Archivio bozze

Il vescovo

«Comunione ai divorziati? Si valuti caso per caso»

26 ottobre 2015, 06:00

«Comunione ai divorziati? Si valuti caso per caso»

Monica Tiezzi

Le persone divorziate che desiderano restare parte attiva della Chiesa, e accedere alla comunione, saranno «accolte in un percorso progressivo di conoscenza. Si deciderà caso per caso». Ribadisce l'apertura del Sinodo verso le famiglie spaccate monsignor Enrico Solmi, rientrato ieri in città dopo le intense tre settimane romane. Un confronto «franco», lo definisce Solmi - la relazione finale è passata con 178 sì e 80 no, il quorum era di 177 - che, fa notare il vescovo di Parma, ha trattato il tema della famiglia a tutto tondo, considerando le tante realtà mondiali.

Monsignor Solmi, l'impressione su questo sinodo è stata quella di un'assise spaccata, tesa. È stato così?

«No. È stata fomentata un'idea sbagliata. Ma l'outing di monsignor Charamsa, la lettera dei cardinali e la bufala sulla malattia del Papa non hanno intaccato un clima che è stato schietto, trattando passaggi così delicati, ma pacato, mai sopra le righe. La maggioranza che ha approvato il documento è stata di due terzi: non direi risicata ma qualificata».

Comunione ai divorziati: dov'è la novità?

«La parola chiave è “discernimento”. Non si parla di concedere a tutti i divorziati la comunione, ma di valutare caso per caso. Il punto 84 del documento dice che occorre “discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate». Quindi anche valutare se, ad esempio, chi è divorziato possa fare da padrino o madrina a un cresimando. E nel punto 85 si legge che “è compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l'insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo». La decisione verrà non solo dal sacerdote ma anche da gruppi di persone, coppie cristiane che sappiano essere consiglieri e amici, che il sacerdote potrà incaricare. È un percorso già attivo in tante diocesi, fra le quali Parma».

Non poter accedere alla comunione ha allontanato i fedeli divorziati dalla Chiesa?

«Dipende dall'interesse che ha la persona nell'essere parte della Chiesa. Se da alcune istituzioni ecclesiali c'è stato un atteggiamento rigido e poco garbato verso queste persone, si deve chiedere perdono. Ma per la mia esperienza (monsignor Solmi è stato anche, fino all'estate scorsa, presidente della commissione episcopale Cei per la famiglia, ndr), per chi vive la propria situazione di divorziato con sofferenza, magari fronteggiando la chiusura dell'ex coniuge, trovare accoglienza, affetto e comprensione nella Chiesa è di grande conforto. I divorziati non sono scomunicati, «ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa», scrive il Sinodo.

Qual è la posizione del Sinodo verso le convivenze?

«Valorizzarne gli aspetti positivi, accompagnare le persone nella crescita e verso il sacramento, nella chiarezza che la convivenza è un momento non ordinato rispetto alla prospettiva morale della Chiesa».

Cosa cambia verso gli omosessuali?

«Chiariamo: questo sinodo era incentrato sulla famiglia e non sull'omosessualità. Però il documento finale, fermo restando il no all'equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, chiede che “si riservi una specifica attenzione anche all'accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale”. È un tema, anche educativo, delicato: c'è la disponibilità della Chiesa ad aiutare il fedele in un percorso che chiarisca la sua identità sessuale».

Nel documento finale dei vescovi c'è grande attenzione ai bambini.

«È un filo rosso che corre in tutti i capitoli. Non è banale ricordare che quando papà e mamma litigano, i figli sono coloro che soffrono di più. Mi ha colpito la testimonianza, un anno fa, del cardinale Christoph Schönborn, figlio di genitori divorziati: “Le prime vittime sono i figli, sempre. I figli vivono nel loro cuore la divisione dei genitori”. Eppure credo che la famiglia sia il luogo dove c'è amore, anche quando sembra essere tradito».

Quale è lo «stato di salute» delle famiglie italiane?

«Sono sole nella fatica di raggiungere i loro desideri, e dal Sinodo viene una richiesta precisa e forte agli Stati di politiche che diano alla famiglia ciò che le è dovuto. I giovani hanno un grande desiderio di famiglia e di maternità. Il tasso di fertilità in Italia è di 1,4 figli, per mantenere il saldo demografico in attivo dovrebbe essere almeno 2. Solo il ricco Trentino si è mosso in questo ambito. Occorrono politiche nazionali serie».

E qual è lo stato di salute delle famiglie nel mondo?

«È la domanda che aspettavo. Perchè il dibattito continua a ruotare sul modello occidentale di famiglia, dimenticando la perdita di supremazia di Europa ed Usa. Anche al Sinodo si è levata alta la voce dei vescovi del sud del mondo che accusano l'Occidente di colonialismo ideologico. La famiglia che questo Sinodo vuole soggetto, risorsa e «partner» della Chiesa è anche, ad esempio, la famiglia africana, con il matrimonio «a tappe»: prima l'accettazione del fidanzamento dalle famiglie e lo scambio della dote, poi la convivenza e infine il matrimonio. È la famiglia in Medio Oriente, che deve fronteggiare crisi e guerre. È la famiglia dei profughi, lacerata e divisa. È la famiglia dei cristiani perseguitati, non solo dall'Isis, ma da Stati al cui confronto gli imperatori romani erano dilettanti della repressione. Anche su queste famiglie del mondo la Chiesa oggi scommette».

I temi «caldi»

Matrimoni misti, famiglie monoparentali

Il documento finale del sinodo dei vescovi è online sul sito press.vatican.va. Il documento è diviso in 94 punti e in 12 capitoli. Alcuni dei temi più «caldi» sono affrontati nei punti 84,85 e 86, che parlano della condizione dei battezzati divorziati e risposati civilmente, e nel punto 76, che affronta il tema dell'omosessualità. Ma si parla anche di matrimoni misti e i matrimoni con disparità di culto (punti 72, 73 e 74), famiglie monoparentali (80), adozione e affido (65), diritti dei bambini nelle dispute familiari e nel terzo mondo (26).

© RIPRODUZIONE RISERVATA