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La testimonianza

Giuliano Molossi: «Una notte all'inferno»

15 novembre 2015, 06:01

Giuliano Molossi: «Una notte all'inferno»

Giuliano Molossi

Venerdì sera, quando a Parigi si è scatenato l’inferno, ero in un ristorante di Avenue Matignon, nell’ottavo arrondissment, a pochi passi da Rue du Faubourg Saint Honoré, la via dei grandi marchi del lusso, e che al numero 55 ospita il Palazzo dell’Eliseo, la magnifica residenza del presidente della Repubblica francese. Quando si sono diffuse le prime notizie di quel che stava accadendo ci siamo guardati sgomenti, quando sui nostri smartphone abbiamo letto degli attacchi terroristici che i macellai dell’Isis avevano scatenato in locali pubblici a pochi chilometri da noi, anche in un ristorante come il nostro, abbiamo chiesto in fretta il conto per tornare in albergo prima possibile e metterci al sicuro. Intanto, attraverso le vetrate del ristorante, vedevamo passare a sirene spiegate decine di ambulanze e di blindati della polizia. Appena usciti sulla strada, ci siamo resi conto che anche percorrere poche centinaia di metri non sarebbe stato semplice. Le vie attorno all’Eliseo erano chiuse al traffico e presidiate dai poliziotti coi mitra spianati. Anche i pochi e spaventati passanti venivano respinti e invitati a percorrere altre strade. «Andate a casa – dicevano i poliziotti – è pericoloso stare in giro stanotte». Alla fine siamo riusciti a rientrare all’hotel. E scoprire così che gli attentati erano avvenuti in sette posti diversi e che i morti non erano 18 ma piu’ di centoventi.

Ieri mattina, di buon’ora, Parigi era una città deserta, spettrale, livida, sotto choc, annichilita. Ma piano piano, nonostante i ripetuti inviti del sindaco a restare in casa, la gente ha cominciato a uscire, anche se angosciata ha sentito la necessità di farlo, come per dire ai terroristi: non ci siamo arresi, siamo ancora qui, non potrete ammazzarci tutti. Ma parigini e turisti erano comunque spaventati, bastava un niente per farli sobbalzare, una sirena, il rumore di un motorino smarmittato. Ogni pacco abbandonato diventava sospetto. Gli artificieri sono dovuti intervenire spesso per falsi allarmi, per ragioni di sicurezza hanno chiuso strade anche solo per vuotare e ispezionare i cestini dei rifiuti.

Non è un sabato mattina come tutti gli altri a Parigi e non potrebbe esserlo dopo l’orrenda carneficina della notte prima: sono chiusi tutti i musei, molti ristoranti e negozi hanno le serrande abbassate in segno di lutto, chiusi cinema e teatri, annullati concerti e spettacoli, cancelli sbarrati anche ad Eurodisney perché oggi nessuno ha voglia di ridere e divertirsi. Una ragazza, intervistata da una tv ai tavolini di uno dei pochi bistrot aperti in bouolevard Hausmann, dice: «Pensate un attimo a questo: gli attentati sono avvenuti in uno stadio, in un ristorante, fra i ragazzi di un concerto rock. La scelta dei bersagli non è casuale, quelle bestie hanno voluto colpire la vita». Il suo fidanzato aggiunge: «Dicono tutti che siamo in guerra. Ma in una guerra sparano da entrambe le parti, qui sparano solo da una parte sola».

Abbiamo visto molte persone in lacrime, altri che intonavano la Marsigliese, qualcuno lanciava maledizioni contro i musulmani, altri se la prendevano con i bombardamenti francesi contro la Siria cominciati poco più di due mesi fa, altri ancora sottolineavano l’inadeguatezza dei servizi segreti francesi. Undici mesi dopo Charlie Hebdo, più o meno gli stessi discorsi. Ma questa volta è molto peggio.

A gennaio furono attacchi spaventosi ma in qualche modo attacchi mirati, a dei simboli, contro un giornale satirico che sfotteva Maometto e contro un supermercato kosher, ma venerdì sera, questo maledetto venerdì 13, i terroristi hanno alzato il tiro perché hanno fatto strage, in sette attacchi simultanei, in uno stadio, in un ristorante, in una sala concerti, sparando all’impazzata contro la gente che si stava divertendo, o facendosi saltare in aria come in Iraq o in Egitto o in Libano. Non c’è difesa possibile contro simili attacchi, non è immaginabile proteggere adeguatamente tutti i locali pubblici, impedire che un terrorista entri armato di kalashnikov in un museo o in supermercato e apra il fuoco contro la folla. Anche a Parigi fino a ieri i controlli non erano particolarmente rigidi. Venerdì mattina, all’ingresso del Grand Palais per la mostra su Picasso, al passaggio dei visitatori il metal detector suonava ma il personale non ci faceva nemmeno caso. Alla gente era consentito portare con sé anche pesanti zaini e un terrorista avrebbe avuto gioco facile a mischiarsi fra la folla. Sicuramente, d’ora in poi, non sarà più così. Ma per quanto tempo? Una grande città come Parigi non può vivere blindata 365 giorni all’anno, non può vivere nel terrore di essere nuovamente colpita. Ci sarà una stretta nei controlli, che si tradurranno in lunghe code negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie, ma poi tutto tornerà come prima. E d’altra parte, se non si vogliono paralizzare i servizi pubblici, non si può certo pretendere che venga perquisita la gente che sale su un autobus o su un metrò o quella che entra in un supermercato. Possono far strage ovunque, quando e come vogliono. Ci vorrà tanto coraggio per non piegarsi davanti a questi vigliacchi assassini, per reagire compostamente ai loro massacri. Ma Parigi non rischia più di quello che rischiano Roma (alla vigilia del Giubileo), Londra o Madrid.

Siamo in guerra, avevamo scritto all’indomani dell’11 settembre, e sarà una guerra lunga. La terza guerra mondiale, come ha detto Papa Francesco, una terribile guerra a pezzi. I combattenti del terrorismo islamico non hanno fretta. Colpiranno ancora, non possiamo far finta di non saperlo. Certo, le intelligence dei paesi occidentali dovrebbero fare di più per cercare di prevenire questi attacchi, ma i jihadisti hanno un vantaggio enorme su di noi: loro si fanno saltare in aria, loro amano la morte e noi amiamo la vita.

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