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Polemica

Dopo l'Expo la battaglia sul salame

02 novembre 2015, 06:00

Dopo l'Expo la battaglia sul salame

Luca Pelagatti

L'Expo ha chiuso. Le polemiche invece continuano. Ma il confronto stavolta non riguarda il destino futuro degli stand o il numero effettivo dei visitatori. No, ad accendere le polveri oggi è il buon nome di alcuni prodotti simbolo del made in Italy dei sapori. Quelli che il «pianeta da nutrire» ci invidia. E talvolta, purtroppo, ci copia.

A lanciare la prima bordata il giornalista parmigiano Camillo Langone che sul quotidiano «Il foglio» ha pubblicato un caustico articolo contro Expo citando, tra i protagonisti in negativo dell'evento, Oscar Farinetti, l'imprenditore che ha inventato Eataly, la grande vetrina globale del cibo tricolore. «Che però a New York vende salame di Felino prodotto nello Utah», ha scritto Langone criticando quella che a suo avviso è evidentemente un imperdonabile oltraggio ad un prodotto simbolo del nostro territorio. Per di più protetto da una Indicazione Geografica Protetta. «La mia critica è chiara. Farinetti da sempre si propone come ambasciatore della gastronomia italiana ma non lo è», attacca Langone. - In realtà sfrutta la fama di prodotti che non portano alcun ritorno positivo al nostro paese».

E vedere questa disfida accendersi sullo sfondo dell'esposizione che avrebbe dovuto aiutare l'immedesimazione tra sapori e bandiere suona ancora più piccante.

«Non credo, per me si tratta di una polemica sterile e inutile», replica però Oscar Farinetti, fondatore di un impero basato sul food, che punta il dito verso il protezionismo di alcuni paesi. Usa in testa. «E' vero, nel nostro punto vendita vendiamo salami prodotti negli Usa perché è impossibile esportare carne macinata dall'Italia. E se vogliamo offrire anche agli americani la possibilità di mangiare un salame ogni tanto dobbiamo proporre insaccati di buona qualità ma nati nel loro paese. Ma questo è sempre chiaramente indicato». Già, ma il Felino «made in Utah»?. Langone, che non demorde, dice di avere le prove fotografiche dell'esistenza di questo sconcertante «ibrido» ma anche in Rete, frugando tra i siti dei food blogger, si trovano racconti assai simili. Ovvero di prodotti che di tipico avrebbero solo il nome. «Io penso che sia sbagliato - prosegue il giornalista- perché è in ogni caso dannoso per il nostro paese. Se i salami americani venduti a Eataly sono buoni, i consumatori statunitensi continueranno a comprarli. Se non lo sono è anche peggio: confusi dalla suggestione penseranno che il cibo italiano sia da evitare».

E Farinetti? Il papà di Eataly, uno dei grandi protagonisti non solo di Expo, rilancia la sua linea di difesa. E anzi contrattacca. «Invece di polemizzare su questi casi che non hanno interesse agiamo tutti insieme per ottenere un'azione diplomatica veramente efficace che ci permetta di esportare le nostre merci ovunque, senza barriere». In questo caso i salami ringrazierebbero. Il Felino è certo. Quello dello Utah non si sa.

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