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PUBLIC MONEY

Vignali patteggia. Risarcirà quasi un milione al Comune

Maxi sequestro per Costa

18 novembre 2015, 06:03

Georgia Azzali

L'ultimo atto. Esce di scena con un patteggiamento, Pietro Vignali. Chiudendo così i suoi conti con la giustizia: 2 anni. Con tanto di pena sospesa, come messo nero su bianco nell'accordo con il pm Paola Dal Monte. Nessuna sorpresa da parte del gup Paola Artusi, che ieri ha dato il via libera all'applicazione della pena. Ma quel patteggiamento arriva alla fine di mesi di trattativa e, soprattutto, dopo che l'ex sindaco ha messo sul banco un appartamento in centro, di cui è proprietario, e le quote di due case ereditate dal padre. Si parla complessivamente di una somma attorno a 1 milione di euro, che finirà nelle casse del Comune, parte civile nel procedimento, anche se c'è riserbo sull'esatta entità della cifra.

Terreo, Vignali sembrava quasi sorreggersi agli uomini della Finanza quel 16 gennaio 2013, quando scattò l'operazione «Public money» e finì ai domiciliari. Arrestato un anno e tre mesi dopo aver gettato la spugna, mentre la sua giunta cominciava a perdere i pezzi e alcuni dei suoi uomini fidati erano finiti dietro le sbarre. Dodici i capi d'imputazione sulle spalle dell'ex sindaco, di cui dieci per peculato e due per corruzione. Ma come sarebbero usciti i soldi dalle casse pubbliche? Era stato necessario creare un canale «insospettabile». Una cassa continua. Che Vignali, secondo gli inquirenti, aveva individuato nella società Sws, di cui erano legali rappresentanti gli amici Tommaso Mori e Gian Vittorio Andreaus. Da quella fonte continua - un «forziere», lo aveva definito il gip nell'ordinanza di custodia cautelare - l'ex sindaco avrebbe ottenuto i soldi per finanziare la campagna elettorale. Non meno di 600.000 euro, denaro del Comune e di Enìa (poi Iren) che Vignali avrebbe distratto dal 2007 al 2011, insieme ad altri ex dirigenti comunali e agli imprenditori Alessandro Forni e Norberto Mangiarotti, per sostenere la propria campagna elettorale. Ma l'ex sindaco si sarebbe anche accordato con Forni affinché sostenesse le spese di stampa, imbustamento e spedizione dei «santini» elettorali, per l'allestimento di una struttura di propaganda e per le varie sedi elettorali. E questo in cambio di 140.000 euro di Enìa, tramite l'affidamento di appalti per lavori di verde pubblico.

Eppure, sulla decisione di patteggiare, Vignali precisa in una nota: «La decisione non è dettata da un’ammissione di colpa, ma dall’esigenza per me vitale di voltare pagina, chiudendo un periodo di grande dolore fisico ed emotivo. In tredici anni di attività politica, prima come assessore e poi come sindaco di Parma, non mi sono intascato nemmeno un euro». E sul suo passato alla guida della città, sottolinea: «Sono state dette molte cose non vere su di me e sul mio operato poi tardivamente rettificate, come il buco di 800 milioni che avrei lasciato nelle casse del Comune senza distinguere fra indebitamento del Comune, che era di 165 milioni, e indebitamento delle società partecipate. Così, come è stato comunicato alla stampa un mio presunto tesoretto che poi si è dimostrato non essere mai esistito».

Ma Vignali non è l'unico ad aver scelto il patteggiamento: hanno imboccato la stessa strada anche l'ex presidente di Tep, Tiziano Mauro, i consulenti Riccardo Ragni e Danilo Cucchi, tutti accusati di peculato. Dieci mesi di pena per il primo, che ha anche garantito un risarcimento di 50.000 euro, mentre gli altri due hanno chiuso a 1 anno e 6 mesi. Solo Cucchi non ha potuto godere della pena sospesa.

Ma il 16 gennaio 2013 gli arresti scattarono anche per Andrea Costa, ex numero uno di Stt e Alfa, e per l'editore Angelo Buzzi, oltre che per l'ex numero uno del Pdl in Regione, Luigi Villani. Quest'ultimo, accusato di corruzione e peculato, è già sotto processo, mentre gli altri due, ieri, sono stati rinviati a giudizio: vari gli episodi di peculato per Costa, mentre Buzzi dovrà rispondere di due contestazioni, una di peculato, l'altra di corruzione. E a processo andranno anche l'imprenditore Marco Rosi, il giornalista Aldo Torchiaro, l'ex rappresentante legale della società Macello Parma, Mirko Dolfen, l'ex addetta alle relazioni esterne del Comune, Emanuela Iacazzi, l'ex amministratore di Gdm, Alfonso Bove, e l'ex collaboratore di Stt, Antonio Cenini. I reati? Corruzione per Rosi e peculato per tutti gli altri.

Non luogo a procedere, invece, sia per l'ex presidente del Parma, Tommaso Ghirardi (difeso dagli avvocati Stefano Delsignore e Bontempi di Brescia), che per l'ex responsabile dell'ufficio stampa del Comune, Alberto Monguidi. Tutti e due, in concorso con Vignali, erano finiti sotto inchiesta per concorso in peculato, ma per il gip «il fatto non sussiste». «È la fine di un incubo - commenta Monguidi, assistito dagli avvocati Andrea Bonati e Guido Camera -: dopo tre anni di sofferenza, finalmente il Tribunale ha riconosciuto la costante correttezza del mio operato e la radicale infondatezza dell’accusa che mi era stata mossa».

Per gli otto rinviati a giudizio, via al processo il 7 marzo. Ma su diverse imputazioni incombe il rischio prescrizione.

SEQUESTRO CONSERVATIVO PER COSTA

BLOCCATI UN MILIONE E 150MILA EURO

Fu la procura, nel gennaio 2013, quando scattò l'arresto, a partire con la richiesta di sequestro preventivo. Il gip diede il via libera, e ad Andrea Costa, ex presidente di Stt e Alfa, fu bloccato il 60% delle quote della società C&C and Partners: circa 1.150.000 euro il valore complessivo. E nei giorni scorsi l'avvocato Marco Zincani, parte civile per il Comune e le partecipate Stt e Alfa, ha messo in atto la fase 2. Volendo avere la certezza di poter contare su quel patrimonio di Costa, ha chiesto - e ottenuto dal gup Artusi - il sequestro conservativo sulle quote della C&C. Un modo per poi riuscire ad ottenere la confisca, nel caso l'ex presidente di Stt, rinviato a giudizio per peculato, venga condannato. «E' un grande passo avanti, anche perché un domani il Comune potrebbe diventare titolare della società - sottolinea Zincani -. Il gup ha detto sì alla nostra richiesta, tuttavia la difesa di Costa ha fatto ricorso al Riesame».

Dieci, tutti per peculato, i capi d'imputazione contestati all'ex numero uno di Stt. L'ex manager è accusato, fra l'altro, di aver distratto circa 21.000 euro da Alfa, in concorso con Villani, e altri 63.000 da Stt, insieme a Vignali, per poi girarli per contratti di consulenza e collaborazioni a Riccardo Ragni e Antonio Cenini. Ma Costa avrebbe anche drenato 19.000 euro da Alfa in favore di una società di cui era lui stesso amministratore, per realizzare uno studio sulla tracciabilità isotopica del vino. G. Az.