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PROCESSO AEMILIA

Falbo, 3 anni di collaborazione: sì al patteggiamento

13 novembre 2015, 06:02

Falbo, 3 anni di collaborazione: sì al patteggiamento

Georgia Azzali

E' finito in tutte due le liste. Tra i buoni e i cattivi, Francesco Falbo. Imputato per aver reimpiegato fiumi di soldi di Grande Aracri, ma allo stesso tempo parte offesa del processo «Aemilia» per aver dovuto cedere alla mafia tutte le quote delle sue società. Già durante la prima udienza a Bologna, inoltre, Falbo si è costituito parte civile contro personaggi del calibro di Alfonso Diletto, Nicolino Sarcone, Michele Bolognino e Giuseppe Giglio, ritenuti dagli inquirenti tra gli organizzatori della cosca emiliana, oltre che nei confronti di altri affiliati. Una posizione «ambigua», quella di Falbo, che forse avrebbe dovuto far nascere subito qualche dubbio. Ora, però, le carte sono state scoperte. L'imprenditore edile, al centro della maxi operazione immobiliare di Sorbolo finanziata anche dalla 'ndrangheta, collabora con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Bologna dal 2012. Tre anni di rivelazioni, che gli hanno consentito di avere il via libera della procura per un patteggiamento a 1 anno e 11 mesi (e 2.000 euro di multa), con la condizionale. Una pena minima, lontana anni luce da quella prevista per il reimpiego di soldi di provenienza mafiosa.

Insomma, se il gup Francesca Zavaglia, a cui spetta l'ultima parola, ratificherà il patteggiamento, Falbo uscirà dal processo senza l'incubo del carcere. Ma, soprattutto, con l'immagine «ripulita». L'altro ieri, il pm Marco Mescolini ha approvato la proposta di patteggiamento presentata dal difensore, l'avvocato Carmelo Panico. Non un semplice sì, ma un parere motivato, poi inviato al giudice, in cui il pubblico ministero sottolinea come nel caso di Falbo ci sia la «configurabilità delle attenuanti indicate in punto della condotta processuale» e mette in evidenza il «contributo dato alle indagini, rilevante al fine della collaborazione». Tradotto: ciò che l'imprenditore ha detto ai magistrati durante l'inchiesta è stato ritenuto di fondamentale importanza, tanto da diventare prevalente rispetto all'aggravante pesantissima, che gli era stata contestata, di aver agevolato l'associazione mafiosa .

Non un «pentito», dunque, perché mai affiliato, ma un imprenditore che, tra il 2006 e il 2007, avendo a disposizione 80.000 metri quadrati di terreno su cui costruire e non avendo a disposizione i milioni necessari, si rivolge ad alcuni conoscenti e finisce «nella tana del lupo», come ha dichiarato lui stesso agli inquirenti. Nelle mani degli stessi personaggi che poi l'avrebbero messo alle strette, facendogli sborsare mazzette per centinaia di migliaia di euro, assumere operai segnalati dalla cosca, utilizzare materiali imposti dalla 'ndrangheta e, infine, l'avrebbero costretto a cedere le quote delle proprie società. Fino a quando, nell'aprile 2012, Falbo trova una busta con dei proiettili nella cassetta della posta. E da quel momento - scrive l'avvocato Panico nella richiesta di patteggiamento accolta dal pm - si mette a disposizione «per denunciare alcuni fatti, far emergere responsabilità ed evitare che l'attività delittuosa arrivi a ulteriori e gravi conseguenze». Un aiuto «concreto» all'autorità giudiziaria «nella raccolta di elementi decisivi», sottolinea la difesa.

Ma ora anche l'accusa ha messo nero su bianco questa nuova verità. In attesa della risposta del giudice, a gennaio.