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La storia

Caboara, il «miracolo» delle albicocche

09 luglio 2015, 07:00

Caboara, il «miracolo» delle albicocche

Roberto Longoni

Manfred di nome e Alber di cognome. Coltivatore di albicocche, anzi, «inventore» delle albicocche d'alta quota appenninica. Sembrerebbe un destino segnato dall'anagrafe. Invece, il signor Alber ci ha messo molto di suo. Passione, fantasia, spirito di sacrificio e gusto per l'azzardo. Ci vuole un po' di tutto questo, perché un figlio delle ricche Dolomiti venga a reinventarsi in un angolo sperduto della nostra montagna. Un uomo che ama andare controcorrente, Alber. Per questo gli sarebbe potuto bastare il cambio di residenza: da Merano a Caboara, cinque anni fa, al giro di boa del primo mezzo secolo di vita. Ma trasferirsi in una ripida terra dalla quale è ben più facile scendere per partire che salire per restare non gli sembrava abbastanza. Così, ha piantato duemila albicocchi dove nessuno avrebbe mai osato, fino a creare (molto probabilmente) il frutteto più alto della regione. «A essere sincero - sorride -, anche chi me li ha venduti era piuttosto perplesso». Alber ha tirato dritto e ha fatto di testa propria, con la moglie Maria e i pochi residenti della frazione come manipolo di amici fidati («Qui vado d'accordo con tutti: mi trovo benissimo»). Ora, a dargli ragione sono centinaia di chili di succosi frutti in attesa di essere raccolti. «Si parte domani. E spero che serva a far ricredere chi pensa che questi splendidi monti non possano dare lavoro». Sole rovente di giorno e temperature in picchiata la notte. Che cosa c'è di diverso dalla Val Venosta? si chiese Manfred al suo arrivo. Caboara, l'aveva scoperta con un viaggio virtuale, su un computer che sembrava portarlo lontanissimo, più su una costa brasilera che dalle parti del monte Pelpi. Ma fiutare i profumi e osservare i colori, risalendo le curve che si staccano dalla fondovalle del Taro, gli rievocò qualcosa di familiare. «Ero pasticciere a Merano - racconta -. Ma fare gastronomia in provincia di Bolzano è molto pesante: un anno ne vale due o tre altrove. Così, dopo un ventennio di quella vita, io e mia moglie abbiamo detto basta. Navigando in internet, abbiamo scoperto che qui c'era una vecchia casa di pietra con 15 ettari di terreno in vendita. Decidemmo di comprare e di lasciare le nostre due figlie a Merano, a lavorare nella ristorazione: spero che riescano a smettere presto (e qui aggiunge un sorriso, ndr). Era il momento che tornassi al mio hobby giovanile: l'apicoltura». Ci si mise d'impegno, fino a contare gli oltre duecento alveari dei giorni nostri. Una parte dei propri terreni, l'ex pasticciere la dedicò all'albero del miele. «Ora ne ho trecento piante che vendo online in tutt'Italia». Alberi magici, dalla fioritura tardiva. «Sono i più melliferi in assoluto. Ricchi di inibine, che fanno bene alle api e consentono di raggiungere una produttività di dieci quintali di miele per ettaro». Un'ottima partenza. Ma quei quindici ettari proponevano anche altre possibilità. «All'inizio volevo provare con i lamponi, ma la logistica era contraria: troppo lontani per i raccoglitori. Escluse quasi subito le pesche, per le quali non è zona, puntai un po' su ciliegie e mele. Ma fu l'idea delle albicocche a convincermi di più». Tra le varietà, sembrava essercene una perfetta per la «Val Venosta appenninica»: la marille, un frutto antico (ingrediente fondamentale nei menu dell'Austria felix: è la marmellata ottenuta con questo frutto a farcire la torta Sacher) della valle di Wachau, lungo il Danubio. «Longeva, ottima per le coltivazioni biologiche, essendo resistente alle malattie: e io di veleni non ne voglio proprio usare». Ma soprattutto una varietà nata per le alte quote. Insomma, l'albero di Alber: da piantare tra i 750 e gli 880 metri di quota dei suoi terreni. «Feci la prova con un paio di esemplari. Visti gli ottimi risultati, continuai a piantarne a centinaia per anno, fino ad arrivare ai mille della stagione scorsa». Ora, è il momento di tirare le somme: ossia, di passare al raccolto, per dirla nel linguaggio della terra. Per quest'annata, tre paia di mani basteranno a cogliere i frutti. In futuro, la piantagione avrà bisogno di stagionali. «Spero di trovarli qui, magari studenti della zona che vogliano guadagnar qualcosa. Altrimenti, dovrò rivolgermi a mio fratello: che mi mandi i suoi aiutanti dall'Alto Adige, prima che cominci la raccolta delle mele lassù». Intanto, in queste ore, Manfred, Maria e un dipendente riempiono le prime cassette, partendo dalle piante alle quote più basse, già mature. «Entro due settimane, avremo completato il lavoro». Nel frattempo sarà partita la sfida delle marille venute da lontano, alla conquista di buongustai a chilometri zero o poco più. Le albicocche d'alta quota forniranno la materia prima per menu a tema della trattoria Da Mussi di Caboara e saranno in vendita nei mercati e negli agriturismi della zona o suoi fornelli di casa Alber, per diventare marmellata. Chissà com'è il retrogusto appenninico nella Sacher?

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