Archivio bozze

ritratto

Lorenzo Dondi

01 novembre 2015, 06:00

ROCCABIANCA

Stefano Rotta

«Quand’è morto il papà, ho chiesto a mia madre dove mi avesse concepito. Disse: “Ci amavamo come pazzi. Abbiamo strisciato sotto la baracca e abbiamo fatto l’amore"». Era dicembre, nevicava al campo di concentramento. I giovani amanti pronti a tutto, come in un film, sono stati sposati da un prete americano nel 1945. Da quell’amore che tutto poté nacque Lorenzo Dondi, pittore parmigiano e amato birraio di tante generazioni di ragazzi. Ci racconta la sua vita, i suoi sogni, i suoi fantasmi, in un incontro dove le parole scendono come la lava del vulcano, scottano e sembrano infinite: ci vediamo più volte e si potrebbe parlare per sempre, quando l’argomento è la vita. «Un sergente, tale Otto, voleva abbastanza bene ai miei e forse si sono salvati anche per questo. Sfidavano di notte i fari, strisciando negli anfratti, andavano in cucina a rubare patate, foglie di verza, tozzi di pane vecchio duri come il muro, con mio padre c’era il suo vecchio amico veneto Marchioro». Forse lì dentro Lorenzo, in quelle notti d’amore che sfida la morte, nacque l’estro vero che gli ha impedito di approdare alle luci alogene dell’arte commerciale. «Mi hanno iniettato dentro tutto il loro sogno di libertà», afferma davanti a una birra. Dopo tanto odio e tanta passione finisce il più grande incubo europeo e Dondi viene al mondo a San Secondo il 21 settembre 1945. «Mio padre si chiamava Bruno, mia madre Slavita, di Zagabria. Fino al 1948 fece il bracciante a San Secondo; si trasferì poi a Fontanelle, paese incantato, fino al 1955, facendo il magazziniere di formaggio dentro un caseificio. Lì ho passato la più bella infanzia che un bambino possa desiderare. C’era molta miseria, ma una miseria nobile, fatta di amicizia, di aiuto reciproco. Ero diventato il cocco di Giovannino Guareschi, per me solo un uomo in bicicletta, non molto alto. Il papà andava in Taro e in Stirone con la rete a pescare gli strecc, la mamma mi legava sulla fronte una pila a carburo, davanti a casa c’era un fosso con acqua molto limpida, con la pila ipnotizzavo le rane e ci giocavo un po' insieme. Le infilavo crudelmente nel fil di ferro, per poi mangiarle il giorno dopo. Passava Guareschi, mi guardava, mi diceva, "Lurens, at ghe ‘l cültent". Hai il sedere zozzo». Incantato dopoguerra agricolo, ultimo scampolo di medioevo felice, poi senza aspettarselo si va verso l’America: «Ho un ricordo labile del primo anno della televisione, il signor Menapace aveva preso uno dei primi apparecchi nel 1954 e l’aveva messo nell’andito. Noi bambini andavamo a vedere i film di Rin Tin Tin e Wild Bill Hickok, telefilm di cow-boy. Sono orgoglioso degli amici che ho avuto là». E’ un po' l’undici settembre della Bassa nel Dopoguerra: l’alluvione del 1951. «Un giorno salii sulla canna della bicicletta a Ragazzola sull’argine a vedere il Po. La strada era un po’ più alta dei campi. Sembrava di viaggiare in mare. L’acqua lambiva l’argine maestro, fuori solo le punte delle pioppe. Un’esperienza impressionante, vissuta da bambino. Era un mondo uguale al primo tempo di Novecento: la macchina per battere il grano per noi bambini era un gioco. Aiutavamo a fare le balle di paglia. Si girava dal primo maggio al primo di settembre a piedi scalzi. Non essendoci veleni in natura, si poteva prendere qualsiasi frutto senza pericolo. Bastava togliere la polvere, perché le strade erano ghiaiate, non asfaltate». Ricordi che spumeggiano come la fortanina: «Ottavia, la bidella della scuola, ha cominciato a suonare la campana della scuola e a urlare "Maghensan l’è campion del mond!". Maghenzani fu campione del mondo di fisarmonica in Germania, abitava a Fontanelle. Vicino a casa mia abitava anche Pietrino Bianchi, il grande giornalista. Io facevo il chierichetto e un giorno, dietro l’altare, c’era il tavolino con su i vini. Ne ho assaggiato uno dolce buonissimo, mi ha beccato il prete, don Felice, e mi ha cacciato fuori dalla chiesa». Dice di sé, «Ho letto poco, ho sempre lavorato e basta», cultura pratica da queste parti, mista con le utopie progressiste. «Quando nacque Guareschi in paese dissero, "è nato un altro socialista". E invece...». Impossibile fermare Lorenzo quando parla dell’infanzia in campagna, dentro la sua pittura ci sono gli incubi del campo di sterminio e i sogni delle terre basse verso il fiume: «Vivevo come dentro un embrione di felicità. Lo auguro a tutti i bambini. Mi arrampicavo sui ciliegi, sui peri, sui meli. Nel 1949 il papà prese il primo maiale. Si faceva crescere con prodotti naturali: tosone, crusca, la famosa sota, di fatto pane vecchio, si uccideva a trecento chili. C’era la stabièra in cortile, s’invitava il maiale a venire in corridoio, in casa nostra, e lui veniva, "vieni ciccio che ti do da mangiare" diceva la mamma, la bestia mangiava, poi si girava e tornava dentro la stabiera». E avanti: «Mio fratello a tre anni nel triciclo aveva una gallina, giocava a farle fare un giro, poi la riposava nel pollaio, ne prendeva un’altra, così le galline andavano a dormire. Un posto fatato: davanti a casa due file di gelsi, parecchie volte ci hanno nutrito. Appena fuori paese c’era il podere di Grisenti, i cui figli venivano a scuola con me, su nel fienile si giocava con le funi, coi cani, con tutto quello che un bambino poteva desiderare, senza i giocattoli elettronici di oggi, il contatto con la natura era estremo, fino a quando eri esausto la sera ci giocavi. Ci tuffavamo dal fienile nel carro pieno di fava, ci si buttava dentro, la fava è tenera e attutisce i colpi. Si mostava l’uva della Bassa coi piedi dentro i tini. Veniva fuori una "Coca cola" straordinaria, la fortanina di allora. Nel 1949 un giorno mio papà mi ha detto, "andiamo a vedere via col Vento". Siamo partiti in bicicletta da Fontanelle a Roccabianca, sulla strada ghiaiata, per quattro ore di viaggio». Il babbo lavorava sui camion, trasportava il bestiame; il giovane Lorenzo andava a scuola a Parma con la corriera, frequentando l’avviamento industriale, la Vittorio Bottego. «Ho finito le scuole nel ‘61, con diploma tecnico, lì è cominciata l’esperienza in Bormioli. Avevo sedici anni. Nel 1964, è arrivata una cartolina blu. Era l’invito a militare in Marina a La Spezia, sono partito il primo marzo 1965. Da lì, dopo il Car a Taranto, mi mandano in Sardegna: poligono sperimentale del salto di Quirra, Perdasdefogu. Dopo pochi giorni arriva l’ordine di andare alla Maddalena sulle motosiluranti. Lì ho visto uno dei posti più belli del mondo. Montavamo di guardia alla casa di Garibaldi a Caprera. Si andava a recuperare i missili lanciati da Perdasdefogu. In libera uscita, il comandante ci pregava di essere gentili con la popolazione; non riuscivamo a integrarci, salutavo sempre una signora, col volto avvolto di nero, e lei mai che avesse ricambiato; al bar un banco disadorno, quattro pastori, giacca di fustagno, pantaloni larghi, odore di pecora, fucile, coppola, barba incolta, occhi scultorei, visi di bronzo, sguardi che ti foravano. Ero diciannovenne: altro tempo, altro mondo». Piano piano vengono fuori le amicizie: «Conobbi una vecchia signora del paese, ogni venerdì mi invitava per pranzi straordinari: mezzo chilo a testa di gnocchetti sardi, bottiglione di Vermut, venivamo fuori obriagh’me i ochi. Domenica libera uscita tra boschi di mirto, uliveti, profumi e colori incisivi. Cinghiali, luce che acceca, si girava in slip col mitra. Mi tuffavo nel mare più bello del mondo». Tutto questo fa da humus alla pittura dell’artista Dondi. Fra pochi mesi sarà mezzo secolo di colori. Un artista senza dietro un uomo, una vita, non esiste: più sono forti i contrasti, più è forte l’arte. Dice: «La natura produce un’estetica pura. Rimango meravigliato, estasiato, davanti a una mela. La globalizzazione ci ha tolto tutte le tradizioni. Ho sognato il muro di Berlino ancora in piedi, era un mondo molto più tranquillo di adesso, sia a livello politico sia economico, visto che la politica dominava le scelte economiche e non il contrario». Lo andiamo a trovare in studio. Fu la moglie a dirgli, quand’era disoccupato dopo il militare, «disegni bene, prenditi tele e colori», colpo di fulmine. Per il colore e per quel surrealismo che gli permette di tirar fuori le presenze che gli vivono dentro. «Studio incessantemente l’uomo, nelle sue problematiche esistenziali, siamo così grazie ai nostri dolori e insuccessi». La birra spillata gli serve per mantenere la famiglia, con la pittura racconta i naufragi suoi e dei simili. «E’ una pittura figurativa, racconto storie. E scandali». Scrive: «Sono immorale perché non riesco a dipingere come un bambino. Sono immorale perché lascerò ai figli solo frasi scritte». Tornò nel ‘67, il primo giorno di congedo conobbe Donatella, «non ci siamo mai più lasciati». Nel 1982 apre il locale, «la Corriera Stravagante», ci andavano giovani di tante speranze, alcuni si sono persi, «li ho visti morire di eroina, erano gli anni bui, gli anni del craxismo, dei soldi facili, si pensava di riempire i vuoti con il denaro e qualcuno non ce l’ha fatta a sopravvivere». Chiediamo perché alcuni fra i più intelligenti e promettenti giovani di Parma finirono nel vortice. «Il consumismo spietato, il tutto vendibile, ha preso il posto dell’amore per il bello e la sopportazione della fatica. Dove c’è bellezza c’è cultura e quindi ricchezza. I soldi facili hanno rovinato posti e persone». Ma il bello sa sempre come sopravvivere, anche ridotto allo stremo, come un fiume carsico. «Una volta uno al bancone disse, "devo pagare", prego, era Capossela». Rock, blues, jazz, ottocento concerti. E’ successo di tutto negli anni tra pinte e panini e ci vorrebbe un libro, dal tragico, al bello, al violento, al ridicolo, son volati scapaccioni, storie di locali veri in una città sicuramente, oggettivamente più vera di oggi. Piovono frasi, carta e inchiostro non sono infiniti. Sul balcone, fumando: «Che meraviglia la vita però...».