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Topi d'appartamento

Il ladro: «Contro i furti fate così»

28 giugno 2015, 07:00

Il ladro: «Contro i furti fate così»

Chiara Pozzati

Dopo anni gli è rimasto l'«occhio clinico». Quel «radar per i soldi», come lo definisce, che si attiva con uno sguardo. «Adocchiavo le mie vittime un po' ovunque: al bar, al supermercato, per strada. E mi mettevo a seguirle per vedere dove abitavano. Oggi non capita più, ma ancora riconosco chi può contare su un solido stipendio e dunque su una bella casa».

Kevin (il nome è di fantasia, ma il resto no) è una di quelle persone che ti auguri di non incontrare mai sulla tua strada, o almeno anni fa quando era nel pieno dell'attività. Quasi 30 anni, nomade («ma nato in Italia»), padre di almeno quattro pargoli scalmanati, professione: ladro d'appartamento.

Come difendersi dai professionisti dello scasso? «Gioielli in cassette di sicurezza, mai troppi contanti in casa, sbarre a porte e finestre e allarmi collegati direttamente con le centrali di polizia e carabinieri. Non ci sono molte altre soluzioni ».

Che il mestiere del bandito («con un codice però», assicura) lo avesse nel dna, è lui stesso a dirlo: «Ho imparato a rubare fin da bambino, per alcuni di noi è praticamente un lavoro». E allora, come «esperto in materia», svela cosa passa nella mente dei soliti ignoti, gli intrusi che non si fanno scrupoli a violare il posto che dovrebbe essere più sicuro al mondo. Ma soprattutto come difendersi da chi svaligia le case altrui per professione.

A guardarlo sembra un ragazzotto come tanti: tono pacato, lieve accento bergamasco e un sorriso furbetto. Il suo curriculum è zeppo di colpi in appartamenti, villette, aziende, locali, nel 2009 però è stato incastrato dalla polizia, ha scontato anni in cella, poi ai domiciliari, quindi con l'obbligo di firma in Questura. «Oggi, però, sono un uomo libero - giura - ho pagato il debito con la giustizia e ho cambiato da tempo attività».

L'incontro è stato (quasi) casuale di fronte a un caffè. Non si fida molto dei giornalisti, ma del resto il sentimento è reciproco. I patti sono chiari: niente nomi, solo i racconti dei bei tempi andati. E il viale dei ricordi è assai lungo.

«Una volta ho trovato 80mila euro in contanti sotto il divano di un soggiorno, in un'altra casa dei cinesi conservavano mazzette da 500 euro nascoste nelle pentole. I bottini più sostanziosi, però, sono nelle aziende. Ovviamente il periodo migliore è sempre l'estate, quando non si respira, le finestre sono aperte e in una notte puoi ripulire anche tre o quattro appartamenti».

I vacanzieri sono avvertiti. Ma come scelgono le prede? «Semplice, le vedi al bar, al supermercato o per strada vestite bene, con i gioielli giusti e il Rolex al polso. Quindi scatta il pedinamento. Credimi, nessuno se n'è mai accorto. Prendi la macchina e li segui fino a casa, se vedi che non rientrano subito temporeggi, così dai un'occhiata anche al quartiere».

Primo comandamento del ladrone: «Mai attirare l'attenzione. Solo in due occasioni mi è stato chiesto che ci facevo in una strada da alcuni vicini di casa. Le risposte sono standard: “Aspetto un amico, un parente, mi sono perso, stavo cercando uno studio dentistico”. Ho sempre preferito le villette, rispetto alle palazzine: isolate con più finestre e balconi a un'altezza accettabile. In un condominio è molto difficile non farsi “sgamare” dai dirimpettai».

Secondo comandamento: acquisire le abitudini delle vittime. «Per un po' ti apposti sotto casa per capire gli orari e soprattutto chi la abita davvero. Bastano cinque giorni, massimo una settimana, poi entri in azione. Sai dove abitano, dove lavorano, chi frequentano, le abitudini e le tempistiche».

Le tecniche di effrazione, poi, sono un mondo su cui Kevin taglia corto: «Io ho sempre adottato il “metodo” standard: un piede di porco e due cacciaviti formato maxi: in cinque, sei minuti sei dentro. Naturalmente non in tutti i casi è così, alcune blindature reggono. Per entrare dalle finestre occorre ancor meno. Ho sempre agito fino al terzo piano, arrampicandomi sulle grondaie, ma sapevo di ragazzini giovanissimi che facevano acrobazie da gatto, impressionanti».

Una volta entrati, però, ci vuole calma, freddezza: «Il consiglio che posso dare per non farsi derubare? Abolire la camera da letto e tutti i mobili che contiene dalla lista dei nascondigli: è la prima stanza che viene passata al setaccio». Ma non si è mai sentito in colpa? «In realtà no, ma perché ho un “codice”: non sono mai andato a rubare a poveri, non ho mai alzato le mani su donne, bambini o vecchiette. Puntavo solo a gente coi soldi, liberi professionisti in primis. Per vedere i veri criminali dovreste aprire un capitolo sui ricettatori, i compro-oro capofila, che sono tutti italiani e non di rado ti danno pure le dritte su dove colpire».

Da una cosa sola l'ex ladro è sempre tenuto distante: la violenza. Nè rapine nè omicidi. Mai. «A volte insieme ai guanti mi portavo le fascette per legare i polsi, ma ho sempre sperato (e sono stato esaudito) di non incontrare i padroni di casa. Preferivo rubare contanti, ma anche i gioielli fruttano bene».

E' vera la leggenda che gli zingari non rubano l'argento? «Forse i vecchi, io prendevo tutto quel che trovavo. Provavo a entrare nella testa del proprietario e a ragionare come lui. Una volta fatta incetta di gioielli o bigiotteria, scappavo e solo in un secondo tempo “scremavo” la refurtiva». Perché ha smesso? «Semplice, ormai mi conoscevano nel giro delle forze dell'ordine e mi sentivo braccato. Ho una famiglia a cui provvedere, oggi vivo in appartamento». Se qualcuno ti venisse a rubare in casa? «Ma chi? Solo un pazzo». Sorride e se ne va.

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