi? «Senza figli, nessuno. Certo devi avere la macchina per poterti spostare: quando sono arrivata, da buona veneziana non avevo la patente e ho dovuto prenderla».

Con un figlio le cose si complicano un po', ma non troppo secondo Elena: «Qui non c'è il nido, ma non è un problema: vorrà dire che Adriano starà con la sua mamma fino a tre anni. Con il lavoro mi organizzerò: come sempre seguirò la natura, quella di mio figlio e quella che sta là fuori».

Spera di offrire al suo piccolo un'esistenza diversa: «Lontana da quelle vite stressanti dove tutti corrono. La sua fortuna sarà che potrà apprezzare qualcosa di più normale, dei ritmi più umani. Giocherà e andrà a sciare con il suo papà».

Insieme hanno già assistito a un primo grande spettacolo: «Ci siamo piazzati lì, sul divano, a guardare la neve che cadeva dietro la vetrata». L'ultimo pensiero è per Casarola: «Come tutti cercavo la serenità e l'ho trovata grazie a un posto. E' stata una lenta illuminazione: pensi, rifletti e ti rendi conto di cosa ti interessa davvero».

PALANZANO

Il pensiero di andarsene non li ha mai nemmeno sfiorati. E a testimoniare che il loro futuro sarà qui, in montagna, c'è quella grande casa nuova che Linda Berini e Andrea Boraschi, 32 e 31 anni, si stanno costruendo.

Entrambi sono cresciuti nel Palanzanese: nel capoluogo lei, nella vicinissima frazione di Selvanizza, lui, e qui oggi è la loro casa, là dove la Val d'Enza e la Val Cedra si incontrano. Vita in Appennino e lavoro in Appennino: nell'azienda di famiglia per Andrea, un'impresa affermata che costruisce case in legno; nel negozio di alimentari di Ranzano per lei: «L'ho aperto quattro anni fa. Ho dovuto “inventarmi” qualcosa che potesse funzionare per restare qui». Come tutte le persone cresciute ben al di sopra delle colline conoscono a memoria l'elenco delle difficoltà.

Per studiare lei ha viaggiato, lui si è fatto un lungo periodo in collegio a Parma: «E andare in collegio a 10 anni è come fare il militare», precisa. Una cosa si sono ripromessi: questa è un'esperienza che la loro piccola Elaisa, na-
ta lo scorso 30 gennaio dopo no-
ve anni di convivenza, non dovrà affrontare. Quando sarà il momento cercheranno un'altra soluzione.

«La scelta di restare a vivere qui? E' la fortuna di esserci trovati come mentalità - racconta Linda -. Forse una ragazza di Parma non si sarebbe mai trasferita e il fatto di essere cresciuti qui tutti e due ci ha aiutati. Noi stiamo bene: sappiamo che mancano tante cose ma ci siamo abituati».

«E poi – aggiunge Andrea – i tempi sono cambiati: oggi ci sono i mezzi per spostarsi e in inverno le strade sono pulite. Io per l'azienda sono sempre in giro».

I punti di forza non mancano: «La grande tranquillità, i bambini sono più protetti dai pericoli – spiega la neomamma - Li puoi portare fuori, fare delle belle passeggiate».

«I nostri posti – sottolineano entrambi – sono molto belli, abbiamo la natura e il verde. E la libertà». Ma per chi mette al mondo un figlio (e magari presto anche un secondo, stando ai buoni propositi del papà) il pensiero numero uno restano la scuola media e elementare. Al momento i numeri per tenerle aperte sono garantiti, ma la domanda di ogni genitore è: «Per quanto tempo ancora, per quanti anni?».

L'ospedale lontano, il lavoro che va «inventato» sono altri ostacoli sulla strada di chi vuole rimanere e sia Linda che Andrea lo sanno: «A chi resta qui andrebbe dato un premio», sorride lui. Messi sulla bilancia i pro e i contro, la loro scelta è stata netta: «Mai presa in considerazione l'idea di andarcene».

L'augurio per la piccola Elaisa? «Che possa avere una bella vita serena nella casa che le sta costruendo il suo papà».

BERCETO

Quando hanno portato a casa il loro bimbo appena nato, hanno trovato due cartelli ad attenderli: «Casaselvatica saluta Filippo», c'era scritto con le firme di molti abitanti del paese, che in questa frazione di Berceto sono in tutto una sessantina.

Ed è anche grazie a gesti come questo, a questo tipo di contatti umani, che Barbara Spagnoli e Marco Bandini, marito e moglie dal 2013, non hanno mai pensato di andarsene. «Al nostro piccolo Filippo - raccontano - offriamo la tranquillità, la possibilità di creare un rapporto con le persone, perché qui ci conosciamo tutti. E' venuta a trovarci anche una signora di 90 anni, ovviamente con il regalo, perché a Casaselvatica erano sei anni che non arrivava un bambino».

Loro, Barbara e Marco, 32 e 31 anni, si conoscono dai tempi della scuola: lui ha sempre abitato nella frazione («Da quando ho famiglia mi sono spostato di cinque metri, visto che la casa dove abitano i miei genitori e i miei nonni è qui di fronte», sorride); lei a Berceto.

Con il passare degli anni si erano un po' persi di vista: per studiare lei prendeva la corriera per Borgotaro, lui per Parma. A farli incontrare di nuovo è stata la Croce rossa, dove entrambi fanno volontariato.

Il risultato? Sono insieme dal 2008, poi il matrimonio ed ora il loro piccolo Filippo, venuto al mondo da pochissimo: l'11 febbraio. Il lavoro c'è: in banca a Berceto per lei, in un'azienda metalmeccanica di Fornovo per lui. «Ma se anche un giorno dovessi andare a lavorare a Parma – chiarisce Barbara – non mi trasferirei da Casaselvatica».

Sulla stessa lunghezza d'onda il marito, e non potrebbe che essere così quando si sceglie di lanciarsi in quella grande avventura comune chiamata famiglia: «In fondo da qui a Fornovo sono solo quaranta minuti di macchina. E poi abbiamo l'autostrada comoda».

Non ha dubbi Marco: «Ma come si fa a andare via? I nostri sono posti bellissimi. Sono sempre stato qua e non riuscirei a vedermi da nessun'altra parte». «Qui si vede il cielo – aggiunge Barbara, con quel tocco di poesia che le donne riescono sempre a infilarci – e c'è calma, serenità. No, mai pensato di andarmene». Sanno però che tanti hanno fatto una scelta diversa: amici che magari tornano nel weekend ma che durante la settimana vivono in pianura: «Certo, la mancanza di lavoro ha spinto molti a trasferirsi ma per restare basta solo un poco di spirito di sacrificio».

E ora che in casa c'è un bimbo riaffiora anche qualche ricordo della propria infanzia: «Quando c'era la neve era una festa - racconta Barbara - Ogni campo era buono per andare a rotolarsi. E se non c'era la neve scivolavamo lo stesso sull'erba infilati dentro ai sacchi».

E il piccolo Filippo? «Si divertirà anche lui. Il nostro augurio è che cresca sano, sereno e con la voglia di restare qua».

CORNIGLIO

Dice che vivere a Bosco è «come stare in vacanza» e che un'ora di macchina per andare a lavorare non è un problema: «E' una questione di mentalità. C'è chi decide dove abitare in base al lavoro. Io non la penso così: il lavoro non è la vita». Alice Cattani, 26 anni, quando c'è stato da decidere di stabilirsi a Bosco non ha avuto dubbi. Quello che sarebbe diventato suo marito, Filippo Moretti, 28 anni, era preoccupato. Perché lui a Bosco ci è cresciuto e ci lavora: fabbro, lattoniere e idraulico insieme al padre e al fratello. Alice, invece, avrebbe dovuto spostarsi ogni giorno fino ad Alberi, dove lavora nello studio di architettura della madre. Ma lei ha chiarito che la strada non sarebbe stato un ostacolo.

E così nel marzo del 2013, dopo un anno di convivenza a Lesignano, Alice e Filippo si sono trasferiti a Bosco, il paese che li aveva fatti incontrare ragazzini: lui ci abitava, lei, cresciuta a Parma ma dal lato paterno originaria del posto, saliva in estate e nei weekend. Ad agosto del 2013 si sono sposati e lo scorso 1° febbraio è nato il piccolo Gianmaria. «Il giorno prima del parto ho fatto Bosco-Alberi e Alberi-Bosco guidando con le contrazioni - ripercorre Alice - Soprattutto il ritorno è stato molto impegnativo: ogni 12-13 minuti dovevo fermarmi».

Nonostante il viaggio da odissea, è arrivata a casa. Certo, ha dovuto scendere a Parma già il giorno dopo, ma questa volta c'era Filippo con lei, perché Gianmaria aveva deciso di venire al mondo. «Quando mi chiedono perché ho scelto di abitare a Bosco io rispondo “perché no?” - prosegue la mamma - Forse a 18 anni non lo avrei fatto, ma le priorità cambiano. E lo dico subito: non sono un'amante delle passeggiate nella natura. Ma qui mi sento sempre in vacanza e tutto viene vissuto con più tranquillità. Ogni mattina porto fuori Gianmaria e mi sento libera di andare dove voglio». «Senza contare - aggiunge il marito - che qui abbiamo una casa grande, giù avremmo potuto permetterci un bilocale».

La casa è diventata realtà anche grazie al lavoro di Alice e Filippo: hanno fatto gli allacci, pitturato, aperto il muro della scala. E adesso è il loro nido. La viabilità ha i suoi problemi, non lo negano, soprattutto da quando è interrotta la Miano-Bosco: «Ma in fondo – ripete Alice – è un'ora di viaggio dalla città. Ad attraversare Roma e Milano ci vuole lo stesso tempo. La neve davanti a casa la mattina? Si spala, se non volevo la neve andavo ai Caraibi».

«Le comodità piacciono a tutti - dicono - ma a volte noi ci svegliamo con il sole e vediamo la cappa di nebbia giù in pianura». Il piccolo Gianmaria? «E' la mascotte del paese. Crescerà bene, senza una mamma che stia sempre lì a dirgli: “vieni qua, dammi la mano, non ti allontanare” e all'asilo, più che delle maestre troverà delle mamme».

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