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Reportage

Maretto: il cimitero degli alberi

13 aprile 2015, 07:00

Maretto: il cimitero degli alberi

Chicco Corini

Quest’anno qualche quintale di legna da ardere l’hanno recuperato sulle sponde della Parma. Ma tonnellate ne sono rimaste ammassate nelle golene e lungo il fiume. La zona del Maretto adesso è un cimitero di legname morto e trascinato a valle soprattutto durante la devastante piena di ottobre. Alla Ca’ Rossa, sotto l’argine di via Europa, di legna ne ha fatto incetta anche una cooperativa sociale che risparmiando per il riscaldamento ha ripulito un po’ l’area sotto il nuovo ponte a Nord. Franco Povesi, 74 anni, presidente del circolo Ca’ Rossa, a quelli della cooperativa la legna gliel’ha fatta trovare già pronta da far scoppiettare nella stufa.

«Sono venuti con un camioncino e hanno fatto tre carichi. Ma basta guardarsi intorno e di legna sdraiata ce n’è tanta, tantissima. Spero che prima o poi le sponde e l’alveo vengano ripuliti». Povesi, che della Parma acquatica a nord della città è una memoria storica, si guarda intorno e indica con precisione un punto della sponda sinistra: «Là dove c’è quell’enorme catasta, c’era la marcita per la canapa. Anche adesso, qualche piantina di canapa tessile riesce ad affiorare. Ma questa Parma non è più quella di quando io ero bambino, ma anche quella di quando noi pescatori venivamo qui con canne e bilancino. Fino a vent’anni fa c’erano ancora le anguille. Adesso no. La ghiaia ha livellato tutto, non ci sono più le marcite, non ci sono più i fondoni. La Parma è stata incanalata, le sponde rialzate, quando ci sono le piene il fiume non ha più la possibilità di espandersi tranquillamente. Anche le golene sono state ridotte». E ce n’erano di fondoni fino agli anni Sessanta, dalla Casa Rossa a Castelnovo: i fontanili che animavano le anse del Limpido, poi il Maretto e la Buca di Moletolo, il Blan e il Paradiso. Di tutto questo è rimasto solo l’immaginario di primavere ed estati al «piccolo mare» parmigiano. Adesso, ad approfittare dell’abbandono c’è il siluro che risale dalla foce di Mezzani: la foto di un «mostro del Po» è nell’ufficio della Ca’ Rossa, l’hanno pescato poco lontano.

Nonostante tutto questo, quelli della Ca’ Rossa, 70/80 soci del circolo, ci sono ancora. A presidiare la memoria e il territorio. «E pensare che quando ero bambino, venivano qui a fare anche i cercatori d’oro, che in realtà erano degli scarti di vetro colorato disseminato sotto il terrapieno che si è venuto a creare alla fine degli anni Quaranta poiché tutte le macerie della seconda guerra mondiale venivano scaricate a ridosso della Parma».

L’anello (quest'inverno c'erano i binari per lo sci di fondo) che si forma partendo dalla Ca’ Rossa fino al ponte di Castelnovo e ritorno sull’argine della sponda sinistra della Parma, è un percorso ambientale davvero interessante. Se non fosse che mentre pedali, cammini o corri, ti senti assediato dall'abbandono, rifiuti compresi. Di fianco al centro di raccolta Iren del quartiere artigianale di Moletolo, c’è un’estesa discarica selvaggia con fusti di plastica e tanto altro di indubbia matrice inquinante. Poco prima, ci sono le strutture dell’ex Milan Club distrutte dalla grande piena di ottobre: qui serve una bonifica profonda e specializzata. Il container che custodiva attrezzature sportive e per lo sfalcio del campo di calcio, adesso è in bilico sulla sponda della Parma. Più giù, appena dopo il ponte della tangenziale affiora un altro container, verde, di quelli per la raccolta differenziata di scarti. Se poi si entra nella «giungla verde» del Maretto spunta un po’ di tutto quello che la civiltà dei consumi produce e che poi finisce nella Parma.

«Se la Parma del Maretto fosse tutelata in tutti i sensi, i parmigiani tornerebbero ad impadronirsi di una delle zone più belle e storiche della nostra città. Noi – dice Povesi – facciamo di tutto per mantenere vivibile la zona della Ca’ Rossa. Il Comune ci sostiene, ma non possiamo fare le sentinelle di tutta l’asta della Parma».

Dall’altra sponda, si stanno ripulendo i campi di calcio distrutti dall’alluvione. Intorno ai rettangoli di gioco, proprio dove inizia la pista ciclabile dal quartiere San Domenico, ci sono altre cataste di legna abbandonate. Qualcuno è passato per farsi un po’ di provvista e si vedono i segni su tronchi tagliati con la motosega, ma di legname morto ce n’è moltissimo anche lì. Come e quando rimuovere tutto questo? Il Comune di Sasso Marconi, per la prima volta in Emilia Romagna, ha ottenuto una delega dalla Regione per affidare ad una ditta privata il recupero di tronchi e rami dal letto del Reno. La vendita del legname ha coperto le spese per la pulizia. Sui bacini del Parmense un’operazione simile (ecologicamente sostenibile) è possibile?