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Cambio vita, cambio lavoro

03 novembre 2015, 06:00

Cambio vita, cambio lavoro

Capita bene o male a tutti di ritrovarsi a fantasticare sul domani. Ci si immagina lontani dalla scrivania che talvolta sembra volerci imprigionare, liberi dalle pressioni dei superiori e dai tic-tac delle scadenze, magari dall’altra parte del mondo. Un sorriso inconsapevole finisce per addolcire l’espressione, poi lo squillo del telefono o un appuntamento che incombe ci riporta sulla terra: fantasie - ci consoliamo - mollare tutto sarebbe incosciente, rischioso, impossibile.

Inseguire il vecchio sogno che fa la muffa nel cassetto una ragazzata, salutare finalmente il capo con la scena da applausi che abbiamo pianificato per filo e per segno insensato, lanciarsi nel vuoto troppo avventato, alla nostra età, poi. «A 20 anni era il chiringuito sulla spiaggia. A 40, quasi sempre, si tratta di un agriturismo», così diceva uno dei protagonisti del film «Io e la Giulia».

Così, ci rendiamo conto, funziona davvero. In realtà, complice la crisi e il venir meno di quelle certezze sulle quali da sempre abbiamo potuto contare, c’è tutto un universo di persone, intorno a noi, che si reinventa ogni giorno. Ragazzi, ma anche adulti fatti, che «mollano» la vecchia vita e il lavoro, e si buttano.

Magari senza prendere voli transoceanici, ma puntando sul proprio territorio, mettendo insieme le forze o quei pochi risparmi per tentare il tutto per tutto, qui.

Continua il nostro viaggio alla ricerca di parmigiani che si sono «inventati» un lavoro, e che a fronte di un «posto fisso che non esiste più», hanno deciso di sfidare la crisi e non avere paura di diventare imprenditori.

Partiti dal basso, spesso forti solo di una speranza o di un desiderio, sono riusciti a costruire una realtà solida, e, quotidianamente, si dedicano anima e corpo a far sì che il loro sogno divenuto realtà possa continuare.

Hanno in comune due cose, tutti questi ragazzi, tra cui un rapporto stretto e fruttuoso con la rete. Anche chi fa della manualità la propria bandiera, come il fabbro in bicicletta a domicilio, e chi ha deciso di votarsi alla lentezza e alla genuinità, ad esempio vendendo frutta a bordo di un Ape in giro per la provincia, deve parte del proprio successo a internet e ai social network, strumenti chiave per farsi conoscere.

Come loro, c’è chi si appoggia proprio al web per vendere felpe e magliette nate da un’idea lasciata a maturare per anni, e chi, esperto informatico, grazie anche alle proprie esperienze tecniche, è riuscito a modellarsi una nuova vita, diventando miniaturista di oggetti in pasta da zucchero.

Due cose, dicevamo. L’altro leitmotiv che accompagna le storie di chi, cambiando lavoro, ha cambiato radicalmente vita, è il sorriso. Sono stanchi, ma incredibilmente felici di aver avuto il coraggio di tentare. Il successo, quello ancora non si sa. Ma il percorso val bene l’incertezza.

Alessandro Mercadanti

E' una valanga di sorrisi, Alessandro Mercadanti, per gli amici «Natur’Ale», per altri, molto semplicemente, «Bagaj». 34 anni, da 19 artigiano del ferro, da poco più di 1 unico fabbro in bici del Paese e fra i pochi costruttori di cargo bike sul territorio nazionale. Parmigiano del sasso, quando una serie si occasioni e segnali hanno iniziato a inanellarsi («tendo a dare un valore e un significato a tutto quel che mi succede»), ha guardato il suo titolare negli occhi – con un sorriso riconoscente, ma inarrestabile – e ha detto: «Mi, a’vag!». Ora lo si vede scorrazzare su e giù dalle strade di Parma, pedalare con quel «cassone» che è il suo «laboratorio viaggiante». È il «Ciclo fabbro Bagaj»: aggiusta tapparelle, serrande, porte, finestre, ma da qualche tempo, soprattutto, progetta e realizza cargo bike per chi, come lui, vuole fare della mobilità dolce la propria «filosofia». «Sono fabbro da quando avevo 16 anni – racconta -. Da ragazzino amavo suonare e disegnare, ma a scuola non ingranavo e così mi sono indirizzato nel mondo del lavoro e in questa professione ho trovato un vero e proprio canale espressivo. Dopo le 8 ore di lavoro, disegnavo lampade, attaccapanni, saldavo per passione. Un anno fa mi sono detto: provo a fare qualcosa di diverso. Per un mio percorso personale legato a profonde convinzioni ecologiche, da 3 anni avevo abbandonato l’automobile e mi ero inventato questa soluzione della cargo bike per andare a fare la spesa: una bici con un grande cassettone sul davanti. Quando hanno cominciato ad arrivare richieste di gente che mi chiedeva di costruirne anche per loro, e parallelamente è giunta la proposta di andare a insegnare saldatura a Forma Futuro, mi sono detto che era il momento di andare, di abbandonare il lavoro da dipendente, dopo quasi 18 anni, e di buttarmi». Non solo fa il fabbro e costruisce bici, Alessandro realizza gioielli e sforna un’idea dopo l’altra: gli piacerebbe mettere in piedi un progetto di Ciclotour per i turisti, portandoli in giro, sogna uno «Scuola Bici Bus», si impegna per diffondere la cultura vegana (di cui è stato uno dei primi e più rappresentativi fautori»). A Parma è stato il fondatore del movimento «Critical Massa». Non si ferma un attimo, pedala, lavora, inventa. «Dopo una vita passata a svegliarmi alle 6.30, però, ora mi concedo il lusso di non prendere appuntamenti prima delle 9» sorride.

Annamaria Senatore

Sul suo tre ruote sgangherato ma adorabile, Annamaria Senatore è inconfondibile. Se ne va in giro per la provincia a vendere frutta d’estate e polenta d’inverno con l’«Ape genuina», il veicolo che ha trasformato in chiosco mobile quattro anni fa, spinta da due sole esigenze: essere libera e lavorare all’aria aperta. Dopo tanti anni trascorsi come educatrice in cooperative, a 30 anni sentiva che le mancava qualcosa. «Non ero più in grado di essere utile agli altri come avrei potuto, e così ho deciso di lasciare - racconta oggi, con un sorriso largo quanto la sua adorata Val Ceno -. Ho preso un anno di “pausa”: lavoravo come cameriera e barista, ma sapevo che era una fase di passaggio. Mi sono messa a pensare a quale mestiere mi avrebbe permesso di stare in mezzo alla natura e di andare piano, visto che uno dei mali della nostra società è che ci obbliga ad andare di corsa. E l’idea dell’Ape genuina è venuta da sé».

Al concessionario, Annamaria ha trovato l’Ape cinta da un gigante fiocco rosso: i suoi amici avevano fatto una colletta per regalarle il mezzo con il quale dare il via a questa nuova avventura. «All’inizio andavo in riva al fiume, in estate, a vendere la frutta a fette, mi vergognavo anche un po’, ma poi mi sono accorta che la gente mi aspettava - ricorda -; un po’ alla volta si è preso a parlare di me e hanno anche cominciato a chiamarmi agli eventi enogastronomici e alle fiere. La scorsa estate ho fatto anche quattro matrimoni: la gente mi dà fiducia, e per me è una gioia incredibile».

Niente a che vedere, però, col fenomeno dello street food, che ha preso piede negli ultimissimi anni e di cui lei fatica a sentirsi parte. Ha 34 anni e fa tutto da sola, Annamaria: coltiva parte della frutta che vende (l’altra se la procura da piccoli produttori locali), raccoglie i fiori di sambuco con cui produce lo sciroppo, guida ai 40 all’ora verso le sue mete, regala buon umore (le canzoni di Edith Piaf o la musica popolare napoletana in sottofondo) e se ne torna a casa, la domenica sera, stanca morta. «Questo lavoro, però, mi garantisce anche tanto tempo libero in più, grazie al quale sto coltivando alcune mie passioni, tra cui il canto - spiega -. L’Ape genuina mi ha portato a scoprire tante cose di me: quello che faccio è semplice, ma vero».

Manuela Michieli

Manuela Michieli ha due anime di cui va molto fiera: la sua predisposizione scientifica non è contrapposta alla sua indole creativa, anzi, la completa. Questa è la premessa necessaria a capire come un’informatica possa diventare una miniaturista di oggetti per case di bambola e poi, ancora, specializzarsi in decorazioni di pasta di zucchero per torte di cake design. Originaria della Brianza, Manuela, 52 anni, vive a Felino da 10 anni, dove si è trasferita per esigenze lavorative del marito: qui lo scorso anno ha aperto ParmaDolce, un laboratorio di produzione artigianale di pasta di zucchero. «Ho lavorato per diversi anni in un’importante azienda informatica, ma la pulsione verso la creatività era sempre stata presente in me - racconta -. Volevo fare il liceo artistico, ma poi ho finito per diplomarmi allo scientifico e iscrivermi a Informatica. Durante gli studi, però, ho lavorato in un’azienda che curava i software dei giochi dei grandi parchi divertimento: lavoravo a stretto contatto con scenografi, scultori, e una componente manuale, anche nel mio lavoro, c’era. Questo mi avrebbe aiutata parecchio in seguito».

Dopo la laurea, Manuela ha trovato un buon posto in un colosso dell’informatica: parallelamente al lavoro, ho portato avanti la passione per la realizzazione di miniature per case di bambola. «Sembra un binomio strano a molti, ma in realtà c’è molta fantasia negli algoritmi che risolvono i problemi e molta tecnica nelle proporzioni di una miniatura» racconta. La passione è cresciuta al punto tale da spingerla a fondare la prima associazione italiana specializzata e, quando la nascita di un bimbo molto atteso l’ha convinta a mettere da parte la carriera, quello che era un semplice hobby è diventato un lavoro. «Con la liquidazione mi sono regalata la partita Iva, e nel 2002 ho fondato Minimadeinitaly - ricorda -. Ho iniziato a prendere parte a fiere internazionali, a scrivere su riviste specializzate, a vincere anche dei concorsi». Nel frattempo è arrivata a Felino, e quando il fenomeno del cake design ha preso piede, lei era già incredibilmente «sul pezzo». «Nel 2014 ho aperto il laboratorio, dove produco pasta di zucchero artigianale e naturale - sorride -: realizzo i decori delle torte e collaboro con i pasticceri». Una dolce metamorfosi, insomma.

Michele Lamanna

Il nome che hanno scelto per le loro magliette assomiglia ad un motto: «Sept-shirt – Soldi e paura mai avuti». «Perché un po’ di coraggio e un minimo di incoscienza, per ricominciare da zero con una nuova idea imprenditoriale a 38 anni, ci vogliono».

A parlare è Michele Lamanna, fotografo per 17 anni, che con la moglie Bianca Frondoni, un passato da professionista della comunicazione, da qualche tempo si è lanciato in una nuova avventura. I due vendono felpe e magliette assolutamente particolari su internet (www.sept-shirt.com), la cui idea di base trova origine nelle chiacchiere scambiate da Michele molti anni fa con professori universitari e compagni di studi allo Iuav di Venezia.

«La prima maglietta che ho prodotto, lo scorso aprile, è la più rappresentativa: la T-Beer, caratterizzata dalla stampa di una mano che regge una birra. Era legata proprio all’idea dell’opera che esce dal framework sulla quale avevo ragionato anni fa, mentre studiavo – racconta Michele -. Dopo diversi anni trascorsi a fare il fotografo professionista, legandomi soprattutto al mondo della fotografia industriale, ho trascorso l’ultimo periodo nell’ufficio comunicazione di una fondazione teatrale. Lo scorso aprile mi sono detto: proviamoci». Bianca, che dopo esperienze di ruoli dirigenziali in importanti aziende, 10 anni fa ha fatto ritorno a Parma da Milano, dove si era trasferita, a seguito di svariate esperienze legate alla comunicazione e al giornalismo, pochi mesi fa ha deciso di non essere più disposta a sacrificare il suo ruolo di mamma e moglie e ha rallentato i ritmi. «Dopo l’estate ho cominciato ad affiancare seriamente Michele, aiutandolo con le attività di ufficio stampa, pr e organizzazione eventi – commenta -, anche se è lui a fare il grosso del lavoro». Il messaggio di cui Sept-Shirt vuole farsi portavoce parla di umiltà e ironia.

«La nostra è una ribellione alla crisi, anzi, forse non è più nemmeno il caso di parlare di crisi – sottolineano -. Abbiamo unito le nostre specifiche professionalità e abbiamo deciso di buttarci. Insieme, come un vero e proprio team».

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