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'NDRANGHETA

«Aemilia», 14 parmigiani davanti al giudice

27 ottobre 2015, 06:02

«Aemilia», 14 parmigiani davanti al giudice

Georgia Azzali

Il boss. I comprimari. E i prestanome. Senza dimenticare il politico. Sono in quattordici - con casa, lavoro e affari a Parma - gli imputati che figurano nella lista dei 216 di «Aemilia». Altre due posizioni per il momento sono state stralciate. Le accuse? Associazione mafiosa, estorsione, reimpiego di soldi di provenienza illecita, attribuzione fittizia di quote societarie sono solo alcuni dei reati contestati a vario titolo. La prima maxi inchiesta, coordinata dalla Dda di Bologna, che ha scoperchiato il vaso di Pandora della 'ndrangheta emiliana arriva in aula: domani, udienza preliminare a Bologna. Il primo di una lunga serie di appuntamenti già fissati tra novembre e dicembre nel padiglione 19 del quartiere fieristico. Poi, almeno gran parte del processo si svolgerà a Reggio Emilia.

Perché se la città del Tricolore è la capitale della cosca emiliana, Parma è diventata feudo di conquista. La terra da spolpare, a una ventina di chilometri di distanza. Qui aveva preso casa Michele Bolognino, considerato dagli inquirenti il capoclan di riferimento per la nostra città. Un appartamento in via Zanetti, ma soprattutto un giro vorticoso di società, locali e imprese. Realtà in cui era riuscito ad inserirsi grazie a prestanomi. Aveva messo le mani su discoteche, night e bar: secondo gli investigatori, l'ex Astrolabio, la Para di Baganzola, ma anche l'Ariete di via Milano, prima degli attuali proprietari che nulla hanno a che vedere con quel passato, erano «roba sua». A Bolognino, rinchiuso nel carcere dell'Aquila, poi, farebbe capo anche la Ct Vrabie, finita sotto sequestro lo scorso gennaio, quando scattò il primo atto della maxi operazione «Aemilia»: una srl di autotrasporto merci fondata nel 2012 e intestata a Catianna Bolognino e a Carmen Vrabie, figlia e compagna di Michele.

E se Bolognino è ritenuto un capo della cosca, ad altri tre parmigiani viene contestata l'associazione mafiosa, in quanto partecipanti: Alfonso Martino, Giuseppe Pallone e Francesco Lepera. Il primo è tuttora in carcere, il secondo ai domiciliari, mentre il terzo è libero. Nel caso di Lepera, in particolare, il Riesame aveva annullato l'ordinanza di custodia cautelare, rimettendolo in libertà, essendo quello l'unico reato contestato. Ma la procura ha deciso di proseguire sulla sua strada.

Così come non ha fatto marcia indietro sulla posizione di Giovanni Paolo Bernini, l'ex assessore e presidente del consiglio comunale. Resta in piedi l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, nonostante lo stesso gip, già lo scorso gennaio, avesse ritenuto non sussistente il reato. I magistrati della Dda avevano fatto poi ricorso al Riesame: i giudici avevano di fatto confermato la lettura del giudice per le indagini preliminari, mettendo in luce che le condotte di Bernini potevano essere qualificate «come corruzione elettorale», non come concorso esterno in associazione mafiosa. Al centro dell'inchiesta, le elezioni comunali del 2007: secondo l'accusa, era lui l'uomo su cui la cosca aveva puntato. «Deve ritenersi che Bernini abbia effettivamente promesso, e almeno in parte versato, a Villirillo (referente dell'associazione mafiosa, ndr) l'importo complessivo di 50mila euro - si leggeva nell'ordinanza del Riesame -. Non può invece stimarsi acquisito un quadro di gravità indiziaria sufficientemente grave in ordine al fatto che il patto prevedesse anche la possibilità di partecipare ad appalti indetti dal Comune in posizione privilegiata».

Meno pesante, invece, alla fine dell'inchiesta, è diventata la posizione di Salvatore Gerace, l'ingegnere di origine cutrese che nel 2012 si candidò alle comunali per l'Udc ma non fu eletto. La procura ha fatto cadere l'associazione mafiosa inizialmente contestata, ma restano in piedi le accuse di estorsione e reimpiego di soldi di provenienza illecita. Secondo gli inquirenti, Gerace fu uno dei protagonisti dell'«assalto» alla maxi operazione immobiliare di Sorbolo: insieme a uomini della cosca, avrebbe indotto l'imprenditore Francesco Falbo e il cognato a cedere progressivamente le quote delle società coinvolte nella realizzazione di quasi 200 unità immobiliari tra via Genova, via Torino, via Trieste e via Marmolada. Un affare da 20 milioni di euro. Di cui Falbo, secondo gli inquirenti, è sia vittima che protagonista, tanto da finire sotto inchiesta per reimpiego di soldi di provenienza illecita.

Tra i 14 parmigiani spicca, poi, Aldo Pietro Ferrari. Concorso in estorsione: un episodio marginale tra i grandi affari di «Aemilia». Ma il nome del re Mida di Madurera c'è.

I nomi e le accuse

Michele Bolognino

Associazione mafiosa, estorsione, reimpiego di soldi di provenienza illecita, truffa, attribuzione fittizia di quote societarie e altri: è in carcere.

Alfonso Martino

Associazione mafiosa, spaccio e detenzione illegale di armi: è in cella.

Giuseppe Pallone

Associazione mafiosa, reimpiego di soldi di provenienza illecita, estorsione e attribuzione fittizia di quote societarie: è agli arresti domiciliari.

Francesco Lepera

Associazione mafiosa.

Domenico Amato

Estorsione e tentata estorsione: è agli arresti domiciliari.

Gaetano Caputo

Detenzione e porto illegale di arma da fuoco: ha l'obbligo di firma in caserma.

Salvatore Gerace

Estorsione e reimpiego di soldi di provenienza illecita.

Giovanni Paolo Bernini

Concorso esterno in associazione mafiosa.

Rosario Adamo

Accettazione di quote societarie fittizie.

Francesco Falbo

Reimpiego di soldi di provenienza illecita.

Aldo Pietro Ferrari

Estorsione.

Giuseppe Manzoni

False fatturazioni e accettazione di quote societarie fittizie.

Antonio Marzano

Accettazione di quote societarie fittizie.

Francesco Pellegri

Tentata estorsione.

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