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Pasolini, poeta e profeta

29 ottobre 2015, 06:00

Pasolini, poeta e profeta

Giuseppe Marchetti

Nella notte tra il primo e il secondo giorno di novembre del 1975 veniva assassinato a Ostia Pier Paolo Pasolini. Di quella morte che a vario titolo stupì il mondo - e non solo quello della cultura italiana - si parlò e si scrisse sino alla noia. Poi, venne una sorta di silenzio molto strano. Si cominciò - era la fine del secolo - e prospettare quell'avvenimento come un ricordo, un destino, e una specie di colpevole rimozione invase il campo della memoria mentre una sempre più ricca teoria di studi, indagini, riflessioni morali condanne e assoluzioni invadeva il settore degli studi e delle interpretazioni scartando la complessa e contorta personalità dello scrittore che non lasciò dietro di sé né discepoli né epigoni. Una profonda contraddizione propria, purtroppo, di una società atrocemente beffarda e indifferente come è la nostra attuale (che si potrebbe paragonare, seguendo un'idea di Pasolini, solo ad una lunga e stupida «striscia» di immagini pubblicitarie!) ha devastato molti dei nostri più profondi modi di pensare, e perciò ha cominciato a modificare la ricezione di un'opera e di uno scrittore come Pasolini che del pensiero, dell'immagine «tesa all'interno di esso» e delle sue ragioni sociali, politiche, religiose e culturali aveva fatto «un punto di vista» senza alternative, rigoroso, netto. Quella notte moriva dunque uno scrittore italiano ed europeo che non aveva soltanto composto romanzi, poesie, saggi e diretto film, ma aveva compiuto l'intero cerchio dell'esistenza ora dolendosene, ora esaltandosene dalla narrativa picaresca di «Accattone» alla «Divina Mimesis», con la semplicità con la quale un bambino fa le più tremende domande agli adulti sulla vita, la morte, il peccato, il «non si può fare» o il «si può fare». Dunque, dicevamo, non ha lasciato né epigoni né eredi. In poesia ha lasciato semmai innumerevoli e illuminanti brandelli della «coscienza dei propri diritti» e di quei discorsi che definiva curiosamente (ma non tanto poi) quali esiti di un «fascismo di sinistra». E nel settore delle narrativa lo si ricorda per i fortunati romanzi sui «ragazzi di vita», le borgate, i delinquenti dei furtarelli e degli scambi sessuali di «Atti impuri» e di «Amado mio». Scriveva a Giacinto Spagnoletti nell'estate del '52: «Tu sapessi che cosa è Roma! Tutta vizio e sole, croste e luce; un popolo invasato dalla gioia di vivere, dall'esibizionismo e dalla sensualità contagiosa, che riempie le periferie. Sono perduto qui in mezzo». E intanto scriveva. Lo scrivere per lui era un mestiere esaltante che lo metteva in contatto con la gente. Non cercava gente di pregio, cercava lettori, voleva scandalizzarli perché lo capissero e gli volessero anche più bene. Dopo la débacle comunista del '48 compose un epigramma divenuto famoso per i suoi compagni comunisti «... ma il vostro dolore/ di non esserne più sul primo fronte,/ sarebbe più puro, se nell'ora/ in cui l'errore, anche se puro, si sconta,/ avreste la forza di dirvi colpevoli». Viveva ovviamente di letteratura tra «Scritti corsari» e «Lettere luterane» che sarebbero pagine tutte da rileggere e da meditare, confrontandole con i tempi presenti, ma non si gloriò mai di tale sua attività che da molti fu catalogata quale quella di un «cattivo maestro». Nel 1950 in una specie di esame di coscienza per un breve autoritratto in versi aveva scritto: «Ecco perché, nella felicità,/ non mi sono abbandonato - ecco/ perché nell'ansia delle mie colpe/ non ho mai toccato un rimorso verso./ Pari, sempre pari con l'inespresso,/ all'origine di quello che io sono». La vita dura, povera e aspra che aveva vissuto dopo la fuga da Casarsa gli impose in tempi e in anni diversi di dire la sua verità con una pronuncia irritante che spesso sollevava altrettanto irritanti obiezioni lungo l'arco di una polemica che l'accompagnò per tutta la vita costringendolo spesso a disquisire sulle distinzioni e i compromessi morali da lui rilevati per difendersi e contrattaccare: operazione che in «Petrolio», il suo romanzo più avvelenato, appassionato e liricamente violento, assume esiti di rivoltante ma furibonda epicità. L'aveva adottata in «Sade», in «Ragazzi di vita», in «Affabulazione» e, sebbene più pacatamente, ne «Le ceneri di Gramsci», l'opera sua pietosa e lirica che assieme a «Passione e ideologia» forma il dittico sovrano di una rinnovata fede in un futuro oscuro popolato come un cimitero di ombre che non passano: «Lì tu stai, bandito e con dura eleganza/ non cattolica, elencato tra estranei/ morti: le ceneri di Gramsci... Tra speranza/ e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato/ per caso in questa magra terra, innanzi/ alla tua tomba, al tuo spirito restato/ quaggiù tra questi liberi». Visse di ribellione e compassione insieme, Pasolini, sempre: come colui che deve scontare peccati non suoi, ma allo stesso tempo consapevole che tali peccati lo riguardino perché profondamente radicati in una società tesa solo al successo, all'arricchimento, alla celebrazione di sé e del proprio ruolo: società della quale scrisse sino a produrre un ciclo di opere (ora nei Meridiani Mondadori) di migliaia di pagine con un crescendo, negli ultimi anni, quasi ossessivo. E' di questa traccia che avvertiamo sempre di più, oggi più che mai, la necessità, cioè il bisogno di non essere soltanto noi stessi, bensì con gli altri o in un tempo che accetti la nostra sete di giustizia e di cultura libera, senza propaganda, senza pubblicità, senza ipocrisia: il problema dei problemi, quello che, forse, non sapremo mai riconoscere se non nella quotidiana nostra inquietudine.

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