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A BALDASSARRE MOLOSSI

Quella lettera di Egisto Corradi

18 ottobre 2015, 07:00

Quella lettera di Egisto Corradi

Caro Molossi,
sono almeno dieci giorni che tento di mandarti i miei auguri per il San Martino che la «Gazzetta di Parma» si accinge a fare. Ma soltanto stasera vi riesco. Avevo tentato di scriverti da Milano, una settimana o poco più fa, ma mi capitò tra capo e collo l'ordine di correre a Bolzano per vedere come si metteva la crisi politica in quella Regione. Pensai allora di scriverti prima di ripartire ma eccomi dirottato su Verona e Venezia per un'altra faccenduola. A Venezia, due notti fa, stavo proprio per prendere la biro in mano quand'ecco che squilla il telefono.

- Dove? - domando.

- Algeri - mi rispondono.

-Domattina? - domando ancora.

- No, subito - mi dicono. Mi «tirano giù dal letto» come si dice a Parma.

Un quarto d'ora dopo ero sul Canal Grande diretto alla stazione con la mia ormai anziana valigia da inviato speciale, colma di appunti, di biancheria sporca, di cose non più utili ma non tanto da buttarle via; e con la testa, soprattutto, ancora «ingranata» sulla crisi altoatesina e sull'altra faccenda veneziana (che non posso dire, sai bene il perché il segreto dei giornalisti). Alle cinque ero a Milano, alle sette alla Malpensa, alle nove ad Orly, alle dieci al Quai d'Orsay (per il permesso che ancora occorre per gli stranieri che si recano in Algeria), alle undici di nuovo ad Orly, alle tredici e quindici all'aeroporto di Al-Aouina, alle dodici in albergo (per fortuna c'era posto) qui ad Algeri.

Dove sarò domani, dopodomani, tra una settimana? Forse ancora qui o ad Atene o a Bari o ad Abbiategrasso o a Castrocaro Terme (Forlì). Io, caro Molossi, non so mai dove sarò più tardi, tra un'ora, tra un giorno, tra un mese. Non lo sa nessuno, non lo sanno nemmeno il mio direttore Missiroli e il mio redattore capo Mottola. O sono in viaggio o sono «a disposizione». Essere «a disposizione» significa non potere andare al cinema, non potere andare a pescare, non potere allontanarsi per una sia pur breve gita, non essere «mai» certi di poter essere ad un appuntamento. Significa essere sempre di picchetto o, se preferisci, trovarsi nella posizione di un pompiere in perpetuo servizio.

Ti dirò, a questo proposito, che in casa mia tutto è organizzato per le mie improvvise partenze. Mia moglie ed i miei figli vi sono abituati, non se ne accorgono quasi più. Poi ho sempre due o tre valigie pronte, con abiti per i vari climi, eccetera eccetera. In casa mia manca soltanto quel certo foro nel pavimento che esiste nelle caserme dei pompieri, quel foro attraverso il quale si scende lungo una pertica, rapidissimamente, senza perdere tempo. Nella mia futura casa - l'amministratore del «Corriere della Sera» mi ha già detto che è disposto a sopportare la spesa - avrò anche il buco nel pavimento con relativa pertica. E sarò divenuto, allora, un perfetto pacco postale. Un pacco postale con l'indirizzo sbagliato, in corsa da A a B, da B a C, da C a D e così avanti. Quando arriverò mai alla destinazione giusta?

Caro Molossi, ti sto raccontando cose che conosci benissimo. Ma te le racconto perché è proprio la «Gazzetta di Parma» la responsabile di questo modo di campare la vita e di viverla. E' vero che avevo un deciso debole per il giornalismo. Lo avevo al punto che fin da giovanetto diventavo rosso di brage quando passavo davanti alla «Gazzetta», allora appena trasferita in via Saffi dalla Pilotta. Diventavo rosso per amore e timidezza e vergogna insieme, così come diventavo rosso nell'imbattermi in una qualche ragazza che mi piacesse. Io avevo dunque il debole ma fu proprio la «Gazzetta» a creare l'occasione. L'occasione fu di certi corsi di giornalismo che la Federazione fascista aveva organizzato promettendo la possibilità di «turni di servizio» di una settimana alla «Gazzetta» allora «Corriere Emiliano». Era l'esca che ci voleva per me. Dirigeva allora Giorgio Rosso. Fu lui ad accogliermi affabilmente con Alessandro Minardi. Allo scadere del mio «turno» chiesi, con il cuore in gola, di rimanere a lavorare come volontario. Lo ottenni, mai uomo fu più felice in vita sua. Feci di tutto: dalla correzione delle bozze alla stesura della notizia di cronaca, dalla «spunta» dei giornali alla «virgolatura» di una cartella della Stefani, dall'impaginazione alla titolazione. Tale fu il mio esordio. Gratuito esordio perché mai presi una sola lira se non pochi mesi prima dello scoppio della guerra. Comunque ero contento, nulla al mondo era per me più desiderabile dell'odore di tipografia della «Gazzetta». Ricordo che Rosso, dopo un paio d'anni di lavoro, mi disse: «Corradi, vi farò dare una piccola somma una tantum dalla Federazione». «No - risposi stupito - non voglio nulla. Lavoro solo per passione». E non ebbi nulla, merlo.

Quel che desidero dirti a questo punto è che per chi intenda fare il giornalista non c'è migliore scuola di quella del giornale di provincia, specie di un giornale di provincia vivo come la «Gazzetta». Credo che tu sia d'accordo. In un piccolo giornale si fa tutto, si impara tutto, ci si rende conto di tutto. Il giornale di provincia è una autentica università giornalistica. Tu credi che al «Corriere» sappiano che io saprei alla occorrenza impaginare? Non lo sanno, sono a mille miglia dal saperlo. Ed è bene che non lo sappiano. E tu credi che sappiano che io conosco i corpi ed i caratteri e che so «creare» tipograficamente un titolo? Non lo sanno ed è bene che non lo sappiano. Sanno soltanto che me la cavo in una certa specialità e in quella mi usano con una fiducia che mi lusingo di meritare; la specialità, caro Molossi, del pacco postale con l'indirizzo sbagliato. E' certamente bene che in un grande giornale le cose vadano come vanno, ma questo non toglie che l'aver fatto il «tappabuchi» alla «Gazzetta» per qualche anno non mi abbia fornito le fondamenta del mestiere. E non toglie che la «Gazzetta» non sia responsabile - lo dico con affetto - del fatto che mi trovo stanotte ad Algeri, come «inviato speciale». Fa molto caldo ma, caso singolare, c'è la nebbia. Pare di essere verso la nostra «bassa» d'autunno.

Se gli ultras non ci mettono la coda spero di venirti presto a trovare e di essere condotto da te a visitare la nuova redazione e la nuova tipografia. Non c'è città dove io sia stato in cui non abbia visitato gli stabilimenti dei giornali, da Tokio ad Amman, da Capetown a Budapest. Anche in Russia, durante la guerra, non c'era tipografia di paese che mi sfuggisse (quando era possibile). Immagina un po' se non sono ansioso di vedere la nuova «Gazzetta» con i vecchi amici dentro. Con molti auguri.

Tuo Egisto Corradi

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