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CORRUZIONE

Telefonino in cella, agente indagato

20 ottobre 2015, 07:01

Georgia Azzali

Un cellulare tra le pagine «scavate» di un volume della Bibbia e recapitato al boss dietro le sbarre. Immagini viste e riviste in tv movie nazional popolari. Roba da film. Ma non solo. Perché dentro al carcere di Parma un telefonino è realmente arrivato, anche se il destinatario non era un capoclan ma un detenuto «comune», e il telefonino gli è stato semplicemente consegnato senza particolari stratagemmi. La procura ne è convinta, tanto da aver messo sotto inchiesta un assistente di via Burla: il poliziotto è indagato per corruzione. L'avviso di garanzia gli è stato consegnato nei giorni scorsi, quando i carabinieri, a cui nell'inchiesta si è poi unita anche la polizia penitenziaria, si sono presentati per la perquisizione. Al setaccio sono stati passati i locali della caserma di via Burla, dove ci sono le stanze e gli alloggi del personale del carcere.

Il poliziotto è libero: nessuna misura cautelare è scattata nei suoi confronti. Ma la procura è certa che quel telefonino - benché comunque non sia stato trovato - abbia varcato l'ingresso di via Burla grazie all'agente, finendo poi nelle mani del detenuto. Né un boss né un affiliato ad associazioni mafiose, ma comunque un criminale di un certo rango. Nulla trapela dagli inquirenti su quale scambio ci sia stato tra lui e il poliziotto. Ma basterebbe una promessa di denaro o di altri «vantaggi» per far scattare l'accusa di corruzione.

L'altra domanda cruciale è chi abbia chiamato il detenuto con quel cellulare. E, soprattutto, se abbia contattato qualcuno per organizzare qualcosa di illecito fuori dal carcere. In realtà, pare che nella maggior parte dei casi l'uomo abbia chiamato familiari e conoscenti, ma senza programmare o dare ordini per mettere in atto piani criminali al di fuori del carcere. Resta il fatto che quel telefonino non poteva oltrepassare le porte del carcere.

Un'ombra pesante, anche se l'inchiesta non è certo conclusa. Un'altra pagina su cui fare chiarezza. E la memoria, pur non essendoci al momento alcun collegamento tra le due vicende, va alla rocambolesca evasione da via Burla del 2 febbraio 2013. Se ne erano andati scalando il muro di cinta, Valentin Frrokaj e Taulant Toma. Avevano preso il volo in una mattina nebbiosa, ripresi dalle telecamere del carcere, eppure nessuno si accorse di quelle due sagome che per alcuni minuti comparvero sui monitor della sala regia di via Burla. E nelle ore precedenti, l'assistente finito ora sotto inchiesta per corruzione era in servizio nella stessa sezione da cui fuggirono i due. In particolare, il poliziotto, il primo febbraio, di turno pomeridiano-serale, era rimasto fino alle 23 nella sezione sullo stesso piano di quella di Frrokaj e Taulant, poi nell'ultima ora era di guardia anche in quella in cui c'era la cella dei due albanesi. E in questa stessa sezione sarebbe stato rinchiuso anche il detenuto a cui è arrivato il telefonino.

Semplici dati oggettivi, nulla di più, al momento. Perché le due inchieste, condotte da pm diversi, sono assolutamente separate, anche se non è escluso che ora possano scattare verifiche e approfondimenti. Inoltre, l'assistente ora sotto inchiesta per corruzione non è mai stato indagato per il caso della fuga da via Burla. Una vicenda per cui nei mesi scorsi undici persone sono state rinviate a giudizio, otto delle quali (l'ex direttore, l'ex comandante e altri sei poliziotti) per procurata evasione. Un'ipotesi dolosa, non colposa, come inizialmente era stato ipotizzato. L'agente che quella notte era seduta davanti ai monitor della sala regia del carcere dovrà anche rispondere di falsità materiale e falsità ideologica aggravata in atti pubblici. Mentre per altri tre colleghi è rimasta «solo» l'accusa di omissione di atti d'ufficio.

Frrokaj, un ergastolano. E Toma, un rapinatore con fine pena nel 2022. Entrambi albanesi, riuscirono a scappare dopo aver preparato per giorni, forse settimane, la fuga. Suonò per due volte l'allarme antintrusione, ma non partì alcuna chiamata per mettere in moto la vigilanza.

Accuse pesanti. Ma il processo è solo alle battute iniziali.

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