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Intervista

La tragica ironia di Lella Costa

02 novembre 2015, 06:00

Mara Pedrabissi

La «Spoon River» dell'altra metà del cielo. Un universo rosa orrendamente sporcato di rosso sangue per mano di chi, un tempo, aveva promesso amore, protezione, rispetto.

Torna a Parma (venerdì, Auditorium Paganini ore 21) «Ferite a morte», spettacolo-denuncia di Serena Dandini con la collaborazione ai testi di Maura Misiti. Lella Costa, Orsetta De' Rossi, Rita Pelusio prestano voce a chi una voce non ha più.

Dandini ha attinto dalle cronache e dalle indagini giornalistiche per riportare «in vita», nella finzione del palcoscenico, una galleria di donne uccise dal marito, compagno, amante, “ex”. Parlano in prima persona: ognuna racconta la propria storia, riprende vita e spessore, uscendo finalmente dalla catalogazione arida e fredda di un registro di cronaca nera.

Lella Costa torna a Parma con «Ferite a morte». Cosa è cambiato rispetto allo spettacolo che abbiamo visto al Regio, nel dicembre 2013?

«Sicuramente c'è più consapevolezza, questa è la terza ripresa di stagione. Si è dovuta creare una parola orribile, perché “femminicidio” è un termine orribile, che però rende reale e pressante un problema che altrimenti rischiava di essere archiviato in maniera semplicistica. Sicuramente noi abbiamo contribuito a costruire una coscienza del tema, non solo tra le donne. E' uno spettacolo scritto e interpretato da donne ma gli interlocutori privilegiati, e desiderati, sono soprattutto gli uomini».

Al di là del normale «calarsi nella parte» di un'attrice, quanto è impegnativo emotivamente per lei questo spettacolo?

«Molto. E lo è soprattutto per i meccanismi che innesca. Sono tante le donne, a volte anche gli uomini, che alla fine della recita hanno bisogno di venire a parlare con noi, a raccontarci in prima persona la loro storia. Quando però arrivano le sorelle, i figli, i genitori di chi non può più dire, ecco quello è terribile. Veramente terribile»

Lo spettacolo dà conto, con esattezza certosina, dei nomi, dei numeri. E' come un epitaffio...

«Sì, non a caso Serena Dandini lo ha definito la “Spoon River” del femminicidio, donne che dormono, se non sulla collina, comunque in un altrove. Una serie di nomi, date, età. L'età è l'aspetto che mi ha colpita maggiormente: le vittime hanno dai 15 ai 90 anni. Mi fa riflettere su quanto malato sia il rapporto tra uomini e donne, quanto tutti abbiamo bisogno di cura. Mi fa dire che è uno spettacolo necessario. Mi sta a cuore anche la scelta, coraggiosa, dell'autrice di usare nella narrazione non solo la chiave drammatica o tragica - come potrebbe tranquillamente essere, visto il tema - ma portare anche quel po' di sorriso, di ironia, a volte di grottesco che ci rende queste storie ancora più vere, più tragicamente “normali”»

In questo però mettete anche del vostro, perché lei, Orsetta De' Rossi e Rita Pelusio siete soprattutto attrici comiche...

«Questo è sicuramente vero, però non ci permetteremmo di farlo se non fosse nel testo. Certo, io mi trovo più a mio agio quando interpreto l'ucraina napoletana, personaggio così divertente che, per contrappasso, rende ancora più potente e terribile il tragico finale della sua storia, leva il fiato. Però Serena mi ha anche affidato parti tremende, come l'inizio, tanto doloroso...»

Lei è madre di tre figlie femmine. Come si pongono nel loro essere donne?

«Sono domande delicate cui risponderebbero meglio loro. Credo di aver trasmesso dei valori con la coerenza e il comportamento. Mi sembra di avere tre figlie consapevoli della dignità e anche della bellezza di essere donna. Ecco, dignità è ciò che ho cercato di trasmettere, più con l'esempio che con i sermoni. Hanno visto tutte e tre lo spettacolo, tutte e tre hanno riso, tutte e tre ne sono uscite in lacrime».

Negli ultimi anni si è dedicata soprattutto al cosiddetto «teatro civile». C'è un sogno del cassetto?

«C'era, ci ho lavorato e, facendo i debiti scongiuri, dovrebbe concretizzarsi in una tournée la prossima estate per il Teatro di Sardegna. L'ho realizzato con Marco Baliani, attore amatissimo, che tra l'altro vive a Parma. Le musiche sono di Paolo Fresu, i costumi di Antonio Marras; avremo quattro giovani attori a farci da “coro”. Si intitola “Human”, tratta un tema non più procrastibabile della contemporaneità: il viaggio, l'andar via, il tornare. Sarà un bel percorso, vedrete».

I biglietti per «Ferite a morte» sono in prevendita all'Arci di Parma (via Testi, n. 4) e sul circuito www.ticketone.it Info tel 0521-706214.

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