Archivio bozze

GENTE DI PROVINCIA

I radiatori di Marco Bagatti

08 novembre 2015, 06:00

I radiatori di Marco Bagatti

VARSI

Stefano Rotta

Siamo tutti figli dei nostri genitori, della cultura del posto dove siamo cresciuti, delle sfide che sappiamo vincere, delle volte che siamo riusciti a tirare avanti nonostante tutto.

Marco Bagatti è figlio di Lino Bagatti, uomo di Varsi, si è fatto le ossa smontando vespe nei garage della Valceno, posto di torrenti gelidi e motori caldissimi; Marco Bagatti, Marchén, terza media e testa calda come un cilindro, mette al mondo i radiatori per Yamaha e Ducati nel Moto Gp: grazie anche alla tenacia e serietà dei suoi collaboratori, in un capannone di Felegara produce e affina i radiatori di Valentino Rossi. Dietro il genio puro riconosciuto nel mondo col «#46», c’è anche il genio puro di questo montanaro parmense, il Marchén cui tutti qui vogliono bene. Lo troviamo in tuta intento al lavoro, tipo schivo e sincero. Dice: «Sono nato a Parma il 10 maggio ‘66, originario di Varsi, mezzo corso del Ceno. Da bambino stavo lavando dei pezzi a ‘sto meccanico dietro casa mia, sono andato a finire dentro il bidone della benzina e dell’olio frusto». Questo fu il battesimo. «Mio padre lavorava in Inghilterra per la Plasmon, la mamma casalinga. Mi sono avvicinato a questo mestiere per via della passione di moto e motori. Fin da piccolo son sempre stato in garage a smontare Vespe; i primi lavoretti sui motori a quattordici anni. Non c’era una lira, taroccavo Vespe da 130 di cilindrata, facevano i 135 all’ora. Sono andato per terra parecchie volte».

Non conta in nessuno sport né tantomeno nella vita quante volte vai per terra, conta solo quante volte ti rialzi, che sia sempre una in più. Va avanti: «Sono venticinque anni che faccio questo lavoro. Lavoravo per Dallara, con cui c’è ancora un ottimo rapporto. Della Yamaha siamo fornitori da più di dieci anni per il reparto corse. Facciamo radiatori per olio e per acqua. Abbiamo quattro dipendenti, facciamo anche telai e serbatoi».

A sedici anni questo ragazzo faceva il carpentiere e il saldatore, «ho lavorato talmente in tanti posti che non riesco a ricordarmeli tutti. Ricordo bene i due anni a Vicenza facendo telai apribili, poi son venuto giù e aperto qua. Ho fatto un piccolo debito per aprire il capannone. E’ venuta una tromba d’aria subito dopo e mi è venuto da piangere, tutti i macchinari bagnati. Abbiamo risolto asciugandoli tutti. Danni ci sono stati, non c’era più il tetto».

Ma come si arriva dalle castagne matte del primo Appennino ai paddock di ingegneri e belle ragazze? «Ho cominciato ad andare sulle piste a proporre il mio prodotto, avendo la passione della moto. Si trovavano solo cose giapponesi che costavano follie, niente su misura. Ho visto che c’era richiesta, che nessuno offriva, mi sono lanciato. Nell’arco degli anni abbiamo cominciato ad ottenere ottimi risultati, si è rivelato che i nostri radiatori erano più performanti di quelli che c’erano allora, così abbiamo cominciato ad intessere rapporti commerciali di fornitura con Yamaha e Ducati e vari team nella Superbike». Tutto nasce a Felegara? «Sì, progettiamo tutto noi. Ci siamo guadagnati la fiducia».

Parla di Valentino come di un amico, «l’ho conosiuto al Mugello nel 2004, mi ha detto che ha perso un mondiale per un radiatore», Marchèn prontissmo, «sì è vero, ma non era il mio. Da quando hai i miei ne hai già vinti tre». Lui, Rossi, gli scrive: «Ho ricevuto la mia nuova Yamaha versione Supermotard che la vostra collaborazione ha reso davvero speciale. Vorrei ringraziarvi personalmente per questo mio nuovo e divertente “giocattolo”». Firmato, Valentino Rossi. Dice: «Prima seguivamo molto i Gran Premi, adesso ben meno: il lavoro arriva tutto per disegno. Il primo titolo mondiale che abbiamo vinto è stato nel 2004, con Valentino. Mentre li vedi sfrecciare pensi che hai in mano la vita di tutti quei piloti lì, i radiatori a quei livelli sono ipersollecitati, se succede qualcosa di storto e perdi olio sulle gomme è la fine». Chiediamo perché questa cultura sopraffina del motore e della meccanica in Valceno. «Siamo influenzati dall’autodromo», dice, ormai il tracciato è parte integrante del territorio, «e poi siamo emiliani, ce l’abbiamo nel sangue. La moto Gp l’ho sempre seguita ovunque. Sono riuscito a fare della mia passione il mio lavoro. Ogni lavoro mi vien facile perché è la mia passione. Cioè, dopo venticinque anni un po’ qualche volta mi spacco anche i coglioni, prima c’era molta più libertà di fare. Eh, se ne ho modificati di disegni arrivati da ingegneri quotatissimi di mezzo mondo, senza mai dir nulla, fai prima a fargli cambiar moglie che fargli cambiare il bullone! Mi son sempre preso la responsabilità di fare migliorie».

Robe che forse non si vedono, ma in pista si sentono. Racconta, prima riservatissimo, poi fiume in piena: «Mio padre è sempre stato d’appoggio, anche dopo la sua pensione. Mio fratello purtroppo è deceduto in un incidente in moto, lavorava con me, eravamo il braccio e la mente, in officina curava tutto lui, Silvio. Devo ringraziare tante persone per esser arrivato qui: la Dallara mi ha aiutato a lavorare in proprio. Sono riuscito a ingranare grazie a loro. Poi il tecnico Silvano Galbusera, con Valentino, Davide Brivio, team manager Suzuki. E i miei collaboratori MB Motorsport, Roberto Moraca, Simona Franchi, Mariano Bedin, Liliana Bogza». Ce li dice in azienda, mentre spiega come si piegano i tubi, coi vecchi metodi, «riempiendoli con la sabbia di Po». «Ne abbiamo fatte su da queste parti! Mille e più mattate, servirebbe un’altra pagina o forse un libro intero: garette con le vespe, i rettilinei di Ponteceno alla massima, sempre una sfida. La domenica non si perdeva mai un appuntamento. Si giocava a chi le preparava di più, facendo scommesse tra amici».

Ne è passata di acqua in Ceno dai primi radiatori fatti per le macchine Dallara. Si torna indietro con i ricordi, a volte serve per salvarsi. «Per il compleanno, a tredici anni, ho desiderato un serie di chiavi. Sono arrivate grazie a mio babbo, ce le ho ancora nel mio laboratorio piccolo su a Varsi. Ho una figlia, si chiama Vittoria, le voglio bene». Post scriptum: Oggi mentre guardate il Moto Gp tenete presente che motori e moto sono fatti in Giappone, ma freni, cerchioni e radiatori in Italia.