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Droga

«La mia vita rovinata dall'ecstasy»

25 ottobre 2015, 06:00

Monica Tiezzi

Non parlate di «riduzione del danno» a Giorgia Benusiglio, che per una pasticca di ecstasy è finita in rianimazione. In parte anche per un opuscolo che nel 1999 girava per le scuole superiori italiane. «C'era Lupo Alberto, era accattivante. Spiegava che il rischio si riduceva se si prendeva mezza pastiglia per volta, dava consigli tipo bere molta acqua dopo l'assunzione, non associare alcol e così via. Sarà stato scritto con le migliori intenzioni, per chi era già consumatore abituale. Ma per me in quel momento la curiosità di provare diventò più grande della paura», dice Giorgia, oggi 33 anni, ma che all'epoca dei fatti di anni ne aveva 17.

Così la liceale bresciana prova un quarto di pasticca poi, giorni dopo, un'altra mezza dose. Alla terza pasticca, anche questa tagliata a metà, accade l'irrimediabile: si sente male, arriva l'ambulanza. Parte l'allerta ai genitori. «Lo sguardo dei miei in ospedale, un misto di dolore, paura e delusione, non lo dimenticherò mai», dice oggi.

L'ecstasy (tagliata con veleno per topi e piombo, si scoprirà dopo) le ha distrutto il fegato. «Sono salva grazie al fegato di Alessandra, una ragazza che quella sera morì in un incidente di auto. Sono l'unica in Italia, e la seconda al mondo, ad essere sopravvissuta ad un'epatite fulminante di origine tossicologica, e sono anche diventata un caso clinico per questo. Ma il prezzo è stato alto».

Quanto alto, Giorgia lo ha spiegato ieri mattina, nella sala Maria Luigia della Biblioteca Palatina, a un gruppo di ragazzi dell'istituto Rondani e del liceo Sanvitale poco prima di ricevere da Pino Agnetti, presidente di «Libertà parmigiana», l'omonimo premio istituito nel 2010. La motivazione? «Premiamo il coraggio di vivere che ha consentito a Giorgia di uscire da una vicenda drammatica e di trasformare con l'aiuto del padre i propri errori in impegno civile e in speranza per gli altri», ha detto Agnetti, aggiungendo che il premio va anche alla memoria di Mario Benusiglio - scomparso per una malattia un anno e mezzo fa - che per primo ha iniziato a parlare pubblicamente del dramma della figlia, per sensibilizzare contro i rischi della droga, prima di passare il testimone a Giorgia.

Da quando ha lasciato l'ospedale per riprendere in mano la sua vita, Giorgia - che si è laureata con lode alla Cattolica di Milano in Scienze della formazione con una tesi sui comportamenti a rischio in adolescenza - non ha smesso di visitare scuole, comunità, associazioni e di ripetere centinaia di volte la sua storia: «Non voglio fare prediche, so che la curiosità verso certe sostanze è grande. Vi chiedo solo di ascoltare e di valutare se, per qualche ora di sballo, siete pronti a rischiare quel che io ho vissuto», ha detto ieri mattina a una platea attenta, silenziosa e a tratti commossa.

Quello che ha passato «per una cavolata» (così la definisce), Giorgia lo snocciola a raffica e a ciglio asciutto, con l'urgenza del raccontare: «Ce l'ho fatta grazie ad Alessandra, e non è facile sapere che vivi perchè è morta un'altra ragazza. Da momento che sono diventata un caso mediatico, la sorte ha voluto che sapessi chi era la mia donatrice e conoscessi la sua famiglia. È stata, ed è, dura», dice Giorgia.

Pochi numeri, taglienti come lame, per descrivere il calvario del trapianto: «Diciassette ore di intervento, oltre 50 sacche di sangue trasfuso. Ho una cicatrice che parte dall'ombelico e arriva a metà schiena. Poichè il fegato di Alessandra era troppo grande per me e mi opprimeva vena cava e polmoni, mi hanno dovuto rioperare, altre cinque ore. Sono stata in terapia intensiva un mese e mezzo, pesavo 27 chili. Ho avuto due volte l'estrema unzione, ho sentito i medici al mio capezzale ripetere: “Non credo passerà la notte”. Se ascoltavo una bella canzone pensavo: “La vorrei al mio funerale”».

Mai pensato al suicidio?, chiede una studentessa della platea. «Sì. Stavo malissimo perchè avevo subìto un esame invasivo e molto doloroso. La finestra era a mezzo metro di distanza, ero a un piano alto, ma non potevo alzarmi dal letto. Ho fatto un gesto egoista, di cui poi mi sono pentita: ho chiesto a mia mamma se mi poteva aiutare. Lei non ha detto nulla, mi ha accarezzato e mi ha porto un pezzo di cioccolata, che io ho succhiato. È stata come la madeleine di Proust: un tuffo nell'infanzia e nella felicità. Ho capito che volevo continuare a vivere».

Sono pesanti come il piombo che ha mangiato assieme a quella pasticca, le parole che Giorgia pronuncia sulla proposte di legge per la liberalizzazione della cannabis, firmata da 218 parlamentari. «I maggiorenni in casa potrebbero coltivare fino a cinque piantine. E il controllo su queste piantagioni chi lo dovrebbe fare? Chi ci dovrebbe garantire della “bontà” del prodotto? La pasticca che mi ha quasi ucciso non era a buon mercato, ero convinta di aver preso “roba buona”. Ma gli spacciatori ti vendono anche a 30 euro una pasticca che a loro costa 20 centesimi, tagliata con il veleno. Ci dicono anche: “Parte dei proventi derivanti allo Stato dalla liberalizzazione andrà per la prevenzione”. Parliamo del 5%. E quanto dovremo spendere fra 10 anni, se passerà questa legge, nelle cure mediche per i nostri figli? La droga presenta sempre il conto», dice Giorgia. Che ricorda come ancora oggi la sua vita sia appesa al filo dei farmaci immunosoppressori. «Se chiedo ai medici quanto vivrò mi rispondono che non lo sanno: l'esperienza, nei trapianti di fegato, si ferma a 30 anni dopo l'intervento».

Eppure, nonostante tutto, Giorgia si considera fortunata. «Il mio corpo arranca, ma non la mia mente. Alcuni amici, che alle prime pasticche ne hanno fatte seguire tante altre, hanno il cervello fuso. Ragazzi, fate della vostra vita un capolavoro, non una cosa misera».

Agnetti: «Lei ce l'ha fatta, altri no»

Giorgia ce l'ha fatta. Lamberto Lucaccioni, stroncato a 16 anni il luglio scorso da una pasticca di ecstasy, no. E neppure Ilaria Boemi, lasciata morire l'agosto scorso sulla spiaggia di Messina, e neanche Elia Barbetti, precipitato pochi giorni fa a Milano da una finestra d'albergo per un malore legato alla droga. Li ha ricordati ieri Pino Agnetti, puntando i fari su «un business di morte al quale bisogna contrapporre la vita. Dietro le proposte di legalizzazione c'è il solito giro di soldi. Con un seme di cannabis ben coltivato, dal costo di 5 euro, si possono produrre due chili di marijuana, valore di mercato 15 mila euro», ha aggiunto Agnetti.