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Malesani «allena» l'Amarone

02 aprile 2015, 07:00

Malesani «allena» l'Amarone

Sandro Piovani

Impegnato soprattutto a fare pubbliche relazioni. Anche perché a Verona, pur nella mischia internazionale di Vinitaly, tutti lo salutano, evita accuratamente i «selfie» e le foto, sorride facendo degustare i suoi vini. Per le questioni tecniche c'è l'enologo ma non si pensi che Alberto Malesani non se ne occupi. Anzi. «Sto attento a tutto» ci dice soddisfatto. E spuntano gli stessi occhi dei momenti migliori, delle tre Coppe in cento giorni di quando allenava il Parma. La sua azienda «La Giuva» (acronimo del nome delle figlie Giulia e Valentina) produce quattro etichette: Il Valpo (Valpolicella DOC); Il Rientro (Valpolicella Superiore DOC); L'Amarone 2012 (L'Amarone della Valpolicella DOCG) e il Recioto (Il Recioto della Valpolicella DOCG). Buoni, piacevoli con una nota di grande merito per il Recioto e per un'Amarone di spessore pur alla prima uscita dalla cantina. Lui, Alberto Malesani, sorride ricordando come abbia scoperto il vino. Come sia sbocciata questa passione. «Il vino l'ho scoperto quando allenavo il Parma, nell'anno favoloso della vittoria in Coppa Uefa. Era il 1999, giocammo a Bordeaux. La sera prima della partita assaggiai del vino rosso, abbinato a delle ostriche. Poi l'ambiente, il contorno. L'aria che girava a Bordeaux mi ha ammaliato, tutto profumava di vino. Quando sono tornato mi sono detto che avrei voluto fare il vino. Ho cercato per quattro anni un posto adatto, vicino a casa. Nel 2003 l'ho trovato ed è nato tutto».

Quanto c'è di Malesani allenatore nell'organizzazione di questa azienda?

«C'è tantissimo. E' un anno cche sto aiutando a pieno regime mia figlia Valentina, che si interessa dell'azienda più di Giulia. C'è molto, perché amo, amavo... usare la didattica in campo. Per allenare bene. E la stessa cosa la sto replicando nel settore del vino. In ogni cosa, se uno la vuole fare bene, credo che l'ingrediente principale sia la didattica».

Quattro vini, tutti espressione di questo territorio. Potremmo dire Verona nel bicchiere?

«Facciamo un Valpolicella chiamato “Il Valpo”, il nostro primo vino che non fa legno. Poi “Il Rientro” che fa un anno di legno. Poi quest'anno ho realizzato un sogno che è quello di produrre l'Amarone, in piccola quantità. E poi c'è il Recioto, tipico della mia zona e dal quale poi è nato l'Amarone: pochissime bottiglie ma credo di grande qualità».

Un Recioto di grande intensità, veramente di grande spessore.

«Il Recioto è apprezzato più a Verona e nel Veneto che nel resto del Paese. E' l'espressione di questo territorio, un vino insieme dolce ma anche sapido. Si può abbinare ai dolci e ai formaggi. Un vino veramente unico, era il vino quotidiano della nostra terra. Ora è quasi un must».

Lei che vino beve ogni giorno?

«(Sorride...) Devo dire che nella nostra azienda, con la mia famiglia e il nostro enologo, abbiamo cercato di realizzare buoni vini e quando guardo i dati c'è un alto consumo interno. Per me è il “Valpo”, poco più di 12 gradi, si può abbinare a tutto. Con le carni però non disdegno altri vini. Mi piace molto assaggiare sempre il mio vino ma non disdegno anche assaggi di altri vini. Perché tutte le cantine hanno alzato il livello».

Non è che c'è un campionato anche nel vino?

«Qua è diverso. Possono vincere più cantine, lo scudetto lo vince una squadra sola. L'importante è che tutti facciano un buon vino. Un vino leale e onesto: bisogna tornare indietro, a fare vini semplici, da beva. Almeno noi puntiamo a questo».

A Parma, di questi tempi, che vino porteresti per tirarci un po' su di morale, visto quello che sta accadendo?

«L'Amarone... Così vi dà una botta, uno shock forte visto quanto è buono. Anche se è giovane, l'Amarone potrebbe aiutare. In una situazione che mi dà tanto dispiacere. E' una botta anche per me, perché nonostante alcune incomprensioni, nel mio cuore c'è sempre un posto per Parma, per tutto quello che abbiamo fatto insieme con la città, i giocatori e la società».

Alla fine non allenare aiuta a fare vino oppure fare vino aiuta a non allenare?

«Per adesso non allenare mi aiuta ad occuparmi del vino e dell'azienda delle mie figlie. Non è detto però che a breve si possa tornare su una panchina. Ma se mi accorgerò che il mondo del calcio non crede più in Malesani, allora potrebbe essere che si vada per il verso opposto».

Ma lei guarda ancora le partite di calcio?

«Sì... E mi dico che è strano come il mondo del calcio dimentichi così in fretta. A diversità del vino: nel momento in cui lo fai, la sua storia resta. Nel calcio si dimentica la storia: credo sia il mio caso. Ma se arriva la telefonata belle, leale e onesta come il vino, allora la prendo in considerazione. Sennò vorrà dire che sono passato di moda...».

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