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Libro

L'«Africa a cronometro» di Egisto Corradi

22 ottobre 2015, 07:00

Roberto Longoni

Inesorabile Lancia Beta: spietato scatolone su ruote, fedele ogni giorno ai 50 all'ora di media, capace di toccare gli 82. Non una rottura né una foratura in 16 mila chilometri di deserto, giungle e savane, di guadi impetuosi, incendi e altopiani innevati. L'Africa vista attraverso, da Algeri a Città del Capo, alla velocità di un raid: tra gentiluomini del 1951, ma pur sempre in corsa. Un guasto, ci sarebbe voluto, e allora sarebbe stato possibile annusare, ascoltare, osservare. Invece, Egisto Corradi per 50 giorni scrutò il mondo in fuga oltre i cristalli sporchi del pulmino. «Cane di un motore, nemmeno uno sternuto» arriverà a sfogarsi il mancato pedone.

Eppure, la radiografia del continente gli riuscì eccome. Quei taccuini fitti di una calligrafia a sobbalzi come le piste dal fondo a lamiera ondulata sarebbero diventati articoli e poi libro: «Africa a cronometro». Ci sono voluti 63 anni, perché il volume tornasse a vivere, ristampato da Corbaccio. Ieri la presentazione alla Feltrinelli di via Farini, nel cuore della Parma nella quale Corradi nacque e dalla quale spiccò il volo, dopo essere stato caporedattore della sua «Gazzetta». Atto d'amore, atto dovuto, nei confronti del «maestro degli inviati - esordisce Giuliano Molossi -. Un maniaco della verità assoluta: scriveva solo dopo aver visto. Ero capocronista al “Giornale”, e alle riunioni di redazione mi raccontava quel che aveva notato a Milano: un'impalcatura pericolante, un tram guasto». L'eterno cronista: colui che alla quotidianità guarda attraverso.

Anche per l'ex direttore della Gazzetta di Parma «Africa a cronometro» è stato un viaggio in un territorio inesplorato del giornalismo. «Una storia incredibile. Per il mondo descritto, per i personaggi: dai concorrenti che hanno caricato dinamite sull'auto, a quelli che hanno riempito i bagagli di smoking. E poi per le pagine di grande poesia». Nella descrizione di quadri d'insieme o di dettagli attraverso i quali si vede il campo lungo: come quando basta il racconto della corsa della «prima gazzella», per dire del passaggio dal deserto alla savana. E poi la capacità di avvicinare a ognuno il mai visto. «Un tratto nebbioso d'Africa è come la Bassa, la strada a tornanti che supera l'equatore come la Cisa. La sua Parma, Egisto non la lasciò mai del tutto». Fu la memoria, semmai ad allontanarsi da lui. Corradi troppo dimenticato dopo il 1990, anno della sua morte. Quasi un estraneo ai giovani d'oggi, come fu a lungo per la figlia Marina. «Il mio maggior rimpianto è di averlo conosciuto solo quando avevo 20 anni - ricorda lei, a sua volta giornalista (nonostante il veto paterno, ndr), all'Avvenire -. Prima era solo una voce che raggiungeva casa con rare telefonate dal Vietnam». Superata quella distanza e la profonda stanchezza di chi al lavoro dà sempre tutto (anche a rischio della vita, nelle prime linee della guerra), si mostrò la magia di un uomo con gli occhi verdi pronti allo stupore e con il cognome derivato da Kameraden: il compagno della buona e la cattiva sorte. Più che inviato speciale, Corradi inviato reale, partito per incontrare il mondo e non per parcheggiarsi a raccontar se stesso.

«Niente di ciò che è umano gli era estraneo» racconta la figlia. Ogni cosa da raggiungere con lo sguardo e la mente. Da sentire con il cuore avuto in dote da un padre anarchico socialista e da una madre cattolica osservante. «Nel libro papà racconta come una donna bianca sostenesse che le indigene nemmeno avessero una ninna-nanna per i loro bimbi. Poco dopo, quelle mamme cantarono nenie favolose. Lui, che veniva da una famiglia semplice e di grandi passioni, lo sapeva». E sapeva che qualcosa sarebbe accaduto «in quel continente ancora alle prese con il colonialismo e le sue nefandezze». Un reportage che al viaggio nello spazio affianca viaggi nel tempo: nel passato per chi legge oggi e nel futuro per chi scrisse. «C'è una serie di premonizioni e di anticipazioni - spiega Franco Contorbia, docente di Storia della letteratura italiana e curatore di “Egisto Corradi, Reportages 1945-1974”, l'antologia che sarà presto pubblicata dalla Fondazione Corriere della Sera -. “Africa al cronometro” non va letto come il resoconto di una gara, ma come lo straordinario referto sulle condizioni di un continente che, fortunatamente, sarà presto travolto dai movimenti di liberazione. Un documento fuori dal comune anche per la capacità di osservare l'Africa dimostrata da chi si è liberato dalle prospettive colonialiste in voga fino a poco tempo prima». A scrivere è un signor cronista, alle prese con il tempo che volta le pagine della storia. A proposito di pagine: 500 ne avrà l'antologia curata da Contorbia. «Curiosamente, si apre e si chiude con due storie italiane: sulla produzione del sale a Salsomaggiore e sulla condizione delle campagne nell'Italia del nord». Il volume salderà almeno in parte il debito con il grande inviato. Molto resterà fuori. «E il giorno in cui si raccoglieranno tutte le sue corrispondenze dal Vietnam sarà ritrovato un pezzo di storia del mondo». Firmata da un testimone del tempo che, come ricorda Marina Corradi, «fu sì un grande giornalista, ma ancor di più un grande uomo».

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