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Carlotta Guareschi

Indimenticabile Pasionaria

27 ottobre 2015, 06:01

Indimenticabile Pasionaria

Egidio Bandini

Sono state tante e poi tante le manifestazioni d’affetto nei confronti di Carlotta Guareschi da parte di gente comune, di appassionati guareschiani, di amici e soci delle associazioni intitolate a Giovannino, che ci è sembrato giusto chiedere di scrivere un breve ricordo anche ai giornalisti e agli scrittori che l’hanno conosciuta e ne hanno apprezzato la straordinaria umanità e il grande, incommensurabile, amore che nutriva nei confronti del babbo, della mamma e di tutta la sua famiglia.

Michele Brambilla

Primo ricordo è quello di Michele Brambilla, prossimo direttore della Gazzetta di Parma: «Io di Carlotta Guareschi ne ho conosciute due. La prima l’ho incontrata leggendo il Corrierino delle famiglie e si chiamava Pasionaria. La seconda l’ho incontrata in carne ed ossa alla fine degli anni Novanta, quando è iniziata la mia frequentazione della Bassa e la mia amicizia con la famiglia Guareschi. Fu allora che mi accorsi che la prima e la seconda Carlotta erano la stessa persona. O meglio: mi accorsi che Carlotta era rimasta, in fondo, la bambina che il suo babbo, il grande Giovannino, chiamava appunto la Pasionaria. Badate che per me restare bambini non è un difetto: al contrario, è il più grande degli elogi. “Non uccidete mai il bambino che è in voi”, diceva un altro grande umorista, il francese Jacques Tati. Carlotta era certo diventata una donna adulta e responsabile, moglie e madre di tre figli. Ma aveva conservato quella semplicità e quel candore che sono propri dei piccoli, e che quando si diventa grandi sono il più efficace antidoto contro il cinismo. Era semplice, spontanea, intuitiva come sono i bambini che capiscono immediatamente il prossimo. Una delle persone che mi hanno fatto innamorare della gente della Bassa. “Gente vera”, come diceva suo padre e come ci diciamo spesso con suo fratello Alberto».

Giorgio Torelli

Secondo a mandarci il suo ricordo è Giorgio Torelli, scrittore e giornalista: «Le volte che di mattina presto, talora dopo il canto del gallo, mi venisse di telefonare da Milano a Carlotta e Alberto, chiamandoli in quel loro laborioso nido di memorie - Roncole -, dove seguitavano ad onorare il padre e dare o ridare alle stampe le imperdibili pagine di Lui, Alberto era amabilmente pacato e bonariamente sentenzioso; mentre Lei, Carlotta, allietante e sapida si produceva in allegria, fino quando (era la regola) capitasse di evocare un episodio di Guareschi. Il Giovannino della Bassa col tabarro e i baffi imperlati di brina, per loro due era il babbo a tutte maiuscole; mentre rimaneva il fervido e appartato Guareschi (il più grande scrittore cattolico del Novecento, secondo il suo quotidiano estimatore Giacomo Biffi, cardinale di Bologna), per me che l’ho conosciuto dal vero e stimato senza doverlo mai dire, lavorando in quello stesso giornale Candido, dove ogni meglio del suo ingegno prendeva risalto settimanale. Sentivo, allora, come Carlotta, così schietta e alla spuma, sospirasse subito per il padre, per la storia di lui e gli eventi che lo avevano rattristato e deluso fino all’amarezza: l’Italia che scoloriva e perdeva sembianze. “Poverino!”, diceva accorata e ripeteva quasi sopra pensiero con tono disadorno. Guareschi, per la sua più che amata Carlotta, era morto solo, quasi dimenticato, incompreso da troppi, anche se in gloria per chi mai avrebbe dimenticato di sentirsi in debito col suo coraggio civile: dispiegare ogni forza in difesa della libertà e della Bella Signora turrita e sempre illustrata a colori col nome altissimo di Italia. “Poverino!”, replicava di nuovo Carlotta, intimamente inconsolabile, mentre ancora e insieme non smettevamo di rievocare. Eccoci all’ultimo addio, adesso, e a un’ulteriore ma silente telefonata. A quella nobile e mai datata conferma d’amore di Carlotta (prima figlia, poi madre, poi nonna) nel dirsi e sentirsi profondamente Guareschi, riservo da un angolo defilato e con la melodia del sottovoce un solo tenero pensiero: “Arrivederci ad Deum, carissima ragazza di campagna!”» .

Enrico Beruschi

L’amico di sempre, l'attore Enrico Beruschi, ha voluto addirittura indirizzarle una lettera: «Carlotta, in una domenica di fine ottobre, ci hai fatto una sorpresa e siamo qui basiti e commossi, guardando nel vuoto attraverso le lacrime, che affiorano non volute. Ciao Pasionaria, quando leggerò di te, ti penserò serena accanto alla tua mamma ed al tuo grande papà, che illumina sempre la gioia di vivere. Sorridendo: arrivederci».

Alessandro Gnocchi

Alessandro Gnocchi, biografo di Giovannino e profondo conoscitore del Mondo piccolo la ricorda così: «Chissà se suo papà, quando l’ha fatta diventare un personaggio dei suoi racconti, pensò davvero che la Carlotta sarebbe diventata grande, si sarebbe sposata, avrebbe avuto dei nipoti come nel destino di tutte le creature. Ci si rassegnò, probabilmente. Ma chissà se pensò mai che, quando Dio avesse voluto, sarebbe morta anche lei. Da lettore di suo padre, io non lo avrei mai immaginato, e questo è normale. Meno normale è il fatto che non lo immaginassi neanche da amico con uso di fraternità, che telefonava o si faceva vedere alle Roncole per respirare un po’ di aria di casa. Le ultime volte in cui sono stato alle Roncole, c’era solo Alberto e io mi guardavo attorno per capire se quel libro in cui c’eravamo tutti, stesse per perdere qualche altra pagina. Perché, quando si cominciano a perdere le persone a cui si vuole bene, si capisce che il ricordo non riesce a riempire i vuoti che ci si aprono attorno. Si vorrebbe sempre aver detto o fatto una cosa in più, ma il tempo è finito. Per esempio, alla Carlotta penso di non aver mai detto che se faccio lo scrittore è anche per merito suo. Non so se lo faccio bene o se lo faccio male, però, quando scrivo, ho sempre dentro di me qualcosa che mi ricorda l’ansia con cui mandavo per fax a lei e ad Alberto i capitoli dei miei libri su loro padre per sapere che cosa ne pensassero. Non so se questo mi aiuta ad essere meglio di quanto sia di mio. Certo, mi aiuta a non essere peggio. Alla Carlotta non l’ho mai detto. Forse lei lo sapeva lo stesso, ma non è la stessa cosa».

Guido Conti

Guido Conti, scrittore guareschiano, innamorato di tutti i personaggi del Mondo piccolo, compreso il Grande Fiume, ma soprattutto amico della Pasionaria e di Albertino: «La mia amicizia con Carlotta e Alberto è cominciata via fax quasi vent’anni fa, quando scrissi un pezzo sull’umorismo di Giovannino. Fu un grande onore per me ricevere quella vignetta e una frase di ringraziamento. I momenti e i ricordi sono tanti, le conversazioni davanti al camino per scrivere la biografia del padre, gli appuntamenti in giro per l’Italia, il centenario guareschiano del 2008 con le mostre e i libri... i ricordi sono davvero tanti ed è una grande ricchezza che porto sempre con me. Non dimentico le sue risate e i suoi rimproveri perché mettessi su famiglia. Ci mancherà molto il suo sorriso e la sua ironia, la gioia di vivere e la sua gentilezza. Ho saputo della sua malattia solo qualche giorno fa. Poi la telefonata ad Alberto per saperne di più. Il crollo improvviso nel giro di pochi giorni ha sorpreso tutti. La fede di Alberto e della famiglia, la serenità anche nei momenti più difficili, è ancora una volta una lezione di cristianesimo vero che continua nella più limpida tradizione guareschiana. La sua scomparsa è una lezione, un insegnamento per tutti, con un conforto, che Carlotta, in verità, resterà sempre con noi attraverso i racconti di Giovannino. Non è poco. La letteratura salva e rende giustizia anche alle botte che la vita ci riserva. Suo padre sapeva che il dono più bello che poteva riservare ai suoi cari era quello renderli immortali attraverso la letteratura. Carlotta continuerà a farci ridere e pensare attraverso i racconti del padre e questa è una grande ricchezza per tutti».

Giorgio Vittadini

Ultimo, ma solo in ordine di tempo, il professor Giorgio Vittadini che, proprio con Carlotta, ha imparato a conoscere il mondo della famiglia Guareschi, la storia straordinaria di una famiglia qualunque: «Ho conosciuto la Pasionaria innanzitutto dai libri di Giovannino, dal “Corrierino delle famiglie” e dallo “Zibaldino” quando irrompe impertinente , libera e indipendente dai primi anni di vita. L’ho riconosciuta nei filmati d’epoca mentre gioca a rimbalzello con i sassi sul Po. L’ho vista crescere quasi adolescente mentre diventa donna nella “Vita con Giò” dove non perde niente del suo essere ironico, pungente e indipendente. Per questo posso dire che l’ho sempre conosciuta anche prima di incontrarla personalmente al meeting di Rimini quando si parlò della figura di suo padre con lei, Alberto, Egidio Bandini, Michele Brambilla. Ho visto così una persona che non aveva perso il suo carattere bambino e nello stesso tempo aveva acquistato la maturità di una donna adulta, piena di umanità. È una esperienza che ho rifatto nelle occasioni in cui l’ho rivista poi a Roncole e alla Madonna dei Prati. Occhi vispi, pieni di curiosità, di bellezza: gli occhi e la sensibilità di Giovannino che rimarranno per sempre a fare compagnia al mio cuore, nei giorni tristi e nei giorni lieti». Vi siamo riconoscenti, carissimi amici: anche grazie a voi sappiamo che Carlotta non ci lascerà mai.

Quando a 4 anni scappò di casa

Ecco un brano di Giovannino Guareschi tratto dal racconto «La figlia prodiga», pubblicato nella rubrica «Corrierino delle famiglie», su Candido n° 40 del 1947.

«[…] La casa ritornò nel silenzio e, un quarto d’ora dopo, sentii dei passetti morbidi nel corridoio ed ecco la Pasionaria in camicia. Si sedette sulla poltrona. «È stata qui quella là?» mi chiese. E io le confessai che effettivamente sua madre mi aveva onorato di una sua visita.

«È venuta a parlare male di me?» si informò la Pasionaria. «No.» Non sembrò molto convinta. «Intanto che tu eri via, si è fatta mettere un dente di latta.» «Chi?» «Lei, la vecchia. Nel viaggio ha perso la valigina piccola con dentro il pettine e le spazzole, e allora ne ha comprata una nuova uguale. Poi ha detto che se faccio la spia mi picchia». Si trasse dal taschino del pigiama un foglietto contenente degli scarabocchi a matita. «C’è scritto tutto qui». Finsi di leggere, e riconobbi che il fatto era molto grave. La Pasionaria mi parlò a lungo di tutti i disastri che aveva fatto sua madre durante la mia assenza. Poi se ne andò. Ma la mattina seguente, quando rincasai dall’ufficio ed entrai nel mio studio e mi sedetti al tavolo per sfogliare la posta, alzando a un tratto gli occhi scopersi nell’angoletto della libreria la Pasionaria. Era vestita completamente con cappello, soprabito, e sul soprabito aveva la mantellina impermeabile.

«Sono scappata da casa» spiegò a bassa voce. «Abbiamo litigato ancora. Mi ha maltrattata». «Cos’è successo?»

«Stavo scrivendoti una lettera e si è rotto». «Cosa si è rotto?»

Mi fece cenno di appressarmi e di chinarmi, e avvicinò la bocca al mio orecchio. «La punta della penna nera col coperchio» mi disse con molta circospezione. «E allora lei mi è saltata addosso come un leone». «Già» obiettai. «Però tu hai rotto la penna stilografica nuova». «Ma la penna è mica sua di quella là. La penna è tua. Lei non c’entra. Sono affari nostri». «Anche questo è vero» riconobbi. «E adesso cosa fai?» «Sono scappata da casa e non ci torno più» spiegò. Aveva vicino a sé una valigetta. «Ho tutta la mia roba» sospirò aprendo la valigetta e mostrandomi un tegamino. «Anche la pentola per fare la minestra. Ho preso anche qualcosa per il viaggio» aggiunse aprendo un enorme cartoccio di zucchero. «Ne vuoi?» Ringraziai, e la Pasionaria cominciò a mangiare lo zucchero. E così, seduta per terra vicino alla valigetta, pareva un’emigrante. Il fatto di una bambina di quattro anni che scappa da casa è sempre preoccupante. «E una brutta faccenda» dissi gravemente. «Devi pensare che tua madre ne soffrirà moltissimo». Si strinse nelle spalle. «Ha fatto soffrire tanto anche me. E poi è finito tutto con quella là». Continuò a mangiare zucchero, poi mi guardò. «Va’ a sentire cosa dice perché sono scappata da casa» mi sussurrò. Andai a prendere un fazzoletto in camera da letto e tornai. «È molto giù» la informai. «Ti ha domandato dove sono?» «No, ma si vede che ha pianto.» Rituffò la faccia nel cartoccio dello zucchero. «Ho piacere: così impara». Dopo una decina di minuti mi pregò di andare in cucina a dare un’occhiata ancora, ma senza farmi scorgere. E io andai a fare un giretto fino in fondo al corridoio. «Ebbene?»

«E un guaio serio. Soffre molto». «Ha la febbre?»

«Certamente» risposi. «Una grossa febbre». La Pasionaria leccò zucchero per un tempo non indifferente, poi rialzò il capo. «Credi che morirà?» «Temo di sì. È molto dimagrita. Secondo me tu dovresti proprio tornare». Oramai lo zucchero era finito e la Pasionaria gettò via il cartoccio. Titubò un poco e si capiva benissimo che era in preda a una terribile lotta interiore. Poi si alzò, riprese la valigetta e lentamente si avviò. Giunta all’uscio si volse un momentino. «Va bene» disse gravemente. «Ma lo faccio per te». Signori, che valore può avere la perdita di una penna stilografica nuova e di cinque ettogrammi di zucchero al confronto di sì nobile gesto? Si avviò con passo fermo verso il martirio di ogni ora e la seguii con lo sguardo, e quando svoltò l’angolo, in fondo al corridoio, si volse ancora e mi salutò agitando la mano e pareva un po’ il piccolo Marco di Cuore, l’eroico fanciullo che andava dagli Appennini alle Ande per salvare sua madre. Disparve e fu come se avessi sognato».

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