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La nuova vita di Marini

18 ottobre 2015, 07:00

La nuova vita di Marini

Stefano Rotta

«Sono nato coi piedi nell’acqua di Po», dice Mario Marini, su in mezzo a una nuvola piena d’acqua dove lo andiamo a trovare in Appennino: «Il mio babbo aveva un’azienda di legnami a Colorno. Mi portava a caccia con la barca». Altro mondo, eppure l’altro ieri. Marini, che molti conoscono per gli incarichi pubblici nella giunta di Pietro Vignali in comune a Parma, è nato il7 aprile 1972, «aSorbolodowntwon», sorride. Oggi gestisce un agriturismo nel piccolo paese di Strela, noto per l’eccidio nazifascista del 19 luglio 1944 con diciassette caduti. Giovanni, il padre, del 1921, era ingegnere, ai tempi cosa tutt’altro che frequente: si mise in gioco e partì quasi con la valigia di cartone per il Sudamerica: «Si fece un mazzo così e arrivò a lavorare per la tracciatura della panamericana. Erano gli anni Cinquanta, si operava col teodolite. Era predisposta una quadra di tracciamento: si stava sei o sette mesi all’anno sulle camionette poi altri cinque o sei mesi nei locali, sempre lavorando. Mia madre è sempre rimasta a Sorbolo coi piedi piantati come un olmo». Ricorda: «Ho iniziato ad andare in Po subito: spiaggioni, grigliate, pescare dai pennelli; in moto dentro le lanche. Le compagnie da ragazzi si sono divise, fra chi andava a Parma a far la vasca in centro, o al Burghy, e chi andava in moto in Po. Fra paninari di provincia, in città, e noi che facevamo casino nei pioppeti». Marini ha studiato a Parma, dai Salesiani, medie e liceo. Poi la facoltà di Economia e Commercio fino a metà circa, quando con il prof. Scaravelli il cammino universitario s’inceppa con un libretto che vola. S’iscrive allora allo Iulm, poi il provvidenziale master di marketing a «Publitalia», società di Silvio Berlusconi. «Mi ha cambiato la vita. Nel 2001 su milleseicento proposte siamo entrati in quindici. Volevo lavorare nel marketing in grandi aziende, loro hanno un placement pazzesco». Finisce così a Genova in «Costa Crociere», nel trade marketing. «Ero il junior assistant del responsabile del trade di Costa, ci occupavamo di tutto il canale di vendita, tramite agenzie, e poi merchandising, punti vendita, comunicazione, training agli agenti. Azienda italianissima come testa, con management americano, il miglior connubio che si possa immaginare. Dopo circa un anno mio padre comincia a non star bene, così decido di mollare». Torna a casa e va a lavorare in Amps, l’attuale Iren. «Esperienza bellissima, di lavoro sul territorio, gente col cuore davvero, gasisti, idraulici, gente vera». Dal settembre 2008 all’ottobre 2009 è Retailmanager nell’Antica salumeria Rosi, società del gruppo Parmacotto. Racconta: «Il 10 di agosto eravamo lì lì per chiudere l’affare, acquistando le Sorelle Picchi, il 14 ricevo una telefonata, “compra tutto Rosi”. Non possiamo neanche rilanciare. Mando un messaggio a Rosi del tono, “sono contento che il posto rimanga in mani parmigiane”. Lui risponde scusandosi, dicendo che se l’avesse saputo non avrebbe sparato così alto». Resta il fascino per il marketing legato al food, il metter d’accordo mangiare e cifre. «Ho sempre desiderato occuparmi di alimentare ad alti livelli. Penso che se c’è onestà da entrambe le parti, se il marketing è pulito e fa conoscere prodotti di alto livello, diventa quasi una missione, superata solo dal marketing dei beni di lusso, come i gioielli, puri in sé. Anche il cibo è un gioiello, si trovano salumi spagnoli a ottanta euro al chilo perché sono state usate bene le leve del marketing». Nel 2009 nasce la prima figlia, Emma. «Mia moglie comincia a dire che non si può abitare a Sorbolo, che dobbiamo spostarci, cambiare paese. Comincio ad adocchiare le prime colline. Nel 2011 cade la giunta, lo prendo come un segnale. A 39 anni potevo ancora insediarmi come giovane agricoltore: ho acquistato questo podere nel gennaio 2012, riuscendo a insediarmi entro il 7 aprile, una corsa contro il tempo. Il 7 aprile 2014, dopo due anni è diventato operativo sia come ricovero, sia come laboratorio». Aggiunge: «Non ho rimpianti». Davvero? «No, non è vero, un rimpianto ce l’ho: quando noi siamo usciti dal comune non siamo usciti perché abbiamo perso un’elezione, ma perché cinque deficienti hanno pensato di arricchirsi alle spalle dei cittadini e di un progetto politico, non finendo cose bellissime che si potevano fare. Per me è stato un onore essere invitato alla convention mondiale di Ibm a Berlino a esporre il caso dei servizi online del comune di Parma». E adesso, qui, come va? «C’è una bella frase che dice, troverai più nei boschi che nei libri. L’Appennino ti cambia tutto. Sono passato da un Wrangler 4000 benzina al Doblò a Metano. Mi posso permettere di non rispondere al telefono. Si vive molto più liberi. E’ uno stare nel tuo che comincia la mattina con le galline e va avanti lavorando tutto il giorno, riparte il metabolismo. La scelta di fare questo mestiere viene dalla passione, ma anche dal divertimento. Se uno non trova in un mestiere come quello della ristorazione il modo di divertirsi, è meglio che non parta neanche, qui non si è mai finito, non c’è orario. Si aggiunga che siamo in montagna».

E’ un fiume in piena difficile da arginare: «Raccogliere, coltivare, allevare. Ricevere e ospitare. E’ una soddisfazione puerile, vera, vedersi arrivare persone che vengono per mangiare dormire e poi si aprono, raccontano la loro storia. Avere a che fare con storie personali e professionali che non diresti mai. Come due signori del New Jersey tornati a Tarsogno per trovare le radici della nonna di lei. Nelle conversazioni a tavola, si sa, ci si sente più liberi. Poi qui riusciamo a far mangiare i polli che alleviamo noi: li macelliamo di sette mesi, mangiano in modo calibrato, sono liberi tutto il giorno. “E’ un sapore che non ricordavo” è la frase più bella che uno ti possa dire. Ci siamo standardizzati verso il basso nel gusto». Argomenta: «Se fai un agriturismo, che sia vero! Noi produciamo i due terzi di quello che va in tavola. La carne dalle manze o dai polli, il gelato lo faccio io, e poi salumi, miele, manca solo il tassello del vino. Conto di riparare nel giro di tre o quattro anni. Vino normale, niente punte. Il Piemonte rimane molto lontano; però servi a tavola il tuo vino, che soddisfazione. Come filtrare e lasciar maturare un anno gli infusi e infine vederli in tavola. Si va avanti a piccoli passi quassù, tutto è una difficoltà. Ci vuole umiltà, si perderà del tempo, ci si scontra con la realtà. Ma dietro c’è passione e voglia di divertirsi, i risultati prima o poi arriveranno».

Da buon norcino, insiste molto sulla questione del benessere animale: «Non può essere una questione solo etica o solo per animalisti, la carne di un animale che sta bene è migliore, è più buona da mangiare. Personalmente ricerco il benessere animale per avere un prodotto di qualità organolettica ed eccellenza gustativa».

Scrive, Marini, in un’accorata lettera aperta. «Ci sono pagine della vita delle quali a volte ti chiedi se ne sia effettivamente tu l’autore o se Qualcuno le abbia già scritte per te e tu stia solo interpretando un ruolo, il personaggio di una trama. Ecco: il “folle volo” che io e mia moglie abbiamo intrapreso nella primavera del 2012 ci porta spesso a porci questo interrogativo. E’ normale, è una scelta razionale abbandonare il certo per scegliere l’incerto? Cambiare radicalmente mestiere, ed inventarsi agricoltore ed allevatore? Lasciare il luogo in cui si è nati e vissuti per quarant’anni precisi, abbandonare i tuoi affetti e le tue amicizie, e ricostruirti da zero una vita, affidando tutto quello che hai al corso delle stagioni, alla pioggia e dal sole, al vento ed alla neve?». Vedendolo scegliere le patate dal cassone, e trasformarsi in un apicoltore con la tuta per poi passare alle vacche libere nei prati uggiosi, ci è parso un uomo felice.