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piccola profuga

Hope, un compleanno speciale

30 ottobre 2015, 06:00

Hope, un compleanno speciale

Chiara Pozzati

Volteggia come una principessa la piccola Hope, che ieri ha compiuto sei anni. Già, Hope è un nome di fantasia, ma non è casuale: significa speranza. Come quella di questo scricciolo di bimba dagli occhi grandi. Su di lei hanno commesso forse il peggiore dei delitti: hanno tentato di rubarle l’infanzia, strappandola dalle braccia del padre.

Ha solcato il mare, insieme alla mamma giovanissima, ha vissuto l’apocalisse sui barconi malandati e ancora deve combattere con quei fantasmi che la divorano.

Rivive le sue tragedie, ancora e ancora in quel turbinio di dolore chiamato crisi post traumatica. Ma Hope non è sola. E’ circondata dall’amore di ben tre famiglie: si tratta di quella dell’istituto comprensivo Jacopo Sanvitale- Fra Salimbene, di quella della casa d’accoglienza Santa Chiara e dei compagni di classe insieme ai genitori. Piano piano, complice il suo inossidabile smalto, torna a sorridere.

Ha imparato il girotondo, è appassionata d’italiano e affascinata dagli stick di colla.

Ma soprattutto, guai per i piccoli grandi amici di prima elementare che ieri sono arrivati in blocco per festeggiare il suo compleanno.

La bimba, nata in Libia da una famiglia nigeriana in fuga dalla propria terra, è approdata a Parma ad agosto.

Insieme alla madre vive nell’avamposto di speranza che è la Casa di accoglienza Santa Chiara di borgo Padre Onorio. La meraviglia di questa storia d’integrazione autentica, straziante eppure miracolosa, va in scena proprio nel salone della comunità guidata da Maria Bonati Cantarelli, dove un nugolo vociante e festoso si addensa per strappare un sorriso alla festeggiata.

Hope è arrivata insieme alla giovane madre, in dolce attesa. La 30enne, con lo sguardo velato d’emozione, racconta quel che è accaduto: «Siamo fuggiti dalla Nigeria verso la Libia. Dopo la morte di Gheddafi tutto è cambiato. Una notte una squadra dell’esercito libico ha fatto irruzione in casa nostra, ha chiesto soldi che non avevamo e ci ha rapiti. Ha separato me e la piccola da mio marito, che tuttora non so dove sia - con una forza che pare sovrumana prosegue con un fil di voce -. Ci hanno rinchiuse in una specie di campo profughi e sono tornati per ricattarmi. Volevano soldi, solo così avrei potuto rivedere mio marito. Purtroppo non avevo nulla e, nonostante io li supplicassi, mi hanno abbandonata sul ciglio della strada, con lei disperata. Pensavano che fossi spacciata, ma un signore nigeriano ci ha viste e accompagnate all’ospedale. Lì ho trovato volontari e medici che si sono presi cura di me e hanno addirittura organizzato una raccolta fondi per permettermi di prendere il barcone e venire in Italia».

Oggi mamma e figlia «riceveranno tanto amore che non sapranno come difendersi», garantisce la Bonati Cantarelli, anima di Santa Chiara, che ospita altri sette nuclei familiari.

E’ proprio la responsabile a chiarire come tutta l’equipe educativa della struttura - lei in primis, volontari, professionisti, operatori ed educatori - «sia impegnata costantemente a far sì che gli ospiti si sentano difesi e sicuri, che ritrovino serenità e voglia di vivere».

Ma di fronte alla torta con le candeline ci sono anche gli insegnanti e i genitori degli alunni della classe di Hope che ogni giorno si prendono cura di lei sui banchi di scuola.

Piglio deciso, Pier Paolo Eramo, preside dell’istituto Jacopo Sanvitale-Fra Salimbene, va dritto al sodo: «Per tutta estate abbiamo sentito voci sollevarsi sulle teste e sulle storie di stranieri, senza mai ascoltarli come persone. L’arrivo di Hope è un’opportunità preziosa: ci permette di fare la nostra parte e dimostrare che esiste una via diversa, quella del dialogo umano. Quando Hope grida è il grido di un’umanità offesa, ferita. E’ il mondo che ti arriva dentro».

E conclude il preside: «Sono molto orgoglioso delle mie maestre che hanno accolto questa scommessa e giorno dopo giorno tentano di accogliere questo dolore e restituire amore».