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Emergenza per le gallerie di via Mazzini

23 ottobre 2015, 07:02

Emergenza per le gallerie di via Mazzini

Luca Pelagatti

«L'anno scorso si menavano, adesso si accoltellano. Cosa stiamo aspettando? Che tirino fuori le pistole e inizino a sparare?» Galleria Bassa dei Magnani, il giorno dopo. Ad una prima occhiata tutto sembra essere come sempre: scarsi passanti, un'infilata di vetrine arredate solo da mesti cartelli «affittasi», nomi e cuori graffitati coi pennarelloni sui muri. Ma nei negozi si respira la rabbia. E come dice qualcuno: «rabbia deve restare. Senza cedere alla rassegnazione».

«Perché la situazione qui nella galleria è pesante», spiega Gerardo Pellegrini del negozio Anytime. «Se pensiamo che qualche anno fa questo era un salotto buono dello shopping si resta senza parole. Ma noi non vogliamo cedere», prosegue sciorinando una lunga lista di idee e progetti. Che poi però devono fare i conti con la scomoda immagine di una fetta di città dimenticata, abbandonata. Un posto da evitare. Perché qui, appunto, ci si picchia e ci si accoltella.

«Per ribaltare questa brutta fama io ho presentato un progetto in Comune incontrando anche l'assessore: ho proposto di organizzare qui un mercato natalizio, di offrire due giorni alla settimana musica dal vivo, street food, un mercatino vintage. Il mio piano risale alla scorsa primavera e avremmo voluto partire a settembre. Ma invece è tutto fermo, tutto sospeso. Dal Comune non abbiamo avuto ancora nessuna risposta definitiva».

Un'accusa di immobilismo ripresa da Enrico Barra, titolare del bar Sottosopra che sventola i fogli con le duecentocinquanta firme presentate in Comune, alla polizia municipale e alla questura. «Sono datati settembre 2013 e chiedevamo un presidio delle forze dell'ordine, l'identificazione dei più turbolenti. La sola risposta è arrivata dal sindaco che ci ha detto che le risorse sono poche e il corpo della municipale è sottodimensionato».

E quindi l'occupazione da parte di questi ragazzini delle gallerie è proseguita. Con il conseguente stillicidio pressoché quotidiano di liti, atti vandalici, partite a pallone contro le vetrine, passaggi di mano in mano di inequivocabili bustine. E ogni tanto pure scazzottate.

«Qui serve un deciso intervento per riportare la sicurezza e il decoro», aggiunge Aldo Dessì del negozio Caricat che richiede, in primo luogo, l'installazione di telecamere di videosorveglianza. «Sono un deterrente per certi comportamenti. E non ci si giustifichi con la solita, cronica, assenza di risorse economiche. Il Comune, invece di installare statue vicino al Regio destini quei soldi al tema della sicurezza».

E qui di investimenti in prevenzione, si sente ripetere come un mantra, ce ne sarebbe un gran bisogno.

«Io non so se si spacci come dicono alcuni - spiega una commessa. - Ma una cosa è certa: c'è molta maleducazione e comportamenti inaccettabili: e i clienti lo notano e finiscono per passare altrove».

Ecco perché, quasi tutti, oltre che di telecamere parlano di controlli mirati. Chiedendo che le divise si facciano vedere. Non soltanto quando accade qualcosa di brutto, quando esplode l'allarme. Che nel giro di poco svapora nella routine.

«L'anno scorso dopo una mega rissa le forze dell'ordine hanno iniziato a controllare l'area. Ma non è durato molto», aggiunge una residente a cui fa eco Barbara Barazzoni, dell'omonimo negozio. «La situazione è molto pesante, servirebbe un presidio e una attività quotidiana di identificazione dei giovani che bazzicano qui».

Gli stessi che, soprattutto in certi fine settimana, si ammassano a centinaia. In quei momenti basta poco per accendere gli animi. E trasformare le gallerie in un ring.

«Siamo molto allarmati per il problema della sicurezza e delusi per come viene gestito», rincara Antonio Grande, un altro dei commercianti della galleria che punta il dito anche sull'igiene. «La frequenza delle pulizie è molto calata. E in certi punti sembra di camminare in un orinatoio».

Eppure, critiche e mugugni a parte, tutti promuovono le gallerie. Almeno per quello che potrebbero essere. Mentre a guardarsi intorno oggi cresce il magone. «Siamo in pieno centro, c'è uno spazio che soprattutto in certi periodi dell'anno offre comodità e confort. Nonostante tutto questo siamo dimenticati. La gente che passa in via Mazzini ci evita- conclude Stefano Stefanini del negozio di calzoleria. - Eppure non servirebbe molto: migliore illuminazione, una riverniciata, un po' di decoro. Oltre a telecamere e più controlli». Già, ma quello che si respira è invece un pesante senso di smarrimento. La prova sta su un muro, tra due negozi sfitti: «Proprietà privata, vietato sedersi, sostare e ogni forma di bivacco», recita un cartello. Proprio di fianco la parete è però piena di graffiti e il pavimento di cicche. Poco più in là, dimenticata dopo le coltellate, c'è anche una macchia. E' sangue.

L'ACCOLTELLATORE FERMATO SUL BUS DIRETTO A COLORNO

L’atmosfera si carica di sollievo nel corridoio di Medicina d’urgenza del Maggiore. Sta meglio S.S., nonostante la prognosi non sia ancora stata sciolta. Il 22enne d’origine moldava, colpito al torace da un giovane albanese dopo una lite furibonda in galleria Bassa dei Magnani, è stato trasferito in reparto giovedì in tarda serata. Uno, due fendenti sferrati con un coltellino a serramanico comparso improvvisamente tra le mani del contendente. Poi la fuga (vana) del presunto aggressore che si è incastrato con le sue stesse mani: pare infatti che quando è stato fermato dai poliziotti della Mobile avesse ancora con sé l’iPhone del ferito.

Ma andiamo con ordine. Il giorno dopo il finimondo (l’ennesimo) alle spalle di via Mazzini, iniziano a diradarsi i dubbi e la verità, almeno la parte sostanziale, sembra essere a fuoco. Tanto per cominciare i poliziotti della sezione Antirapine, allertati fin dalle primissime battute dell’aggressione hanno chiuso il cerchio. A tempo di record, dopo una caccia all’uomo in via Garibaldi, hanno riacciuffato il giovane albanese sul bus della linea 2, «salpato» dalla stazione e diretto verso Colorno. Un intervento pulito e in tutta sicurezza: è bastata un’occhiata agli investigatori navigati per individuare l’aggressore. Lui, in compagnia di un amico, come nulla fosse, stava rientrando a casa dopo l’accoltellamento. Gli agenti in borghese hanno fatto accostare il bus, poi, senza scatenare il panico, si sono avvicinati ai due compagni e li hanno scortati in Questura. Un aiuto «extra» è arrivato da Andreas (il nome è di fantasia nel rispetto dei suoi desideri), che incontri al capezzale dell’amico moldavo e che racconta di come, attraverso il telefono, è riuscito a rintracciare l’iPhone del 22enne ancora nelle tasche dell’aggressore. Non rivela l’età (avrà sui 25 anni) e neppure la nazionalità: «Troppo alto il rischio di subire ritorsioni – va dritto al sodo -. Non ho fatto granché; semplicemente attraverso l’app «TrovaAmici» mi sono reso conto che il cellulare di S.S. si trovava in zona stazione». Impossibile fornire le coordinate precise, peraltro la Mobile era già sul posto, ma comunque un ulteriore riscontro in questa storia che fa paura e ancora da chiarire fino in fondo. Ieri sera, in Questura, di fronte agli investigatori, coordinati dal pm Fabrizio Pensa, il giovane albanese e il compagno sono stati ascoltati a lungo. E in quello stesso momento, in un’altra stanza del corridoio della Mobile, c’era Andreas uno dei testimoni della scena da selvaggio West.

«Ho paura – svela questo ragazzo coraggioso come pochi altri – perché il rischio è che qualcuno possa tentare di rintracciarmi pensando che io abbia fatto chissà cosa insieme ai poliziotti. In realtà avevano già fatto tutto, speravo solo di rendermi utile».

Un gesto nobile che stride in questa selva di ragazzini terribili, in questo crescendo di conti in sospeso, scazzottate (o peggio) all’ordine del giorno. I dubbi rimangono ancora parecchi e solo gli inquirenti potranno dare risposte.

Ad esempio non è ancora chiaro se il “round” di due giorni fa sia stato frutto di un incontro casuale o, come sibilano alcuni adolescenti in Ospedale, «un appuntamento-duello fissato fin dalla settimana scorsa».