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Reportage

Disperati in fila per un panino di solidarietà

09 novembre 2015, 06:00

Disperati in fila per un panino di solidarietà

Chiara Pozzati

E' una notte come le altre sopra Parma. La luna illumina il piazzale delle corriere della stazione, che pare di vetro, e il freddo comincia a pungere. Un posto di «nicchia» su cui si affaccia il binario 8, ma che sfugge allo sguardo (quasi) ignaro degli ultimi pendolari. E' qui che scopri la città nella città. Quella degli invisibili. Dove incontri zie con bimbi di quattro anni e un «fagotto» addormentato tra le braccia, tossici di lungo corso, clochard, disperati che vengono da ogni dove. Tutti in coda per il pasto teso dagli «angeli senza ali». E' qui che si affolla il «sottobosco» parmigiano. Fatto di famiglie, teste calde che s'infiammano con un cartone di Tavernello, immigrati che si arrangiano come possono, poveri diavoli e faccendieri, a volte feroci, altre innocui. Ci sono anche persone «nate sotto una cattiva stella», che hanno perso tutto e pensano solo a come arrivare al giorno dopo. Siamo insieme ai City angels, angeli metropolitani che distribuiscono pasti caldi e pannetti, conoscono i loro «utenti» – così si chiamano ufficialmente – uno a uno e ogni giovedì sera si presentano puntuali come orologi. A guidare la «pattuglia dell'aiuto» è Black, al secolo Giancarlo Ruberti, ex assicuratore oggi in pensione, un pezzo da novanta del sodalizio. Lui, insospettabili 73 anni, è il coordinatore provinciale e vice a livello nazionale. La sua squadra è composta da Tati (Tatiana Croitoru, 49 anni, che ogni giorno si prende cura di un ragazzo speciale), Sister (la 25enne Roberta Ferrari) e l'infaticabile Doc, Primo Ugolotti all'anagrafe, 69 anni e una vita da artigiano. Usano nomi di battaglia, piccola corazza contro guai giganti, ma non si sentono supereroi.

Poco dopo le 21 usciamo dal furgone della solidarietà, zeppo di sacchetti colmi di cibo e speranze, e il popolo della notte è già pronto da un pezzo. Una cinquantina le persone, che sanno come funziona, e meccanicamente si accalcano attorno ai tavoli. Ma non c'è caos, ognuno aspetta il proprio turno, consapevole che panino, biscotti, scatolette di tonno, yogurt arriveranno. Parlare? La voglia c'è ma rigorosamente con la promessa dell'anonimato più totale. Per questo tutti i nomi che vedrete sono di fantasia, ma le storie (purtroppo) no. C'è Zaira, giovane zia albanese, in coda coi nipotini di 1,4 e 6 anni: «Abbiamo un tetto sopra la testa: li ospito in casa insieme ai loro genitori, purtroppo sono clandestini. Erano venuti in Italia a lavorare e per un po' è andata bene, ma con la crisi hanno perso il posto e non c'è stato più modo di recuperarlo. Il piccolo di sei anni va a scuola, le altre due no. Non vogliamo la carità, ma solo una professione per la loro mamma e il loro papà». Storie di disperazione, anche made in Italy, affiorano nella babele della stazione. Come quella di un distinto signore di origini siciliane, che ha un tetto sopra la testa, «ma solo quello». Frequenta le mense di carità e la distribuzione dei pasti in stazione. C'è anche Antonio, irresistibile simpatia partenopea, che assicura: «Che ci faccio qua? Tento di sopravvivere. Dormo fuori, mi arrangio con qualche lavoretto saltuario».

Ma c'è tutto il mondo in fila per il panino. Come Iltuarg, un giovane originario di Marrakech, che dice di aver lavorato per diversi anni per una grande azienda, «poi dopo l'infortunio sul lavoro ho perso tutto e oggi mi arrangio. Dove dormo? Un po' qua, un po' là. Per alcuni di noi questa – e i suoi occhi vagano da un capo all'altro del piazzale – è l'unica famiglia rimasta». C'è un ex poliziotto tunisino, un giovane di Praga in fuga, e un signore che assicura: «Ho pagato 22 anni di contributi a questo Paese che oggi non mi riconosce nulla – ha un forte accento dell'est, ma scucirgli la nazionalità è impossibile -. La verità è che in Italia c'è una politica razzista e se gli stranieri – così come gli italiani – commettono reati è perché il sistema delle leggi fa acqua da tutte le parti». Alla fine della distribuzione si dissolvono alla velocità della luce, come fantasmi. Ma il «lavoro» dei City angels non è finito: l'ultima tappa è in via del Taglio, dove due fidanzati sono accampati in una piccola tenda, circondata da gatti e ciarpame e sudiciume che non sembrano vedere. Raggiungerli è quasi impossibile, senza inciampare in stracci, cartoni o escrementi, ma le ronde della solidarietà arrivano fino a qui. «Un attimo» – dicono da oltre la tenda fatiscente – poi una mano affusolata apre la cerniera quel tanto che basta per ricevere il sacchetto con un sorriso stanco e grato. Fino alla prossima sera.

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